Quale destino può avere un paese in cui le nascite diminuiscono anno dopo anno senza soluzione di continuità? Nel 2014 avevamo già un tasso di fecondità tra i più bassi in Europa e raggiunto il nostro record negativo sulle nascite, pari a 503 mila. Da allora siamo solo peggiorati.
L’anno successivo siamo precipitati sotto 500 mila, dimezzando il valore del baby boom degli anni Sessanta. Siamo ulteriormente scesi sotto 450 mila nel 2018, sotto 400 mila nel 2022, fino a poco più di 350 mila nel 2025. Nello stesso periodo i nuovi nati sono diventati inferiori al contingente di chi entra in fase anziana. Anche spostando da 65 a 75 anni l’età della vecchiaia, il numero di chi arrivava a tale traguardo era sugli stessi livelli delle nascite ad inizio del decennio scorso, mentre oggi è quasi il doppio. Squilibri che poi si ripercuotono sempre di più sul mondo del lavoro, con il numero di ingressi in età attiva diventato strutturalmente inferiore a quello di chi raggiunge l’età della pensione: oggi i 25enni sono poco più di 600 mila mentre i 65enni oltre 800 mila.
Non far diminuire troppo la natalità, investire sulla formazione delle nuove generazioni, gestire bene l’immigrazione è ciò che farà la differenza tra popolazioni che invecchieranno bene e quelle che invecchieranno male nel resto del secolo. L’Italia è tra i paesi europei che più rischiano di trovarsi in questa seconda condizione. Siamo, infatti, tra quelli che da più lungo tempo si trovano con un tasso di fecondità più vicino a 1 che a 2. Le dinamiche più recenti sono ulteriormente peggiorate, come abbiamo visto. Ma questo non è un destino irreversibile.
L’ultimo dato della Spagna mostra un segnale di lieve ripresa della fecondità, favorito da consistenti flussi migratori e da un recupero delle trentenni. Anche sul lato della formazione terziaria la Spagna ha mostrato maggior dinamicità rispetto all’Italia. La Corea del Sud è un altro paese che sta cercando di risollevare la bassissima natalità e ha ottenuto recentemente qualche riscontro positivo. Inoltre, il livello di formazione dei giovani coreani è tra i maggiori nell’area Ocse e alto è l’investimento in ricerca, sviluppo e innovazione.
La Francia è preoccupata per il calo della fecondità, ma mantiene un tasso tra i più alti in Europa. Presenta una consistenza demografica simile alla nostra dai 50 anni e oltre, ma ha molti più giovani perché il numero medio di figli non è mai sceso sotto 1,5. Se avessimo mantenuto da fine anni Settanta in poi i livelli di fecondità registrati oltralpe avremmo oggi in Italia oltre 650 mila nascite. La denatalità passata ha però ridotto la nostra popolazione in età fertile, vincolando al ribasso i nuovi nati. Se però andassimo a convergere – ma con un processo da attivare subito – verso il tasso di fecondità francese le nascite nel nostro paese potrebbero portarsi sopra 450 mila; evitando gli esiti peggiori della trappola demografica, pur nel contesto di una popolazione in diminuzione.
Questa prospettiva è ancora alla nostra portata ed è contemplata nel percorso più ottimistico delle previsioni Istat. Ma il dato sulle nascite appena pubblicato è invece inferiore a quello ipotizzato nello scenario peggiore. In tale scenario nel 2025 avremmo dovuto registrare oltre 360 mila nascite, contro 355 mila realmente osservate. Se continuassimo di questo passo potremmo trovarci nel 2050 con meno nati che novantenni. Non è un futuro distopico, è la semplice estrapolazione delle dinamiche in corso, ovvero l’esito più probabile se lasciamo che l’inerzia demografica proceda più velocemente della nostra capacità di azione.
I dati Istat forniscono anche alcune indicazioni positive. L’immigrazione è maggiore rispetto alle previsioni e la fuoriuscita dall’Italia verso l’estero ha rallentato. Pur rimanendo ai livelli peggiori in Europa, segnali incoraggianti arrivano anche dall’andamento dei Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, e dall’occupazione femminile. Del resto, sta aumentando la consapevolezza delle aziende della necessità di migliorare le proprie strategie di reclutamento e ingaggio in risposta a shortage e mismatch nel mercato del lavoro. Ma se rimangono bassi i salari, alti i costi degli affitti, carenti gli strumenti di conciliazione (compreso il congedo di paternità), la fuga verso l’estero non tarderà molto a riprendere a ritmi crescenti.
Far consolidare i segnali positivi nella direzione giusta va a vantaggio di tutti. Non deve, quindi, rimanere solo una speranza, ma diventare impegno concreto a tutti i livelli del sistema paese.


