Il futuro che non nasce

La Transizione demografica rende possibile ciò che prima era solo un’aspirazione: la possibilità, per la maggioranza della popolazione, di attraversare incolume tutte le fasi della vita dalla nascita fin oltre le soglie di entrata nell’età anziana.

il futuro che non nasce

Quando Dante Alighieri scrive il famoso incipit della Divina Commedia, «nel mezzo del cammin di nostra vita», ha trentacinque anni. Alla base di tale espressione vi è l’idea che una vita, nel migliore dei casi – ovvero nella condizione ideale di sottrarsi agli elevati rischi di mortalità infantile, giovanile e adulta – potesse durare fino a 70 anni. Per i contemporanei del Sommo Poeta, come per le generazioni precedenti e molte successive, raggiungere tale età era un desiderio che superava le possibilità comuni di realizzazione. Non rappresentava la norma, ma un traguardo raro, spesso raggiunto in condizioni precarie. A un certo punto della storia, tuttavia, questo scenario cambia radicalmente.

La Transizione demografica rende possibile ciò che prima era solo un’aspirazione: la possibilità, per la maggioranza della popolazione, di attraversare incolume tutte le fasi della vita dalla nascita fin oltre le soglie di entrata nell’età anziana. La longevità diventa una condizione diffusa e non più un’eccezione. Noi siamo il prodotto di questo desiderio che si è realizzato e da considerare uno dei più grandi successi collettivi dell’umanità. Nessuno può essere felice di vivere in un territorio con alta mortalità dalla tenera età in poi. Rendere il pianeta in cui viviamo un posto sicuro per ciascun nuovo nato, in cui vivere pienamente tutta la propria vita, è un obiettivo a cui non possiamo rinunciare. Ma una volta innescato questo processo non esiste un punto predefinito di arrivo. Se una generazione guadagna anni di vita dopo i 70 anni, quella successiva vorrà aggiungere qualità a tali anni e ciò porterà la durata ad espandersi oltre i 75, consegnando a quella successiva la sfida di trasformare la quantità in più in qualità. E così via. Questo significa che, da quando la Transizione demografica ha portato l’aspettativa di vita oltre la soglia teorica di Dante, ogni generazione si trova a reinterpretare le fasi tradizionali della vita e aggiuntive, a riempirle di nuovo valore e significato.
La transizione demografica apre così lo scenario di una società della longevità. Una società in cui la componente matura e anziana della popolazione, storicamente minoritaria, diventa numericamente prevalente. Non si tratta solo di un cambiamento quantitativo, ma di una trasformazione profonda del funzionamento delle economie, dei sistemi di welfare, dei rapporti tra generazioni. Una vita più lunga, se accompagnata da buone condizioni di salute e partecipazione, produce benefici evidenti per i singoli e per la collettività: individui che restano a lungo attivi e autonomi gravano meno sul sistema di protezione sociale e contribuiscono più a lungo alla produzione di benessere, inteso nella sua accezione più ampia.
Il passaggio critico avviene quando la transizione demografica, da processo governabile, si trasforma in crisi demografica. Questo accade quando, nelle società mature avanzate, il tasso di fecondità non si stabilizza attorno ai due figli per donna – livello compatibile con un adeguato ricambio generazionale, ma scende persistentemente al di sotto. È ciò che osserviamo oggi in tutta Europa (e non solo), con una media inferiore a 1,5, e in modo particolarmente accentuato in Italia. In questo scenario, la società della longevità si trasforma in una società del rinnovo generazionale debole, se non cronicamente insufficiente.
Il risultato è una spirale negativa: meno nascite ieri significano meno potenziali genitori e meno potenziali lavoratori oggi, il che porta ad ancor più ridotte nascite e quindi minor potenziali lavoratori domani. Il problema non è, dunque, il vertice della piramide demografica che si alza, ma la base che si restringe sempre di più. Non, quindi, il processo di invecchiamento, in senso proprio ma quello di degiovanimento. Gli squilibri che ne derivano non si limitano ai conti previdenziali, ma investono la capacità complessiva di un paese di crescere, innovare, sostenere il proprio sistema sociale. Se la popolazione in età lavorativa diminuisce troppo, diventa sempre più difficile finanziare pensioni dignitose, garantire cure adeguate, ma di conseguenza anche investire in formazione, politiche attive del lavoro, ricerca e sviluppo.
