Superare la soglia tradizionale di entrata in età anziana non è più una condizione riservata a una stretta minoranza: è un traguardo dato per scontato per le generazioni adulte di questo secolo. La probabilità di arrivare a 65 anni, secondo i dati Istat, è ormai vicina al 95 per cento. La grande maggioranza ci arriva, inoltre, in buone condizioni di salute. Questo fatto, del tutto nuovo nella storia dell’umanità, porta con sé almeno tre implicazioni per la vita economica e sociale.
La prima è che il genere umano non ha mai avuto a disposizione un così ampio potenziale di vita pienamente vissuta e in salute fino ai 65 anni. La questione diventa quindi come utilizzarlo al meglio da parte dei singoli cittadini e, di conseguenza, come mettere a valore una base produttiva costituita da generazioni che dalla nascita fino alla fine dell’età adulta mantengono intatta la propria solidità, anziché ridursi progressivamente.
A indebolire questo dividendo positivo che la longevità offre è la denatalità. Da vari decenni la fecondità italiana è insufficiente a garantire l’equilibrio nel rapporto tra generazioni. Questo significa che ogni nuova generazione entra nel mercato del lavoro con una probabilità più elevata di rimanervi a lungo in buone condizioni di salute, ma anche con una consistenza numerica inferiore rispetto alle generazioni precedenti. Qui entra in gioco la prima parola chiave: il rinnovo. Le coorti che alimentano la vita attiva tendono via via a restringersi se non si interviene con una rigenerazione della forza lavoro su tre livelli: gestione dell’immigrazione, aumento dell’occupazione attraverso migliore formazione e più efficiente transizione scuola-lavoro, politiche di age-management e nuove tecnologie per sostenere la produttività.
La seconda implicazione riguarda la nuova fase che si apre oltre l’entrata tradizionale nell’età anziana. In particolare, la fascia tra i 65 e i 74 anni è quella che negli ultimi decenni maggiormente sta sperimentano un miglioramento in termini di salute e capacità cognitive. Non è più la stagione della vita in cui ci si rassegna a mettersi da parte. Qui si combina l’azione del rinnovo con quella dell’adattamento. Da un lato non si è più al centro del motore produttivo del paese e si entra in pensione; dall’altro cresce la possibilità di rimanere attivi sia sul versante sociale sia su quello economico, con un ruolo sempre più rilevante anche nei consumi. Servono quindi modelli nuovi di rappresentazione sociale, insieme a politiche di promozione e valorizzazione.
La terza implicazione riguarda la fase più avanzata della vita, quella degli oldest old, in cui aumenta la probabilità di fragilità e di perdita dell’autonomia. È la dimensione in cui la parola chiave dell’adattamento diventa decisiva. Il tema è stato messo al centro del convegno “Il grande adattamento. L’Italia dei seniores: generare valore, alleviare gli oneri”, organizzato il 13 marzo a Firenze da Neodemos e Cesfin. In tale contesto è stato ribadito come il ruolo del Servizio sanitario nazionale debba diventare sempre più centrale. Allo stesso tempo, la salute va concepita come un equilibrio dinamico, che dipende non solo dall’intervento medico ma anche dai comportamenti individuali, dalle reti sociali, dall’ambiente urbano e dalla qualità delle relazioni.
Fondamentale, anche qui, è il ruolo dell’innovazione tecnologica. La diagnostica avanzata, l’analisi dei dati clinici e l’intelligenza artificiale consentono una crescente personalizzazione delle cure. Tuttavia la tecnologia, da sola, non basta. Senza un ripensamento organizzativo – maggiore integrazione tra ospedale e territorio, équipe multidisciplinari, continuità assistenziale – il rischio è quello di sovrapporre strumenti nuovi a modelli assistenziali concepiti in un’altra epoca.
Adattarsi a una società longeva significa anche ripensare gli spazi in cui viviamo. Abitazioni più flessibili, servizi di prossimità, mobilità accessibile, spazi pubblici sicuri e inclusivi sono elementi essenziali per permettere alle persone di mantenere autonomia il più a lungo possibile. I luoghi “age-friendly” sono, a ben vedere, contesti migliori per tutti, con servizi di qualità, trasporti efficienti, verde pubblico fruibile e luoghi di incontro che favoriscono relazioni e scambi tra generazioni.
La società della longevità di massa non si governa, in definitiva, con gli schemi del passato. Per vivere bene e a lungo, va ribadito, è necessario migliorare la qualità in tutte le fasi della vita e la sostenibilità nel rapporto tra le diverse generazioni. Per riuscirci servono insieme rinnovo e adattamento: rinnovo delle energie demografiche e della base produttiva, adattamento delle istituzioni, del mercato, del sistema di welfare a una popolazione che cambia.


