Nemmeno gli immigrati frenano il crollo dei nati nel Mezzogiorno

Negli anni ’60 nascevano al Sud in media 400.000 bambini all’anno, 280.000 negli anni ’80, appena 175.000 nell’ultimo quinquennio (2011-2016), e il futuro è ancor meno roseo secondo le ultime previsioni Istat (144.000 nati al 2030).

24098755_1531840800240922_858227095_n

Nei prossimi decenni il Mezzogiorno potrebbe conoscere un declino della popolazione di proporzioni mai verificatesi nell’era moderna. È sufficiente osservare l’andamento delle nascite in tale territorio a partire dal 1960 per rendersi conto di questo crollo verticale. Negli anni ’60 nascevano al Sud in media 400.000 bambini all’anno, 280.000 negli anni ’80, appena 175.000 nell’ultimo quinquennio (2011-2016), e il futuro è ancor meno roseo secondo le ultime previsioni Istat (144.000 nati al 2030).


L’arrivo di immigrati regolari, programmato e gestito in maniera coordinata, può solo rallentare – non certo arrestare – questo processo. Per rendersene conto basta raffrontare la popolazione attuale del Mezzogiorno con quella che avremmo osservato oggi se nessuno fosse arrivato o andato via, utilizzando a tal fine come popolazione di riferimento le nascite degli ultimi decenni. Confrontando chi ha 50 anni oggi, pari a 326 mila persone, con chi è nato nel 1967, pari a 417 mila, si ha la netta evidenza della perdita netta. Rispetto al resto del Paese le fuoriuscite sono state, come ben noto, molto maggiori e le entrate dall’estero sensibilmente inferiori. Solo per le generazioni più recenti entrate e uscite tendono a compensarsi (ad esempio, gli attuali 25enni sono sostanzialmente corrispondenti ai nati 25 anni fa), ma la denatalità le ha fortemente decurtate. L’immigrazione nel Sud, almeno sinora, ha quindi solo in parte controbilanciato le uscite dei giovani meridionali ma non è riuscita a ridurre gli squilibri demografici.
Per rendersene conto prendiamo come riferimento il numero di 50enni (nati nel 1967) e confrontiamoli con i più giovani. I 40enni – nati nel 1977, quando il declino era agli esordi – sono circa il dieci per cento in meno dei cinquantenni, ma i giovani 30enni segnano già un -25 per cento, i ragazzi di 20 anni arrivano al -30 per cento, i bambini di 10 anni (nati nel 2007) ad un disastroso -40 per cento. Nel corso dei prossimi due decenni i numerosi 50enni diverranno pensionati 70enni, mentre i demograficamente scarsi 30enni (e ancor meno 20enni) andranno gradualmente ad occupare le posizioni centrali del mercato del lavoro, con tutto quello che implica una riduzione della popolazione attiva.
Un debole segnale positivo lo si riscontra osservando l’andamento delle nascite di cittadinanza straniera, in lenta crescita nell’ultimo decennio, attestatesi al 6 per cento del totale nel 2016 (contro però un 15% come dato nazionale). Senza di esse le nascite totali nel Mezzogiorno si sarebbero fermate a 157.000, accentuando ulteriormente il minimo storico toccato l’anno scorso. Tuttavia la capacità del Mezzogiorno di attirare popolazione straniera, specialmente la componente più stabile e qualificata, è scarsa, risultando soprattutto un’area di transito per coloro che arrivano nel nostro paese e si dirigono verso mete con maggiori opportunità. Su oltre 5 milioni di stranieri residenti in Italia meno di 850 mila vivono al Sud. La crisi economica ha inoltre accentuato la scelta di rientro nel proprio Paese o di spostamento verso realtà in Europa più dinamiche (verso le quali migrano gli stessi giovani meridionali).
Quanto esposto sinora indica come in assenza di immigrazione gli squilibri demografici del Mezzogiorno si accrescerebbero ulteriormente, conducendo nei prossimi decenni ad un territorio vecchio e povero, oltre che economicamente marginale. In particolare a crollare sarebbero le aree interne dell’Appennino meridionale e delle due isole maggiori, con molti paesi trasformati in villaggi fantasma, ma anche le grandi città vedrebbero scomparire una quota significativa della loro popolazione.
Il declino e l’invecchiamento della popolazione non sono solo problemi demografici ma hanno forti implicazioni in altri ambiti, ad esempio sulla spesa pensionistica, dove già oggi i contributi versati dagli stranieri sostengono il bilancio dell’INPS, e sulla spesa sanitaria e assistenziale, destinata a lievitare enormemente. La demografia influenza inoltre anche i consumi e gli investimenti, in declino in una popolazione invecchiata.
Non esiste una ricetta perfetta, ma certamente ci sono quattro pilastri che bisogna rinforzare se vogliamo un futuro più solido. I primi due sono le nascite e l’occupazione femminile (il Mezzogiorno è molto debole su entrambi questi aspetti), da far crescere investendo meglio e di più di quanto fatto sinora sugli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia. Un terzo pilastro è la creazione di opportunità concrete di lavoro stabile e qualificato che frenino il drenaggio dei migliori giovani del Sud. Questi tre pilastri non bastano. Gli effetti di una possibile ripresa delle nascite potremmo eventualmente iniziare a vederli solo tra vent’anni, quando i nuovi nati entreranno via via nel mercato del lavoro. Inoltre, il contenimento delle fuoriuscite degli attuali ventenni e trentenni – ottenibile aumentando le opportunità per entrambi i sessi – consente di non indebolire ulteriormente il peso quantitativo di tali generazioni ma non di recuperare il deficit rispetto alle generazioni precedenti (pari a circa uno su quattro come abbiamo visto). Per evitare che tale deficit porti nei prossimi decenni ad un tracollo nella fascia centrale del sistema economico e produttivo – quella tra i 35 e i 49 anni – sarà fondamentale allora rafforzare anche il quarto pilastro, quello di una immigrazione che sia funzionale ai processi di crescita del territorio.

Testo scritto in collaborazione con Marcantonio Caltabiano

Nascite nel Mezzogiorno per cittadinanza 2007-2016

Screenshot (9)

Rispondi

  • (will not be published)