La crisi demografica che si cronicizza pone interrogativi anche sul funzionamento della democrazia. In una società in cui i giovani diventano una minoranza demografica, rischiano di diventare anche una minoranza sociale e politica, con minore capacità di incidere sulle decisioni collettive.
In questo contesto entra in tensione il patto generazionale che ha sostenuto le società europee nella fase di sviluppo del secondo dopoguerra. Un patto implicito dato sinora per scontato: le generazioni in età attiva avrebbero garantito pensioni e protezione sociale a una popolazione anziana numericamente più contenuta, confidando a loro volta di poter contare, in futuro, su condizioni analoghe. Oggi questo equilibrio si incrina su più fronti. Da un lato, l’aumento della popolazione anziana richiede risorse crescenti per pensioni, sanità e assistenza; dall’altro, le nuove generazioni entrano nel mercato del lavoro più tardi, con carriere frammentate e salari bassi, che rendono più fragile sia il loro contributo attuale al sistema sia le loro pensioni future. A ciò si somma un debito pubblico accumulato nel tempo, che restringe ulteriormente i margini di manovra per investimenti orientati al futuro.
La sfida del vivere bene a lungo, attivi e in buona salute non può, certo, essere evitata. In tutti gli scenari previsivi Istat, l’età che cresce demograficamente di più e diventerà prevalente è quella attorno ai 75 anni. Che l’italiano “tipo” sarà un 75enne è quindi oramai scritto nel futuro prossimo del nostro paese. Il fronte su cui possiamo e dobbiamo fare la differenza, pertanto, non è quanti anziani avremo, ma come sarà la vita a tale età e in che relazione con le età e le generazioni precedenti. Se la maggioranza dei 75enni e dintorni sarà socialmente attiva e in salute significa che avremo messo le basi di una società della longevità inclusiva e sostenibile. In caso contrario a star bene saranno solo gli anziani molto benestanti e i giovani che per tempo saranno emigrati all’estero. Va precisato che anche lo sviluppo di nuove tecnologie sempre più avanzate – in grado di prevenire malattie e rallentare la senescenza – se non adeguatamente regolato, rischia di favorire pochi con molte risorse anziché generare beneficio per tutti.
La risposta non può essere trovata assecondando la tentazione di “tornare indietro” sul fronte della longevità, né in una sterile contrapposizione tra età. Sta invece nell’accelerare l’entrata nel secolo della qualità, da mettere al centro del benessere e della sostenibilità nel nuovo tempo in cui viviamo. Qualità degli anni che si aggiungono alla vita, aumentando l’aspettativa di vita in buona salute. Ma, prima ancora, qualità della formazione dei giovani, qualità del lavoro, valorizzazione del capitale umano, conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, qualità del rapporto tra generazioni nei vari ambiti dell’economia e della vita civile.
È su questo terreno che va ridefinito il patto generazionale in grado di superare gli squilibri quantitativi. Un paese che investe sulla qualità riesce ad aumentare l’occupazione giovanile e femminile – oggi tra le più basse in Europa – allargando la base contributiva e rendendo più sostenibile il welfare. Allo stesso tempo, crea le condizioni perché la scelta di avere figli diventi coerente con percorsi di autonomia e realizzazione personale e professionale. La qualità diventa anche un fattore di attrattività del sistema paese: riduce la spinta all’emigrazione dei giovani più qualificati e aumenta la capacità di attrarre immigrazione di qualità, integrata nei processi di sviluppo e benessere.
Il futuro di una società che invecchia non è scritto dall’età media, ma dalla capacità di adattare istituzioni, lavoro e welfare a una nuova struttura demografica. La longevità può essere una straordinaria risorsa collettiva oppure un moltiplicatore di disuguaglianze. La differenza la fanno le nostre scelte individuali e collettive.

Rispondi

  • (will not be published)