La popolazione italiana è in continua diminuzione dal 2014. Da 60,3 milioni è scesa sotto 59 milioni nel 2024 e secondo l’Istat entro il 2050 gli abitanti nella penisola saranno meno di 55 milioni.
Eppure la popolazione in età anziana è in continua crescita e anche i flussi migratori sono positivi. Le persone di 65 anni e oltre erano 10,3 milioni nel 2000 e sono ora 14,6 milioni. Gli stranieri residenti nello stesso periodo sono passati da meno di 1,5 milioni a quasi 5 milioni e mezzo. Perché allora la popolazione italiana si sta riducendo come mai nella sua storia precedente? Il motivo è il processo di “degiovanimento”, ovvero la riduzione dalla componente giovanile che è diventata maggiore rispetto all’effetto positivo sulla crescita della longevità e dell’immigrazione. La popolazione italiana si riduce dal basso, come conseguenza della denatalità. In molte aree del paese, soprattutto nel Sud e nelle aree rurali e montane, i giovani sono sempre di meno anche perché la mobilità interna e verso l’estero risulta più consistente rispetto alla capacità di attrazione.
Il motore di questi cambiamenti è la “transizione demografica” che si sviluppa con una doppia azione: riduce la mortalità in tutte le fasi della vita facendoci vivere più a lungo e riadatta al ribasso la fecondità. Quando la mortalità è così bassa da consentire ad un bambino che nasce di avere alta probabilità di arrivare e superare l’età dei propri genitori – cosa non scontata in passato – bastano allora in media due figli per coppia perché si ottenga un equilibrato rapporto tra nuove e vecchie generazioni. Se però il tasso di fecondità scende sotto i due figli – come accade non solo in Europa ma oramai in oltre due terzi dei paesi del mondo – ogni nuova generazione risulta quantitativamente più ridotta rispetto a quella precedente.
La transizione demografica tende così a trasformarsi in una vera e propria crisi demografica, con profonde implicazioni economiche e sociali. La riduzione della popolazione porta a meno consumatori che acquistano beni e servizi nel mercato interno. L’invecchiamento della popolazione comporta una quota crescente di spesa per pensioni, assistenza e sanità. Ma il nodo strutturale più rilevante è il degiovanimento: ovvero la continua diminuzione delle nuove generazioni e quindi delle coorti che entrano nell’età attiva e in età riproduttiva. A parità di altre condizioni, ciò esercita una pressione al ribasso da un lato sulle stesse nascite (è la cosiddetta trappola demografica), e dall’altro su produzione e innovazione.
L’Italia è uno dei paesi in Europa con maggiori squilibri demografici. L’Unione europea è preoccupata per un tasso di fecondità sceso negli ultimi anni sotto 1,5, ma il nostro Paese è da oltre 40 anni sotto tale livello. Questa persistenza su valori così bassi ha portato l’Italia a diventare, a metà anni Novanta del secolo scorso, il primo paese al mondo in cui gli under 15 sono diventati di meno rispetto agli over 65. Oggi il gruppo più giovane si è ridotto alla metà di quello anziano e il rapporto continua a sbilanciarsi visto che la natalità non inverte la tendenza.
E’ ancora possibile rispondere alla crisi demografica? Sì, ma solo se si agisce subito e in modo sistemico. Più si aspetta, infatti, più si riducono i potenziali genitori. E’ allora necessario agire contemporaneamente sul contenimento della riduzione quantitativa (attraverso la leva dell’immigrazione e della natalità), ma soprattutto sulla promozione della qualità.
La qualità in questo secolo è la chiave per migliorare la stessa quantità. Se oggi nascono annualmente poco più di 350.000 bambini in Italia, è preferibile vivere in un paese in cui quando essi avranno 25 anni, ovvero nel 2050, saranno ancora di meno perché spinti ad andarsene per carenza di valorizzazione in un contesto di squilibri crescenti, o in un paese in cui via via che crescono trovano condizioni per essere ben formati, attivi nel mondo del lavoro e pienamente autonomi rispetto ai loro genitori? Migliorando la qualità della transizione scuola-lavoro e della transizione alla vita adulta diventa anche meno debole la quantità della presenza nella società, nelle aziende, nelle organizzazioni. Questo migliora anche l’attrattività del sistema paese in generale: oltre a perdere meno giovani diventa anche maggiormente appetibile per arrivi qualificati dall’esterno. Tutto ciò non avviene automaticamente, servono politiche adeguate continuamente aggiornate.
Un territorio, in definitiva, che agisce in questa direzione contiene la riduzione quantitativa delle nuove generazioni, aumenta al loro interno l’incidenza degli occupati e la possibilità di scegliere di diventare genitori. Solide competenze avanzate iniziali e l’investimento in ricerca e sviluppo e in formazione continua possono, inoltre, favorire l’utilizzo virtuoso delle nuove tecnologie e promuovere una lunga vita attiva. Con corrispondenti ricadute positive sul futuro previdenziale dei singoli e sulla tenuta sociale del sistema territoriale.
A ben vedere, tutto questo dovremmo farlo non tanto perché ci costringe la demografia, ma perché ci rende persone e comunità migliori.


