Degiovanimento e longevità: come cambia l’equilibrio tra le generazioni

I nonni supereranno i nipoti? Alla domanda risponde una fotografia demografica di un mondo che sta cambiando volto. Si tratta di una crisi silenziosa i cui effetti sono destinati a essere più profondi e duraturi di qualsiasi altro fenomeno. Ne abbiamo parlato con Alessandro Rosina, docente di demografia all’Università Cattolica di Milano e autore de “La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell’Italia” (Chiarelettere, 2025).

Per Rosina, «la conseguenza più evidente è lo squilibrio nel rapporto tra generazioni. Quando i nipoti diventano molti meno dei nonni, il rinnovo nella società e nel mondo del lavoro si indebolisce. L’invecchiamento della popolazione è l’esito positivo della longevità. Ciò che crea squilibri, in modo accentuato in Italia, è il degiovanimento, ovvero la riduzione delle nuove generazioni sotto livelli tali da non consentire un adeguato rinnovo generazionale. La questione non è se invecchiare o non invecchiare, ma se invecchiare bene o invecchiare male. E dove il degiovanimento è più accentuato si riducono le condizioni per invecchiare bene. Si riduce il peso elettorale dei giovani, diminuisce la possibilità di generare benessere, sviluppo e innovazione, si hanno sempre meno risorse per pensioni e salute pubblica, ma anche sempre meno personale e operatori per far funzionare il sistema di welfare».

Nell’indicare una priorità politica, al di là degli incentivi economici, per ridare fiducia ai giovani e invertire la crisi silenziosa della natalità, il docente di demografia non ha dubbi: «La priorità fondamentale è rispondere alla riduzione quantitativa delle nuove generazioni con maggior qualità e attrattività. Il punto da cui partire — spiega — «è rafforzare la transizione alla vita adulta, ovvero migliorare la possibilità di entrare in modo solido nella condizione di lavoratore e genitore, facendo in modo che tali due scelte possano integrarsi positivamente. Poi ciascuno e ciascuna sarà libero di decidere se dedicarsi più alla famiglia o esclusivamente al lavoro, ma quello che conta è poter davvero scegliere, non trovarsi a rinunciare a uno dei due ambiti di realizzazione per carenza di politiche adeguate. Quanto tali politiche mancano non solo diminuisce la natalità», evidenzia, «ma aumentano anche povertà economica ed educativa dell’infanzia; e si diventa meno attrattivi. I dati del Rapporto giovani 2026 dell’Istituto Toniolo mostrano come stia crescendo il numero di giovani donne italiane che decidono di andare all’estero, non solo per migliori opportunità di lavoro, ma anche per trovare condizioni di welfare più adeguato. La natalità, in definitiva, non cresce perché si distribuisce qualche bonus in più. Cresce quando aumenta la fiducia nella comunità in cui si vive e nel futuro collettivo».

Per Rosina, inoltre, non esiste un punto di non ritorno oltre il quale una popolazione non riesce più a rigenerarsi spontaneamente, ma esiste la trappola demografica. «Ovvero più gli squilibri aumentano, sottraendo sia potenziali lavoratori che potenziali genitori, più diventa difficile e impegnativo, fino a quasi impossibile, invertire la tendenza. L’Italia è già entrata, dal 2014, in una fase di continua riduzione della popolazione. Alcune stime indicano un dimezzamento da qui al 2100. Nel contempo la popolazione diventerà sempre più anziana. Diminuzione della popolazione e invecchiamento non condannano però necessariamente a un peggioramento delle condizioni di vita complessive. La combinazione tra una fecondità che risale sopra 1,5 figli in media per donna, aumento dell’occupazione giovanile e femminile, miglior gestione dell’immigrazione, uso virtuoso delle nuove tecnologie, valorizzazione di una lunga vita attiva, consentirebbe agli squilibri tra popolazione anziana e popolazione attiva di non diventare eccessivi e non peggiorare continuamente. C’è inoltre un altro aspetto cruciale — aggiunge — ovvero il fattore culturale e sociale. Se il rinvio delle scelte familiari diventa la norma, se precarietà e incertezza si consolidano, se avere figli viene percepito come un costo privato anziché come un valore sociale condiviso, allora il calo della natalità tende ad autoalimentarsi» Cosa dire, allora, ad una giovane coppia che oggi teme di mettere al mondo un figlio in un mondo segnato da crisi climatica, economica e geopolitica? «Innanzitutto che queste paure sono comprensibili» risponde il docente della Cattolica. «Ma direi anche che mettere al mondo un figlio non è mai stato un atto fondato sulla garanzia assoluta del futuro. È sempre stato, in qualche misura, un investimento di fiducia nella possibilità di costruire un domani migliore. Oggi più che mai servirebbe però una responsabilità collettiva. Non possiamo chiedere ai giovani di avere fiducia se la società non offre loro strumenti adeguati. La scelta di avere un figlio non può diventare una prova individuale di resistenza. Deve essere sostenuta da una comunità che investe realmente sulle nuove generazioni, sulla qualità del lavoro, sulla sostenibilità ambientale, sull’equità intergenerazionale».

Alcuni studiosi considerano l’immigrazione una soluzione reale al declino demografico. Per altri è solo un tampone temporaneo. «Se il tasso di fecondità rimane su livelli molto bassi per lungo tempo, come nel caso italiano, la riduzione della popolazione in età riproduttiva entra in un processo di avvitamento continuo verso il basso che nemmeno consistenti flussi migratori riescono più a compensare» ritiene Rosina, specificando che: «Se l’immigrazione non basta da sola a rispondere alla crisi demografica è comunque una componente essenziale. Se ben gestita con politiche di formazione e inclusione, consente sia di rispondere alla carenza di lavoratori in molti settori, sia di contribuire alla natalità. Proprio per questo non può essere intesa come alternativa alle politiche familiari e generazionali, ma efficacemente integrata» conclude. «Le difficoltà persistenti che trovano i giovani e le donne italiane nel realizzare i propri progetti di vita e integrarli positivamente con quelli lavorativi, risultano ancora maggiori per giovani e donne immigrate. La conseguenza, come mostrano i dati Istat, è una convergenza della fecondità delle coppie straniere verso quelle italiane. Se non diamo qualità al lavoro e valore alla scelta di avere figli, nessuno lo farà per noi. Tantomeno l’intelligenza artificiale».

LEGGI ARTICOLO COMPLETO