Italia senza figli, formazione e qualità per avere un futuro

«Cambiando ottica. Quella del secolo scorso non va più bene».

Cosa vuol dire?
«Che fino a un certo punto abbiamo ragionato in termini di quantità. E funzionava. Ma non è più così. Adesso l’unità di misura deve chiamarsi qualità. Altrimenti siamo finiti».

Le due risposte che avete appena letto e quelle che troverete di seguito sono di Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano. La domanda iniziale del dialogo invece è rubata. O meglio copiata dalla fascetta che avvolge la copertina del libro La scomparsa dei giovani (Chiarelettere, pp.127, euro 16), ultimo saggio firmato dallo stesso Rosina attorno a quel cataclisma – una specie di terremoto lento e silenzioso, eppure devastante – denominato «declino demografico dell’Italia»: libro scritto non solo per descriverlo e spiegarne le radici ma anche, diciamo soprattutto, per indicarne possibili soluzioni.

Partiamo dai numeri?
«Giusto qualcuno, per capire. In Italia negli anni Settanta la classe demograficamente più consistente era quella degli under 15, poco meno di un quarto della popolazione totale. Adesso quei giovanissimi non arrivano al 12 per cento e presto saranno meno di un terzo dei 65enni, mentre la fascia oggi più numerosa è quella 55-59 e i bambini con meno di 4 anni non sono neanche due milioni».

Previsioni?
«Diciamo prima quelle che si sono rivelate sbagliate. Nel 2011 l’Istat prevedeva che fino al 2040 saremmo stati sempre di più e che fino al 2060 in Italia sarebbero nati almeno 500 mila bambini all’anno, invece dal 2014 è iniziato il calo demografico che abbiamo davanti e oggi siamo precipitati a 350 mila nascite mentre la previsione futura dell’Istat si è rovesciata ed è escluso che si possa tornare a più di 400 mila. È la presa d’atto, come scrivo nel libro, che la demografia ci è sfuggita di mano».

Quindi che fare?
«Dobbiamo entrare in un’ottica nuova, le categorie che avevamo sempre utilizzato per capire il mondo non servono più se vogliamo comprendere dove stiamo andando. Soprattutto se vogliamo aiutare i giovani a essere protagonisti e non vittime del cambiamento».

L’Occidente è sempre più ricco: perché la popolazione cala?
«L’alta fecondità del passato, come ancora oggi avviene in Africa, era legata all’alto rischio di mortalità infantile. Oggi, viceversa, il progresso della medicina ha reso normale diventare anziani mentre ci ha abituati a definire “inaccettabile” la morte di un bambino. Il ricambio generazione richiederebbe due figli per coppia, mentre siamo abbondantemente sotto. In apparenza si fanno meno figli perché visto che si muore di meno non ce n’è bisogno. In realtà le conseguenze sono pesantissime».

Di nuovo: si può intervenire?
«Come dicevo, se continuiamo a basarci sulla quantità non abbiamo scampo: per il carico sulle pensioni e sul sistema sanitario, per la riduzione della forza-lavoro e quindi della crescita economica, e quindi l’incapacità di garantire i servizi essenziali, e quindi la fuga dei giovani a cui stiamo assistendo, e l’abbandono della partecipazione politica, e l’elenco sarebbe ancora lungo. Prima per crescere bisognava aumentare la quantità dei consumi. Oggi dobbiamo migliorare la qualità delle relazioni. Dei servizi. Delle condizioni di lavoro. Per i giovani, da una parte. Ma anche la qualità degli anni di vita per gli anziani».

In concreto significa?
«Investire di più sulla formazione, sulla conciliazione vita-lavoro, sui servizi per l’infanzia».

Si dice da anni, perché non si fa?
«Perché sono scelte di lungo periodo. La politica ragiona sui voti, i giovani hanno poca rappresentanza e l’elettorato da accontentare nell’immediato è quello dei più anziani».

Ci sono speranze?
«Più che dalla politica vengono dall’economia. Quella sociale in primo luogo. Ma tutto dipende dalle nostre scelte. Non da eventi esterni. Dipende da noi».