Estratto
Rosina non grida, non indulge nella nostalgia, non si rifugia nell’alibi culturale. Mostra i numeri, li interpreta e li connette alle scelte – o non scelte – della politica e del sistema economico. Il punto di partenza è noto, ma raramente affrontato senza infingimenti: l’Italia è diventata un Paese strutturalmente ostile ai giovani. Non solo perché ne nascono pochi, ma perché quelli che crescono trovano un mercato del lavoro fragile, tardivo, selettivo in modo distorto. La giovinezza si allunga, l’autonomia si accorcia. Non è una questione di mentalità, avverte Rosina, ma di opportunità mancate e di istituzioni che hanno smesso di investire sul futuro. Il cuore del libro sta proprio qui: nella critica alla retorica dell’adattamento. Per anni abbiamo raccontato ai giovani che dovevano essere flessibili, mobili, resilienti. Il risultato non è stato un sistema più dinamico, ma una generazione compressa, che entra tardi nel lavoro stabile, rinvia le scelte familiari e spesso sceglie l’uscita come unica strategia razionale. L’emigrazione giovanile, letta senza moralismi, diventa così un indicatore di fallimento collettivo. Rosina insiste su un punto che la politica tende a eludere: la denatalità non è un problema culturale, ma economico e istituzionale. Dove il lavoro è povero, discontinuo e poco valorizzante, la fecondità crolla. Dove i servizi per l’infanzia sono carenti e l’accesso alla casa è proibitivo, il progetto di vita si restringe. Non è il desiderio di avere figli a essere scomparso, ma la possibilità concreta di realizzarlo. Il libro colpisce anche per il modo in cui ribalta una narrazione consolidata: quella del conflitto generazionale. I giovani non sono una minoranza rumorosa che chiede privilegi, ma una maggioranza silenziosa che sostiene un sistema sbilanciato sugli adulti e sugli anziani. Il welfare italiano, costruito in un’altra epoca demografica, redistribuisce poco verso chi entra e molto verso chi è già dentro. Il risultato è una crescita lenta e diseguale, che si autoalimenta. Da economista sociale, Rosina guarda con attenzione al capitale umano sprecato. L’Italia forma giovani istruiti che poi non riesce a trattenere né a valorizzare. È un paradosso costoso, che pesa sulla produttività e sulla competitività (…).



