Abbiamo dieci anni di tempo per invertire la rotta del declino demografico attraverso politiche pubbliche attive e lungimiranti. Ma dobbiamo iniziare adesso, sennò il pericolo è il “degiovanimento”, la penuria di giovani». Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano, non nasconde che i problemi dell’Italia siano più gravi di quanto percepito. Entro dieci anni oltre sei milioni di lavoratori andranno in pensione e non saranno sostituiti. La stabilizzazione e l’attrattività sono priorità secondo Rosina.
E il tempo della consapevolezza è ora, sottolinea. Si discute molto di un piano nazionale per i giovani. In una fase così complessa, cosa serve all’Italia? «La premessa necessaria è comprendere quanto sia cambiato il quadro demografico che sostiene sviluppo economico e sostenibilita sociale. Per decenni abbiamo dato per scontata l’abbondanza di giovani: una base ampia, dinamica, che alimentava il mercato del lavoro e il sistema produttivo. Con il calo della natalità sotto il livello di equilibrio – i due figli per donna – questo schema è saltato. Le nuove generazioni non sono più numerose, anzi si riducono progressivamente. E l’Italia è il Paese che più di tutti è entrato nel XXI secolo con pochi giovani e molti anziani. Siamo stati i primi, già a metà anni Novanta, ad avere più over 65 che under 15. Ora questo squilibrio si riflette in un indebolimento
del ricambio nella forza lavo- ro: chi entra è sempre meno rispetto a chi esce». Dunque il problema non è più “come aiutare i giovani a trovare lavoro”, ma il contrario? «Esattamente. La narrazione va rovesciata. Oggi è il Paese ad aver bisogno dei giovani. Il rischio non è che i giovani non trovino lavoro, ma che non ci siano abbastanza giovani per sostenere crescita, innovazione e sostenibilità del welfare. E infatti molti di loro se ne vanno altrove». Questo vale anche tutte le aree metropolitane che hanno visto un’emigrazione qualificata? «Vale per tutto il Paese. Altri Stati hanno evitato di scendere a livelli così bassi di natalità e, parallelamente, hanno investito molto sulla qualità delle nuove generazioni: competenze, formazione STEM, allineamento tra domanda e offerta di lavoro, valorizzazione professionale. Noi abbiamo fatto l’opposto: meno giovani e investimenti insufficienti su di loro». Qual è l’effetto combinato di questo doppio ritardo? «Il triplo svantaggio: pochi giovani occupati, pochi giovani che diventano genitori, molti giovani che emigrano. E una scarsa capacità di attrarne dall’estero con competenze elevate, perché un Paese che mostra poca fiducia nelle proprie nuove generazioni difficilmente appare attrattivo per quelle altrui». Le imprese italiane, in larga parte pmi, sono pronte al cambio culturale richiesto da questo scenario? «Devono esserlo. Finora si sono “aggrappate” alle coorti abbondanti degli over 50, che hanno una cultura del lavoro più tradizionale e competenze facilmente utilizzabili. Ma nei prossimi dieci anni più di sei milioni di lavoratori andranno in pensione. Non esiste, allo stato attuale, una quantità sufficiente di giovani pronti a sostituirli. Senza investimenti immediati su competenze, valorizzazione del lavoro femminiIe, formazione tecnica e STEM, conciliazione e flussi migratori qualificati, avremo un vuoto non colmabile». Se queste politiche venissero messe in campo ora, quale sarebbe l’effetto? «Duplice. Nell’immediato, più occupazione giovanile e immigrata e maggiore produttività. Nel medio periodo, meno squilibri demografici, perché condizioni abilitanti – lavoro stabile, conciliazione, servizi – favoriscono anche la natalità. Le imprese che comprenderanno questa direzione saranno più competitive; quelle che non lo faranno rischiano di contrarsi per semplice riduzione della forza lavoro disponibile». L’Italia rischia di diventare un Paese dove si studia e si torna solo alla pensione? «E uno scenario possibile se non cambiamo rotta. Oggi il principale vantaggio comparativo dei giovani italiani è la solidarietà familiare. Un valore che, però, è stato usato co- me alibi per non costruire un welfare pubblico adeguato: servizi per l’infanzia, congedi equilibrati, politiche per l’abitazione, strumenti che consentano reale autonomia. Quando mancano i nidi intervengono nonni e genitori; quando manca il supporto alla non autosufficienza intervengono i figli; quando manca un reddito adeguato interviene la famiglia. Ma questo meccanismo non è più sostenibile in un Paese che invecchia e in cui sia uomini sia donne hanno bisogno di lavorare». È qui che i giovani scelgono di partire? «Sì. Finché restano nella famiglia d’origine, stanno meglio in Italia che altrove. Ma quando devono diventare autonomi, l’estero offre condizioni più solide: welfare, salari, percorsi professionali, mercato del lavoro trasparente. Ed è un differenziale che gli altri Paesi valorizzano: accolgono i giovani italiani perché anche loro devono fronteggiare carenze demografiche». Tre priorità? «Investire strutturalmente sul capitale umano delle nuove generazioni; costruire politiche di conciliazione e servizi che permettano a uomini e donne di lavorare e avere figli; rendere l’Italia attrattiva per giovani qualificati, italiani e stranieri, integrando formazione, innovazione e lavoro di qualità».



