Non si sostiene la natalità solo con annunci o interventi ai margini, o ancor peggio accusando i giovani di non aver più i valori di una volta. L’aggravamento della situazione demografica richiede un salto di qualità nelle politiche familiari che non si nota nelle misure incluse nella Legge di Bilancio dell’anno scorso e di quello attuale. Non si tratta solo di un problema italiano, ma il nostro paese sembra tra i meno impegnati ad affrontarlo con il giusto approccio e attraverso solidi interventi strutturali.
La natalità italiana può essere considerata bassa per almeno tre motivi. Il primo è riconducibile al fatto che il numero medio di figli per donna si trova sotto la media di due. Questo che cosa comporta? Che non si raggiunge il livello di equilibrio nel rapporto tra generazioni: la popolazione in età lavorativa tende a ridursi sempre di più, a fronte della crescente componente anziana.
Il secondo motivo deriva dal confronto con gli altri paesi europei. Difficile trovare una combinazione peggiore dell’Italia di bassa fecondità e contrazione dei potenziali genitori. Se oggi la Francia è preoccupata per un tasso sceso a 1,6, l’Italia da oltre quarant’anni si trova sotto 1,5. Le dinamiche recenti sono state ulteriormente peggiorative, con un tasso inabissato sotto 1,2 nel 2024 e stime Istat che anticipano per il 2025 un nuovo record negativo di nascite. Le prospettive che ne derivano non sono rosee. Da oggi al 2050 avremo circa 4 milioni di over 75enni in più, mentre nei soli prossimi dieci anni, come stima l’INAPP, la forza lavoro perderà oltre 6 milioni di persone per pensionamento.
Se nessun altro paese al nord delle Alpi farebbe a cambio con noi sui livelli di fecondità, sono invece ben disposti ad accogliere i giovani italiani non rassegnati a rivedere al ribasso progetti professionali e di vita. I dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, che verranno a breve pubblicati in un Rapporto del Cnel sull’attrattività, mostrano come nella fascia 18-34 anni sia notevolmente maggiore la percentuale di chi dall’Italia vede migliori prospettive spostandosi verso uno degli altri grandi paesi europei, rispetto a chi da tali paesi ritiene di migliorare la propria condizione spostandosi in Italia. Tra le ragioni che spingono alla fuoriuscita dei giovani italiani al primo posto ci sono le opportunità di lavoro e di adeguato salario, ma al secondo posto c’è il maggior riconoscimento dei diritti sociali e un più efficiente sistema di welfare. Chi più mette in conto di andarsene, perché maggiormente insoddisfatto della condizione in cui si trova, sono le giovani donne e i figli degli immigrati.
Ed arriviamo al terzo motivo. Come mostrano i dati di varie indagini, la fecondità attuale italiana è bassa anche, e soprattutto, rispetto a quanti figli i giovani dichiarano di voler avere. I rispondenti attorno ai 20 anni indicano in media un valore vicino a 2 in condizione ideale e a 1,6 mettendo in conto le difficoltà oggettive attese. La Francia consente di raggiungere tale livello, mentre in Italia si osserva una revisione al ribasso via via che ci si scontra con le effettive difficoltà della transizione alla vita adulta.
Come ha sottolineato il presidente Mattarella, questo paese non mette le nuove generazioni nella condizione di dare in meglio di sé, di realizzarsi all’altezza di desideri e potenzialità che non sono certo inferiori ai coetanei europei. Se continuiamo ad avere il record in Europa di giovani che non studiano e non lavorano (oltre 1 su 5 tra i 25 e i 34 anni), di età tardiva femminile al primo figlio (vicina ai 32 anni), di bassa occupazione delle donne (il gap di genere è di 19 punti percentuali), è perché siamo lontani dalle migliori esperienze europee sul tema del diritto allo studio, di un affitto sostenibile, di un salario dignitoso, ma anche del diritto per un bambino che nasce di avere accesso a un nido di qualità e di poter trascorrere tempo adeguato sia con la madre che con il padre (il congedo di paternità è fermo a 10 giorni). Non si tratta di princìpi teorici o di welfare assistenziale, ma di condizioni abilitanti per costruire un futuro migliore con le nuove generazioni dando fiducia e sostegno alle loro scelte.


