Le giovani generazioni, il basso peso elettorale e le priorità politiche

Invecchiamento della popolazione e squilibri generazionali vengono generalmente descritti come una sfida per il mercato del lavoro e per il welfare. In realtà, le implicazioni sono molto più ampie. In gioco c’è la capacità stessa di mantenere uno sguardo rivolto al futuro.

giovani generazioni

Invecchiamento della popolazione e squilibri generazionali vengono generalmente descritti come una sfida per il mercato del lavoro e per il welfare. In realtà, le implicazioni sono molto più ampie. In gioco c’è la capacità stessa di mantenere uno sguardo rivolto al futuro.

La democrazia è costruita sul principio della pari rappresentanza dei cittadini. L’invecchiamento demografico introduce però una forma insidiosa di asimmetria. Molte delle decisioni oggi più rilevanti producono effetti che si dispiegheranno nell’arco di molti decenni. Coloro che ne subiranno più a lungo le conseguenze sono prevalentemente le giovani generazioni e chi deve ancora nascere. Eppure proprio queste componenti rappresentano una quota sempre più ridotta dell’elettorato.

La questione fondamentale diventa, allora, come consentire ai nati nel XXI secolo di sentirsi realmente protagonisti della società in cui vivono e di esercitare un’influenza significativa sui modelli economici e sociali destinati a governare i prossimi decenni, senza rimanere imprigionati nell’inerzia istituzionale ereditata dal secolo scorso.

Quando i giovani percepiscono il proprio futuro come strutturalmente limitato e cresce la sensazione che le decisioni fondamentali vengano prese da forze fuori dal loro controllo, tendono a sviluppare un senso di impotenza che rischia di paralizzare le scelte più importanti della vita: gli investimenti nella formazione, l’ambizione professionale, la mobilità territoriale, la partecipazione civica, compresa la decisione di avere figli. Poche decisioni sono orientate al futuro quanto quella di diventare genitori. È anche quella maggiormente esposta all’incertezza.

Il risultato non è semplicemente un adattamento individuale, ha ricadute sullo stesso squilibrio demografico e sul senso di fiducia, andando a intaccare aspetti nevralgici del funzionamento dei sistemi democratici. Le democrazie sono efficaci nel rappresentare ciò che il passato consegna al presente. Sono, invece, in crescente difficoltà a far contare ciò che dal presente si protende nel futuro.

L’Italia offre uno degli esempi più evidenti di queste dinamiche. Il suffragio universale fu introdotto in Italia nel 1946. I nati nel XX secolo già nel 1950 rappresentavano circa il 68% della popolazione adulta. Le generazioni nate dal 1950 in poi sono diventate la maggioranza dell’elettorato ben prima dell’inizio del nuovo millennio: nel 2000 gli elettori tra i 18 e i 49 anni costituivano oltre il 55% degli aventi diritto al voto. La situazione è radicalmente diversa per i nati nel XXI secolo. Secondo lo scenario mediano delle previsioni ISTAT, essi non raggiungeranno la maggioranza dell’elettorato prima del 2058. Nel 2050 i nativi di questo secolo saranno appena il 38,6% degli elettori. Questo dato è, tra l’altro, una sovrastima del loro effettivo peso politico: una quota crescente dei giovani residenti in Italia ha cittadinanza straniera e non può quindi partecipare alle elezioni politiche.

Le generazioni nate dal 2000 in poi si trovano, insomma, nella condizione di rimanere una minoranza elettorale per gran parte della loro vita adulta. Rischiano di invecchiare all’interno di istituzioni progettate prevalentemente da generazioni precedenti e per una società profondamente diversa da quella in cui esse vivranno e vorrebbero progettare di poter vivere.

I cicli elettorali premiano risultati immediati, mentre le riforme strutturali incontrano spesso resistenze perché i loro costi sono percepibili prima dei benefici. L’invecchiamento demografico rischia di accentuare ulteriormente questa tendenza, trasformandola da caratteristica contingente a elemento strutturale.

Non mancano le evidenze della tensione tra interessi immediati e di lungo periodo. In molti Paesi il debito pubblico è cresciuto a dismisura trasferendo oneri rilevanti alle generazioni future, proprio quelle che dispongono di un peso elettorale relativamente ridotto. Le politiche abitative hanno spesso favorito chi possiede già un immobile rispetto a chi si affaccia al mercato immobiliare. La distribuzione della spesa pubblica tende a privilegiare necessità e garanzie di oggi rispetto agli investimenti necessari per accrescere il benessere di domani. Anche le azioni collettive sui temi ambientali continuano a procedere con difficoltà, con i costi maggiori del cambiamento climatico che ricadranno sulle generazioni più giovani.

Questa dinamica assume una rilevanza ancora maggiore nell’era dell’intelligenza artificiale. L’umanità sta entrando in una delle più profonde transizioni tecnologiche della propria storia. Affinché il potenziale che può esprimere possa essere positivamente indirizzato, è però necessario disporre di istituzioni capaci di governare i processi di cambiamento in modo da distribuire democraticamente le opportunità, anziché concentrarle in pochi soggetti. Ciò richiede che la voce delle nuove generazioni trovi adeguata rappresentanza nei processi decisionali che orientano il modello di sviluppo. Ecco, invece, che il cambiamento tecnologico accelera e rende sempre più decisive le scelte orientate al futuro proprio quando diminuisce il peso delle generazioni che vivranno più a lungo le conseguenze di tali decisioni.

Il rapporto tra demografia, democrazia e tecnologia richiede una visione ampia e integrata. La base comune è la necessità di costruire una società nella quale le nuove generazioni possano sviluppare fiducia nel futuro, trovare spazi di autonomia, orientare i processi di innovazione, contribuire alla definizione delle priorità collettive. Negli ultimi anni sono state avanzate diverse proposte per rafforzare i meccanismi di partecipazione e rappresentanza: abbassare l’età del voto, dare maggior peso alle giovani generazioni, introdurre organismi parlamentari dedicati agli interessi di lungo periodo, sviluppare sistemi di valutazione intergenerazionale delle politiche pubbliche. Sono strumenti diversi, ciascuno con vantaggi e limiti. Ma tutti nascono dalla stessa consapevolezza: la struttura demografica della popolazione non è neutrale rispetto al funzionamento della democrazia. Va chiarito che la soluzione non consiste nel ridurre il peso degli anziani, ma nel rafforzare la capacità collettiva di orientare il cambiamento.

La risorsa più scarsa di questo secolo potrebbe non essere il lavoro, il capitale o persino l’innovazione tecnologica, ma la capacità di generare fiducia nel futuro e di consentire a coloro che lo vivranno più a lungo di contribuire davvero a costruirlo.

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