Giovani ai margini, una risorsa sprecata

Secondo i dati Eurostat riferiti al 2024 (ultimo dato completo disponibile), nel nostro Paese non studia e non lavora il 15,2% delle persone nella fascia 15-29, contro l’11,0% medio Ue.

Difficile trovare un altro paese in Europa con più debole presenza, rispetto all’Italia, delle nuove generazioni nei processi che generano sviluppo e benessere nel proprio territorio.

Se aumenta la popolazione anziana, come avviene in tutte le economie mature avanzate, diventa un problema la riduzione della popolazione giovanile e corrispondentemente della forza lavoro potenziale. Se diminuisce la consistenza di chi entra nel mondo del lavoro riuscendo sempre meno a compensare le uscite verso la pensione e il fabbisogno espresso dalle aziende, diventa un problema non formare bene i giovani, non incrociare in modo efficiente domanda e offerta, non valorizzarne pienamente il capitale umano.

Non può, allora, lasciar sereni il fatto che il nostro Paese sia tra quelli con peggior combinazione in Europa di bassa presenza di giovani e di alta percentuale di NEET, ovvero di under 35 che non studiano e non lavorano. Solo la Romania nell’Unione europea presenta su quest’ultimo indicatore un dato peggiore al nostro. Negli ultimi anni si è osservata in molti Stati una riduzione del fenomeno, anche grazie a un restringimento quantitativo dell’offerta per cause demografiche, con l’Italia rimasta però nelle posizioni più sfavorevoli.

Secondo i dati Eurostat riferiti al 2024 (ultimo dato completo disponibile), nel nostro Paese non studia e non lavora il 15,2% delle persone nella fascia 15-29, contro l’11,0% medio Ue. Se ci si posiziona al centro della transizione scuola-lavoro, ovvero nella classe 25-29, il dato sale a oltre 1 su 5 (21,5%) e rimane attorno a tale livello anche nella classe 30-34. Scendere a 1 su 10 o ancor meno è possibile, come dimostrano non solo i paesi dell’area scandinava, ma anche i Paesi Bassi, l’Austria o anche grandi e complessi paesi come la Germania. Siamo, in valore assoluto, il paese che maggiormente contribuisce a tener ampio il fenomeno dei Neet in Europa: si tratta di circa 2 milioni tra gli under 35 italiani.

Eppure le imprese in tutta la penisola segnalano difficoltà crescenti nel reperire figure professionali essenziali: saldatori, assemblatori, elettricisti, infermieri, tecnici specializzati. Anche nel campo delle competenze alte — ingegneri, informatici, data scientist — la domanda supera l’offerta.

Alla base di questo fenomeno sta un intreccio complesso di fattori culturali, istituzionali ed economici. Dalle rilevazioni comparative internazionali dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo emergono come nodi principali indicati dagli intervistati italiani under 35: la debolezza dell’orientamento scolastico, servizi per l’impiego poco efficaci, carenza di percorsi di riqualificazione per chi interrompe gli studi o perde il lavoro.

I paesi in Europa che meglio prevengono il rischio di diventare Neet oltre a presentare più bassa dispersione scolastica implicita ed esplicita, offrono più solidi percorsi professionali all’interno di un sistema duale, favorendo la possibilità per giovani sopra i 16 anni di essere contemporaneamente studenti e lavoratori, dentro un quadro di obiettivi formativi, garanzie e responsabilità definito.

Uno dei principali obiettivi formativi dovrebbe essere quello di portare i giovani a riconoscere l’importanza di alimentare continuamente e attivamente il circuito virtuoso di imparare e fare (il principale antidoto al “non imparare” e “non fare” dei NEET), come base dinamica su cui costruire e consolidare il proprio percorso professionale e di vita.

Investire su una solida formazione di base, però, non basta. Una delle chiavi principali dello sviluppo del paese sta, del resto, proprio nello spostamento al rialzo del rapporto tra valorizzazione del capitale umano e competitività delle aziende, al cui centro sta l’aumento della qualità dell’offerta e della domanda di competenze.

Pesa sul nostro paese anche la carenza di politiche di conciliazione: il tasso di NEET cresce con l’età soprattutto sul versante femminile, segno della difficoltà di raccordare percorsi formativi, lavoro e responsabilità familiari in un Paese che ancora scarica sulle donne buona parte del welfare informale. Inoltre il lavoro sommerso, soprattutto nel Mezzogiorno e tra i giovani stranieri, scoraggia l’ingresso qualificato nel mercato e alimenta circoli viziosi di inattività e sfiducia.

L’Italia, infine, non sconta soltanto criticità nell’offerta di lavoro, ma anche limiti sul lato della domanda. Per i membri della Generazione Z è fondamentale essere riconosciuti nella propria specificità. Non vogliono portare soltanto competenze tecniche, ma ciò che sono. Se non percepiscono crescita personale e contributo distintivo, perdono motivazione e lasciano.

Formare bene i giovani, inserirli in modo efficiente nel mondo del lavoro, valorizzarne al meglio il contributo qualificato nelle aziende e nelle organizzazioni, consente di rispondere alla riduzione quantitativa dei nuovi entranti con un rafforzamento qualitativo della loro presenza nei processi che alimentano sviluppo economico, innovazione sociale, competitività internazionale. Frenerebbe, inoltre, la loro fuga verso l’estero e li metterebbe nelle condizioni di realizzare in modo più solido anche i loro progetti di vita.

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