Il percorso dei giovani al lavoro va ripensato già dall’orientamento

L’Italia è davvero un paese strano, pieno di paradossi. Nessuna forza misteriosa li genera, sono semplicemente il frutto delle contraddizioni e delle inefficienze di funzionamento del nostro sistema paese. Ne indichiamo qui di seguito tre che riguardano il rapporto tra nuove generazioni e mercato del lavoro.

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L’Italia è davvero un paese strano, pieno di paradossi. Nessuna forza misteriosa li genera, sono semplicemente il frutto delle contraddizioni e delle inefficienze di funzionamento del nostro sistema paese. Ne indichiamo qui di seguito tre che riguardano il rapporto tra nuove generazioni e mercato del lavoro.


Primo: ci troviamo ad avere molti più giovani rispetto alla capacità di adeguato assorbimento nel sistema produttivo italiano, come rivela il nostro record negativo di NEET (under 35 che non studiano e non lavorano), eppure abbiamo meno giovani rispetto agli altri paesi (conseguenza della persistente denatalità). Secondo: nelle nuove generazioni le donne presentano successi scolastici e livelli di istruzione maggiori rispetto ai coetanei del sesso opposto, eppure il divario di genere su occupazione e salario presenta un forte vantaggio maschile. Terzo: il rendimento della laurea risulta più basso in Italia rispetto alle altre economie avanzate e alto è il rischio di sovraistruzione (ovvero di svolgere una attività che richiede un titolo più basso), eppure non abbiamo sovrabbondanza di giovani altamente qualificati, continuiamo anzi a rimanere in fondo alle classifiche Ue sull’incidenza di laureati (a cui va aggiunto l’ampio saldo negativo della mobilità dei laureati con l’estero).
Essere giovane con solida formazione risulta un valore aggiunto nei contesti più dinamici e competitivi. Questo sarà ancor più vero nei prossimi anni. Solida formazione, conoscenze aggiornate e competenze avanzate saranno, infatti, sempre più centrali per lo Sviluppo 4.0, “basato sulle risorse intangibili, sul know-how e sulle competenze – e dunque sui legami con l’istruzione e i processi di apprendimento” come ben evidenzia il Rapporto sulla conoscenza in Italia recentemente pubblicato dall’Istat. I dati presentati in tale Rapporto evidenziano, inoltre, un effetto positivo dell’istruzione di imprenditori e dipendenti: sulla capacità di stare sul mercato, sulla produttività del lavoro, sulla dinamica del valore aggiunto, sui livelli di digitalizzazione e sulla propensione all’innovazione.
Non possono quindi che destare preoccupazione – non solo per il fenomeno in sé ma anche come spia di inefficienze e squilibri che vincolano al ribasso lo sviluppo del nostro paese – i dati sull’overeducation elaborati da DATAGIOVANI, sui dati aggiornati della rilevazione Istat sulle Forze di lavoro.
Le cause di tale spreco di capitale umano sono varie. C’è un problema legato alla domanda, che rimanda all’esigenza di coerenti politiche di sviluppo in grado di premiare ed espandere settori dinamici e competitivi (in grado di spostare al rialzo l’incontro tra domanda e offerta di competenze avanzate). Vanno aiutate, con particolare attenzione, le PMI a fare un salto di qualità nel combinare in modo strategico capitale umano e innovazione.
Sul lato dell’offerta, i dati del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo rivelano come gli under 35 siano consapevoli del basso livello di orientamento avuto nel percorso scolastico, della poca esperienza pratica, della carenza di competenze sia specifiche che trasversali, oltre che di scarsa preparazione su come funziona il mercato del lavoro. Su tutto questo pesano molto anche i limiti del sistema dei servizi per l’impiego.
E’ quindi tutta la transizione scuola-lavoro che va resa più solida ed efficiente, se non vogliamo che aumenti il mismatch, non solo tra domanda e offerta di lavoro, ma più in generale tra potenzialità che il paese possiede e crescita effettiva che esprime.

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