Rapporto Giovani 2026: una generazione in bilico tra incertezza e voglia di contare

«I giovani non sono assenti o disinteressati, ma sempre più spesso faticano a riconoscersi in sistemi istituzionali e decisionali che non li considerano una priorità» Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e Statistica sociale e Coordinatore scientifico Osservatorio Giovani presso l’Università Cattolica – Istituto G. Toniolo, apre così il Rapporto Giovani 2026, la più approfondita ricerca italiana sull’universo giovanile, ricca di dati comparabili a livello internazionale.

L’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori è l’ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che per il quarto anno promuove, con il sostengo di Fondazione Cariplo, il Rapporto Giovani, base per un osservatorio permanente sulle nuove generazioni in Italia. L’indagine quantitativa coinvolge persone tra i 18 e i 34 anni e sonda valori, aspettative, progetti, fiducia nelle istituzioni, rapporto tra generazioni, lavoro, famiglia, genitorialità.

Crescere nel primo quarto del XXI secolo

Crescere nel XXI secolo significa fare i conti con un mondo strutturalmente instabile. È questa la premessa del Rapporto Giovani 2026, promosso in collaborazione con con Ipsos e curato da Alessandro Rosina ed Elena Marta, docente di Psicologia sociale. Dall’11 settembre alla Pandemia, dalla Grande Recessione al ritorno della guerra in Europa, le nuove generazioni hanno sperimentato crisi diverse ma cumulative. Ecco perché si parla anche di permacrisi. Su questo sfondo agisce una crisi demografica silenziosa: secondo le proiezioni del rapporto, nel 2050 i ventenni italiani saranno circa 2,1 milioni, a fronte di quasi 3,8 milioni di settantenni. Nel 2000 era l’inverso.

Fake news: il problema non è saper usare i social

Uno dei capitoli più discussi riguarda il rapporto dei giovani con la disinformazione online. I dati smontano un luogo comune: avere competenze digitali elevate non protegge dalle fake news. Al contrario, chi trascorre più ore sui social tende a mettere più like e a condividere più contenuti, inclusi quelli falsi. Il problema, sottolineano i ricercatori, non è tecnico, ma cognitivo: è lo scarso pensiero critico e analitico a rendere vulnerabili, non l’inesperienza con gli strumenti digitali. Emerge anche una differenza di genere: le ragazze condividono e mettono like in misura significativamente maggiore rispetto ai ragazzi.

“Contare”: il bisogno di sentirsi importanti

Il rapporto introduce il concetto di mattering: sentirsi valorizzati dalla comunità e percepire che il proprio contributo fa la differenza. Questa è una di lettura del benessere giovanile. I giovani italiani risultano incerti sul valore che la società attribuisce loro. I maschi dichiarano livelli maggiori di mattering e giustizia sociale percepita; le ragazze, invece, percepiscono più diseguaglianza economica. La ricerca mostra che è proprio la percezione di equità, non le competenze o il titolo di studio, il fattore che più incide sul senso di contare.

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