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Nelle tante analisi post voto, a stupire molti osservatori è stata l’ampia partecipazione dei giovani al referendum sulla giustizia, ben oltre le aspettative. Da una rilevazione di YouTrend per Sky Tg24 che ha messo insieme vari sondaggi, è emerso che la fascia tra 18 e 34 anni ha registrato l’affluenza più alta: 67,3 per cento di votanti, quasi otto punti sopra la media. Netta in particolare l’affermazione del No, attorno al 60 per cento (il Si invece ha prevalso solo nella fascia compresa tra 50 e 64 anni). La corsa ai seggi di molti giovani, secondo gli esperti, è stato un modo per mandare alla politica un messaggio chiaro, in un momento storico in cui ai tradizionali temi “cari” ai giovani (ad esempio ambiente ed Unione europea), si sono affiancati anche altri argomenti, in primis le guerre sempre più diffuse e vicine, soprattutto in Medio Oriente. Questioni che hanno richiamato in piazza tantissimi ragazzi e ragazze in questi due anni.
«Se questo però abbia inciso sul referendum è difficile dirlo perché il tema della giustizia era molto specifico e non si votava direttamente sul Governo. Di certo però le precedenti mobilitazioni per Gaza, ad esempio, rientrano tra gli aspetti su cui i giovani hanno voluto mandare un messaggio all’esecutivo», spiega Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, coordinatore scientifico dell’osservatorio giovani dell’istituto Toniolo e di quello sulla condizione giovanile della Lombardia.
Come si spiega l’alta affluenza del giovani rispetto alle precedenti tornate elettorali?
Diversamente dalle elezioni politiche, con il voto referendario il quesito era chiaro e concreto, così come lo era
l’esito che si andava a ottenere con il voto. E questa è una costante delle nuove generazioni, il desiderio di contare e di fare la differenza con il loro voto. Con il referendum sulla giustizia, poi, era possibile incidere sul risultato senza dover necessariamente aderire a una parte politica. Mentre di norma i partiti chiedono il voto in campagna elettorale salvo poi dimenticarsi dei giovani dopo le elezioni, creando così un senso di frustrazione. Poi ci sono altri aspetti da considerare.
Cioè?
L’importanza che i giovani danno alla Costituzione e ai suoi valori, rendendoli diffidenti da modifiche consistenti della Carta. Infine, come accennato, la possibilità di mandare un segnale a questo Governo, senza però dover aderire a un partito di opposizione. Tutto ciò ha mobilitato molte persone che alle scorse elezioni politiche non avevano votato. Sintetizzando, a richiamare alle urne molti ragazzi e ragazze sono stati il merito della riforma, la possibilità di fare la differenza e la volontà di lanciare un segnale.
Si è parlato di un quesito molto complicato. Questo ha avuto un peso sull’esito del voto?
Certo, ha inciso scoraggiando il voto a favore del Si. Questo perché nel momento in cui si ha davanti una riforma che va a toccare la Costituzione e, secondo alcuni, rischia di cambiare l’equilibrio dei poteri si chiede una riflessione approfondita. In questo senso la strada del No era quella più facile da interpretare come implicazioni perché lasciava le cose come sono. Mentre chi voleva votare Si, al contrario, doveva essere particolarmente ben informato sulle possibili conseguenze della riforma rispetto all’assetto attuale.
In questi casi si apre sempre la discussione su come tradurre un voto specifico in un voto politico. Su quali temi i partiti potrebbero lavorare?
Quelli che combinano lo sviluppo del Paese con la riduzione delle disuguaglianze. Un’Italia che cresce crea al tempo stesso anche opportunità per i più giovani e genera benessere condiviso, frenando così anche l’esodo di molti di loro all’estero. Ma occorre anche ridurre le disuguaglianze, territoriali e generazionali, lavorando ad esempio sui diritti sociali e civili. Intervenendo su questi campi è facile pensare che si possano coinvolgere anche i giovani nella vita politica.
Con il Giappone, l’Italia è il Paese con l’età media più anziana al mondo, il voto giovanile è cambiato con il tempo o ci sono paradigmi che rimangono sempre uguali?
Il peso elettorale dei giovani si riduce e l’agenda politica si sposta così verso le fasce più anziane, ben più decisive. E tutto ciò, in un circolo vizioso, aumenta il senso di impotenza dei giovani. Se però si fanno sentire sui loro temi, si mobilitano, si confrontano, allora anche la politica si interessa di loro e questo può aiutare a far diminuire la loro distanza dalla politica attuale.
Le alternative d’altronde sono drammatiche: una crescita dell’astensione oppure un voto con i piedi, ossia andandosene all’estero. Ci sono esempi negli altri Paesi che possono tornare utili?
Mi viene in mente la Brexit, nel 2016, quando gli anziani preferirono il leave (l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ndr) e i giovani invece optarono per il remain. L’esito di quel voto fu visto come un segnale negativo per i giovani, costretti a pagare sulla loro pelle quel risultato. Mentre dal referendum giustizia arriva invece un segnale positivo, perché i giovani con questa occasione hanno sperimentato che possono incidere nel processo decisionale. Ora si tratta di tradurlo in qualcos’altro.



