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Bello, e oggi quasi indispensabile, soprattutto per le nuove generazioni. E quanto tocca con mano Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano: «Dai dati che abbiamo emerge che per i giovani è sempre più importante la relazione. Mi spiego: desiderano vivere e lavorare in contesti in cui star bene, a livello emotivo e psicologico. E la famiglia, malgrado le tensioni, rimane il loro rifugio più importante, dove cercano, e spesso trovano, sostegno». Con un corollario: «Rispetto ai coetanei di altri Paesi, i nostri giovani sono meno sostenuti e apprezzati dallo Stato. Il welfare, l’aiuto fattivo lo hanno dalle famiglie d’origine. Sedersi insieme intorno alla tavola, vuol dire ribadire il legame, aiutarsi, ridurre la frenesia del vivere».
Ritrovare cibi mangiati da bambini, chiacchierare, rilassarsi. Effetto madeleine, noto anche come sindrome di Proust: sapori capaci di rievocare ricordi d’infanzia. Che sia in casa o al ristorante, la molla rimane.
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Meglio recuperare il pranzo del sabato/domenica, non importa se con la famiglia tradizionale alla Ettore Scola, o allargata con amici e nuovi compagni alla Ferzan Ozpetek. L’importante è ripristinare il rito del convivio insieme. «Gli studiosi si interrogano su questo bisogno di ritualità. Un tempo, c’erano tappe fisse, i battesimi, le cresime, i matrimoni… Oggi si festeggiano i micro-traguardi: la laurea, la patente, una nuova casa, una gara. Non più tappe collettive ma individuali» ricorda Laura Arosio. Dunque, non è vero che il tramonto del pranzo domenicale significasse il tramonto della famiglia, come qualcuno sostenne anni fa. «Non parlerei di sfaldamento della famiglia, assistiamo a un cambio di passo, a un’evoluzione. Si è ritrovato il senso di appartenenza».
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