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«In Italia assistiamo a un costante “degiovanimento”: ogni nuova generazione è meno numerosa di quella che l’ha preceduta e drasticamente meno di quelle ancora precedenti» spiega Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica all’Università Cattolica di Milano e autore di La scomparsa dei giovani (Chiarelettere). «Questo ha impatti su tutti gli ambiti. A partire dall’economia, perché si riducono i potenziali lavoratori: secondo l’Istat entro il 2050 l’Italia ne perderà 7,2 milioni. E la demografia si avvita ulteriormente verso il basso, perché diminuiscono anche i potenziali genitori. Tali squilibri danneggiano i giovani, che si trovano in un paese che investe di meno su di loro, ma anche la popolazione
anziana perché, a fronte di persone sempre più bisognose di cure, mancherà personale sanitario. Siccome poi i giovani non solo sono pochi ma molti – spesso i più qualificati – emigrano, saranno anche carenti gli ingegneri e tutte quelle figure che rendono competitivo e innovativo il Paese. Diventa così davvero sfidante mantenere un sistema di welfare solido e efficiente: un numero più ridotto di cittadini attivi dovrà sostenere con il proprio lavoro un numero crescente di pensionati». A sancire il rischio di declino si allinea l’analisi di Bankitalia, in base alla quale, se i tassi di partecipazione al lavoro restassero pari a quelli attuali, il Pil calerebbe di 9 punti in 25 anni. Intanto, tra culle già vuote e aziende che si svuoteranno, a risentire del calo demografico adesso sono anche le aule.



