ESTRATTO:
Ne discutevo venerdì sera, ad Alba, ad un tavolo dove tra gli altri c’era un importante architetto. Credo condizionato dalla lettura dell’ultimo libro di Alessandro Rosina (La scomparsa dei giovani. Le dieci mappe che spiegano il declino demografico in Italia) e da una chiacchierata con Gianni Cuperlo, che ha ispirato larga parte di queste riflessioni. (…)
(…)
Per quella serve visione. Chi avesse voglia di leggere il libro di Alessandro Rosina, riscoprirebbe che in tempi molto più inquieti e poveri di questi, dopo il disastro della Seconda guerra mondiale, una serie di esecutivi claudicanti immagina un’Italia capace (per trent’anni) di ridefinire alla radice il senso di sé. Tra il 1948 e il 1953, tre governi, tutti e tre De Gasperi, con tre maggioranze diverse e con il concorso di una maggioranza parlamentare decisamente più larga di quella dell’esecutivo, varano un gigantesco piano casa, la riforma agraria, la
Cassa per il Mezzogiorno, portano l’energia elettrica in ogni abitazione e, in seguito, alzano progressivamente l’obbligo dell’età scolastica. I giovani sono considerati una risorsa fondamentale. Ecco cosa porta al baby boom. La politica li mette al centro e, nel 1967, don Milani, avendo chiaro su quali spalle siamo chiamati ad appoggiarci, scrive: «La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde» (…)
Avevano più soldi, allora? No. Avevano più idee. Come poi in successivi momenti bui dimostreranno lo Statuto dei lavoratori o le leggi sul divorzio e sull’aborto. Idee che erano spinte da un motore eccezionale: la partecipazione dei cittadini.
L’Italia repubblicana nasce il 2 giugno 1946, ricorda Rosina: al referendum partecipano 25 milioni di persone, l’89% degli aventi diritti. Dodici milioni di uomini e tredici milioni di donne. La percentuale di voto, che raggiunge il 94% nel 1958, resta intorno al 93% fino al 1976. Un trend che nel 1992 è ancora fortissimo e tiene fino al 2014, quando comincia la desertificazione delle urne e si moltiplica la fuga dei giovani cervelli all’estero.



