Un accentuato declino delle nascite sta attraversando l’Europa non risparmiando nessun paese. Coinvolge anche contesti che fino a pochi anni fa riuscivano a mantenere il numero medio di figli per coppia vicino a 2. La preoccupazione è duplice. Da un lato vi sono le complicate conseguenze da gestire: riduzione della forza lavoro, aumento del rapporto tra popolazione anziana e attiva, pressione crescente sui sistemi di welfare. Dall’altro lato vi è una questione più profonda: comprendere le cause del calo e individuare politiche capaci di ridurre il divario tra numero di figli desiderati ed effettivamente avuti.
In Francia, ad esempio, le indagini continuano a mostrare un desiderio medio superiore ai 2 figli, mentre il tasso di fecondità si colloca attorno a 1,6. Il crollo delle nascite non è quindi imputabile semplicemente a una “crisi dei valori familiari” e tantomeno ad un rifiuto ad avere figli. Ma è anche vero che la generica dichiarazione di volere dei figli è sempre meno predittiva di una effettiva intenzione realizzativa.
Avere figli nelle società avanzate è una scelta libera, non più socialmente prescritta, di conseguenza anche sempre meno scontata. Dipende dalle condizioni oggettive del presente – lavoro, reddito, abitazione, servizi – ma anche da una visione positiva del futuro. La nascita del primo figlio, in particolare, è rimasta l’unico evento irreversibile nel passaggio alla vita adulta in un mondo pieno di incertezze. È comprensibile che porti con sé un elevato carico di impegno e responsabilità.
Tra i vari ostacoli, uno emerge con particolare forza in tutta Europa: l’accesso all’abitazione. Negli ultimi quindici anni, secondo dati Eurostat, l’Unione europea ha registrato un aumento medio dei prezzi di vendita delle abitazioni superiore al 50% e dei canoni di locazione di oltre il 25%. Le grandi città, dove si concentrano opportunità formative e lavorative, sono anche i luoghi in cui la distanza tra domanda e offerta è più acuta. Le aree periferiche o rurali risultano più accessibili, ma offrono meno possibilità occupazionali. Si crea così una tensione strutturale tra lavoro e abitazione.
Le nuove generazioni sono colpite in modo particolare, come messo in evidenza anche nella relazione presentata lo scorso 3 febbraio dall’ABI alla Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali della transizione demografica. Pesano i redditi mediamente più bassi, la maggiore incidenza di contratti temporanei, la minore capacità di accumulare risparmi per un anticipo sul mutuo (condizioni che frenano anche l’accesso a una pensione complementare).
Le conseguenze i giovani le riscontrano nella loro esperienza comune: aumento dell’età di uscita dalla casa dei genitori, convivenze forzate, difficoltà a formare una coppia stabile. Molti più giovani vivono con i genitori o in soluzioni transitorie rispetto a quanti lo sceglierebbero liberamente.
Anche per questi motivi la Commissione europea ha deciso di porre la questione al centro dell’agenda, con l’European Affordable Housing Plan, riconoscendo l’abitazione come elemento chiave della coesione sociale e della competitività economica. La casa non è solo un bene economico. È un prerequisito simbolico e materiale della progettualità familiare. Non sorprende, quindi, che le ricerche più recenti evidenzino una relazione tra stabilità abitativa e intenzioni di avere figli anche nei Paesi nordici. Anche nel dibattito francese più recente, la difficoltà di accesso alla casa è esplicitamente indicata come ostacolo alla natalità su cui intervenire, insieme al sostegno economico e a congedi che coinvolgano maggiormente i padri e offrano tempo adeguato per entrambi i genitori al momento della nascita.
L’Italia sconta un ritardo su tutti questi fronti. Se è tutta l’Europa a trovarsi in difficoltà, nel nostro paese permane un’ampia distanza dall’area scandinava, dove i servizi per l’infanzia risultano più consolidati e diffusi; al tempo stesso, risulta meno incisivo e sistematico anche il recente impegno rispetto a contesti come Spagna e Francia, che stanno rilanciando con maggior vivacità le politiche di conciliazione e di condivisione delle responsabilità familiari. Di fronte a questi divari e ostacoli, continuare a ripetere che sono le donne italiane e i giovani italiani che non vogliono avere figli contribuisce a fornire il ritratto di un paese non interessato a sostenere tali scelte, con la conseguenza di vincolarle al ribasso o incentivando a realizzarle altrove.
Se davvero volessimo rispondere alla crisi demografica dovremmo meglio agire su più leve in modo coerente: rafforzare la solidità e la qualità dei percorsi lavorativi; aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, soprattutto nelle aree urbane ad alta domanda; garantire strumenti che armonizzino per entrambi i generi tempi di vita e di lavoro; gestire in modo positivo e lungimirante i flussi migratori; costruire un quadro di politiche stabili nel tempo, capace di generare fiducia.
In Italia il potenziale guadagno ottenibile da queste misure è particolarmente elevato. I tassi di occupazione giovanile e femminile sono tra i più bassi in Europa e la permanenza nella famiglia di origine tra le più prolungate. Un miglioramento su questi fronti risponde allo stesso tempo sia al contenimento delle cause della bassa natalità sia alla mitigazione delle conseguenze.
Non si tratta, in definitiva, di “convincere” ad avere figli, ma di costruire un contesto che faccia percepire alle nuove generazioni che tale scelta è positivamente integrabile nei loro percorsi di autonomia, mobilità, realizzazione personale e professionale.


