Immigrazione: dalla politica dei flussi alla politica del capitale umano

In Italia si continua a discutere di immigrazione soprattutto come emergenza o come problema di sicurezza. Nel frattempo stiamo diventando uno dei Paesi in cui maggiormente  la scarsità di lavoratori rischia di frenare crescita economica, innovazione e sostenibilità del welfare.

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In Italia si continua a discutere di immigrazione soprattutto come emergenza o come problema di sicurezza. Nel frattempo stiamo diventando uno dei Paesi in cui maggiormente  la scarsità di lavoratori rischia di frenare crescita economica, innovazione e sostenibilità del welfare.

Il disegno di legge che dà attuazione al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, attualmente all’esame in Senato, affronta aspetti importanti: procedure per la protezione internazionale, identificazione, accoglienza, rimpatri e coordinamento amministrativo. Si tratta di strumenti necessari per una gestione più ordinata ed efficace dei flussi migratori. Sarebbe però un’occasione mancata se il confronto politico si fermasse a questa dimensione. L’immigrazione non è soltanto una questione amministrativa, né esclusivamente di sicurezza. È ormai parte integrante della transizione demografica che sta ridefinendo il futuro dell’Italia.

Il numero delle nascite continua a diminuire e la longevità aumenta. Il risultato non è semplicemente una popolazione più anziana, ma un progressivo restringimento delle nuove generazioni e della forza lavoro potenziale. È questo il vero nodo strategico. Questa dinamica è già visibile nelle difficoltà di reperimento del personale. Le rilevazioni del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere mostrano che oltre la metà delle assunzioni programmate dalle imprese risulta di difficile reperimento, con punte ancora più elevate nelle professioni tecniche, nella sanità, nell’edilizia, nella logistica, nel turismo e nei servizi alla persona.

Non si tratta soltanto di un problema per alcuni comparti produttivi, è a rischio la capacità complessiva del Paese di sostenere crescita, innovazione, servizi sul territorio. Le nuove proiezioni recentemente pubblicate dall’Eurostat rafforzano questa lettura. La popolazione tra i 20 e i 64 anni, secondo lo scenario di riferimento, è destinata a passare dal 58% al 53,5% entro il 2050, con l’Italia che nello stesso orizzonte crollerà al 51%. Contemporaneamente gli ultraottantenni cresceranno dal 6,2% all’11% nella Ue e dal 7,8% al 14% in Italia. La questione decisiva, quindi, non è semplicemente quanti abitanti avrà l’Europa, ma come garantire un equilibrio sostenibile tra forza lavoro, sviluppo economico e welfare.

In una società caratterizzata da una riduzione strutturale della popolazione in età attiva, da una domanda crescente di lavoro nei servizi essenziali e da una stagnazione demografica di lungo periodo, anche i flussi migratori non originati da motivazioni economiche contribuiscono progressivamente, attraverso i percorsi di integrazione e l’inserimento nel mercato del lavoro, alla dotazione di capitale umano disponibile nel Paese. Per questo motivo, pur restando distinta la logica normativa che regola l’asilo rispetto a quella dell’immigrazione economica, gli effetti complessivi delle diverse componenti migratorie convergono nel determinare la quantità e la composizione del capitale umano effettivamente disponibile sul territorio nazionale.

Un caso particolarmente rilevante è quello dei profughi ucraini, entrati in Europa attraverso un regime di protezione temporanea. Le stime UNHCR indicano che nel 2025 circa il 57% delle persone in età lavorativa risulta occupato nei Paesi UE. In molti casi si osserva, piuttosto, un fenomeno di sotto-inquadramento professionale rispetto alle qualifiche possedute.

Un Paese con squilibri strutturali accentuati come l’Italia non può compensare stabilmente il deficit di natalità facendo leva esclusivamente sui flussi migratori. Ma è anche vero che nessun Paese caratterizzato da rapido restringimento della popolazione attiva può affrontare con successo questa trasformazione senza una gestione efficace e lungimirante dell’immigrazione. Occorre quindi superare due rappresentazioni speculari e ugualmente riduttive su cui è schiacciato il dibattito pubblico italiano. Da una parte quella che considera l’immigrazione quasi esclusivamente una minaccia da contenere; dall’altra quella che la presenta come una soluzione automatica al declino demografico.

La vera sfida è costruire una politica migratoria che sappia tenere insieme governo dei flussi, integrazione, benessere e sviluppo. L’attuazione del Patto europeo può offrire anche questa opportunità, se sarà accompagnata da una visione strategica che vada oltre la gestione delle procedure. Il primo passaggio consiste nel collegare stabilmente la programmazione dei flussi alle prospettive demografiche del Paese, agli effettivi fabbisogni del mercato del lavoro e agli squilibri territoriali.

Il secondo riguarda l’integrazione. Una politica migratoria moderna non si misura soltanto sul governo degli ingressi, ma ancor più dalla capacità di trasformare l’arrivo in partecipazione al mercato del lavoro, apprendimento della lingua, riconoscimento delle competenze, inclusione sociale e pieno contributo alla crescita del Paese. È lungo questo percorso che l’immigrazione genera sicurezza, coesione sociale e sviluppo, come ben evidenziato dal recente Rapporto “Conoscere per includere” dell’Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione. Infine, è necessario collocare la politica migratoria all’interno di una più ampia strategia nazionale di adattamento alla transizione demografica. L’Italia continua a discutere di politiche migratorie come se costituissero un ambito autonomo delle politiche pubbliche. Le trasformazioni demografiche suggeriscono invece una chiave di lettura integrata.

La riduzione delle nuove generazioni, l’invecchiamento della forza lavoro e la crescente competizione internazionale per attrarre persone qualificate rendono sempre più strategica la capacità di generare, trattenere, attrarre e valorizzare competenze. In questa prospettiva cambia anche il significato della politica migratoria. Essa non rappresenta più una risposta contingente a un’emergenza, ma una delle componenti della strategia con cui l’Italia costruisce il proprio capitale umano e, attraverso di esso, la propria capacità di crescere in una società longeva.

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