Topic: longevità e invecchiamento attivo

L’Italia diventa over 65: una sfida su lavoro e partecipazione sociale

Uno spettro si aggira per l’Europa. Quello della crisi demografica, come confermano le previsioni Eurostat pubblicate in questi giorni. Con Italia precursore di declino e invecchiamento della popolazione.

Eppure queste dinamiche non hanno finora portato a un indebolimento della forza lavoro.  Al contrario, negli ultimi anni il numero degli occupati è cresciuto. Si tratta, però, di una fase temporanea. Nella popolazione in età attiva sono ancora presenti le generazioni nate quando il numero medio di figli per donna era superiore a due. In particolare, la fascia 55–64 anni conta oggi circa 9,3 milioni di persone e presenta un tasso di occupazione superiore al 60%, con valori oltre il 70% tra gli uomini e poco sopra il 50% tra le donne. Risulta, quindi, una componente largamente inserita nei processi produttivi, che costituisce l’attuale colonna portante dell’equilibrio nel mercato del lavoro.

Il futuro che non nasce

il futuro che non nasce

Quando Dante Alighieri scrive il famoso incipit della Divina Commedia, «nel mezzo del cammin di nostra vita», ha trentacinque anni. Alla base di tale espressione vi è l’idea che una vita, nel migliore dei casi – ovvero nella condizione ideale di sottrarsi agli elevati rischi di mortalità infantile, giovanile e adulta – potesse durare fino a 70 anni. Per i contemporanei del Sommo Poeta, come per le generazioni precedenti e molte successive, raggiungere tale età era un desiderio che superava le possibilità comuni di realizzazione. Non rappresentava la norma, ma un traguardo raro, spesso raggiunto in condizioni precarie. A un certo punto della storia, tuttavia, questo scenario cambia radicalmente.

Rinnovarsi e adattarsi per vivere bene nella società della longevità di massa

longevità

Superare la soglia tradizionale di entrata in età anziana non è più una condizione riservata a una stretta minoranza: è un traguardo dato per scontato per le generazioni adulte di questo secolo. La probabilità di arrivare a 65 anni, secondo i dati Istat, è ormai vicina al 95 per cento. La grande maggioranza ci arriva, inoltre, in buone condizioni di salute. Questo fatto, del tutto nuovo nella storia dell’umanità, porta con sé almeno tre implicazioni per la vita economica e sociale.

Il numero medio dei figli in Italia cala ancora e aumentano gli anziani

La popolazione italiana non cresce più. Il punto di svolta è stato il 2014. In poco più di dieci anni siamo scesi da oltre 60,3 milioni a meno di 59 milioni. A trascinare verso il basso la curva demografica è il crollo delle nascite. Negli anni Sessanta del secolo scorso nascevano oltre un milione di bambini. Nel 2015 siamo scesi sotto il mezzo milione. Il dato del 2024 è stato di 370 mila e i dati, non ancora ufficiali, del 2025 sono addirittura peggiori.

Cosa possiamo aspettarci nei prossimi trent’anni? Nel 2056 gli attuali 30enni avranno 60 anni e gli attuali 60enni avranno 90 anni. I residenti di 30 anni sono oggi circa 610 mila, mentre quelli di 60 anni sono attorno a 965 mila. Questo significa due cose. La prima è che la popolazione è destinata a diminuire perché i figli li fanno i 30enni, che si sono ridotti di circa un terzo rispetto alla generazione dei propri genitori. La seconda è che non solo si ridurranno le nascite, ma anche il numero di potenziali lavoratori, dato che i tanti 50-60enni che andranno in pensione saranno sostituiti dai pochi 20-30enni attuali.  Due ulteriori aspetti vanno però considerati. Il primo è il fatto che l’aumento della longevità non aumenta solo il numero degli anziani, può consentire alle persone di essere in buona salute e attive più a lungo. Ma servono politiche adeguate per non diventare un paese di anziani fragili e soli. Il secondo è il contributo che può dare l’immigrazione, se ben gestita, per compensare gli squilibri nella forza lavoro italiana.

Denatalità, aiutare i giovani

Non si sostiene la natalità solo con annunci o interventi ai margini, o ancor peggio accusando i giovani di non aver più i valori di una volta. L’aggravamento della situazione demografica richiede un salto di qualità nelle politiche familiari che non si nota nelle misure incluse nella Legge di Bilancio dell’anno scorso e di quello attuale. Non si tratta solo di un problema italiano, ma il nostro paese sembra tra i meno impegnati ad affrontarlo con il giusto approccio e attraverso solidi interventi strutturali.