La sfida dell’età

Dato che ora praticamente tutti arrivano a 60 anni, si tratta di decidere come spendere gli anni in più che i nostri simili nel passato non hanno mai avuto. Questa è la maggior sfida che la nostra specie si è data e non è scontato come vincerla, perché è del tutto inedita.

La nostra specie è vissuta a lungo in un mondo in cui la durata media di vita era molto breve e una quota esigua di persone arrivava, abbastanza malconcia, in età anziana. Ancora nei primi decenni dell’Italia Unita un bambino su tre non giungeva oltre i cinque anni. Siamo partiti da livelli tra i peggiori in Europa ma da allora i progressi sono stati esaltanti. Il sogno di rendere l’Italia un luogo in cui far nascere figli che possono aspettarsi di attraversare incolumi tutte le fasi della vita e arrivare in buona salute in età anziana, possiamo dire di averlo realizzato. Ad inizio del Novecento la probabilità di un nato di arrivare a 60 anni era inferiore al 45%, mentre è oggi attorno al 95%. Da quando questo grande e lungo cambiamento è iniziato, ogni nuova generazione si è trovata con un bonus di circa 7 anni da vivere in più rispetto ai propri genitori.


Quello che c’è di nuovo in questo secolo è che la quantità di vita in più diventa vincente solo se si trasforma in qualità di vita in più nelle età che in passato consideravamo anziane. Detto in altre parole, dato che ora praticamente tutti arrivano a 60 anni, si tratta di decidere come spendere gli anni in più che i nostri simili nel passato non hanno mai avuto. Questa è la maggior sfida che la nostra specie si è data e non è scontato come vincerla, perché è del tutto inedita. L’Italia si è posta come uno dei paesi in prima linea nel costruire una società più matura che continui a garantire crescita e benessere, ma finora il problema l’ha affrontato solo sulla difensiva.
Per lungo tempo abbiamo consentito alle aziende di disfarsi dei lavoratori maturi mandandoli in pensione troppo presto, con complicità dei sindacati, scaricando così i costi sulla collettività. L’azione di governo ha risposto, altrettanto poco virtuosamente, imponendo una più tarda età al ritiro dal lavoro con l’obiettivo di contenere la spesa pubblica. Va invece cambiato l’approccio, mettendo al centro la persona e la valorizzazione effettiva delle opportunità in tutte le fasi di una lunga vita attiva. Ma questo significa investire su formazione continua, incentivare mentoring e reverse mentoring, fornire assessment di metà carriera, rimodulare flessibilmente retribuzioni, tempi e carichi di lavoro, migliorare work-life balance. Se sull’invecchiamento siamo tra i paesi più avanzati, su queste misure continuiamo purtroppo ad essere tra i più arretrati nel mondo sviluppato.

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