Ogni generazione è diversa dalle precedenti. Diversa non significa migliore o peggiore, ma portatrice di sensibilità, competenze e modi di interpretare il mondo che nascono dentro uno specifico contesto storico. Non è lo stesso avere vent’anni negli anni Sessanta, negli anni Novanta o durante la pandemia. Ogni epoca ridefinisce opportunità e vincoli. Ignorare la prospettiva generazionale significa non vedere queste differenze strutturali e leggere il presente con categorie del passato.
Le democrazie moderne sono nate in società caratterizzate da un’ampia presenza di nuove generazioni. Questo garantiva peso elettorale e centralità alle istanze proiettate in avanti. Oggi viviamo in società longeve. L’Italia è passata da una popolazione in crescita a una popolazione in contrazione demografica: i giovani diminuiscono, gli anziani aumentano. Il rovesciamento della piramide delle età non è un semplice dato statistico; incide sulle decisioni collettive, ridefinendo priorità di spesa, equilibri del welfare e orizzonte temporale delle politiche.
Il rischio non è soltanto la marginalizzazione numerica dei giovani, ma un indebolimento della loro capacità di incidere sulle questioni centrali del proprio tempo. I dati del Rapporto Giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, in uscita in questi giorni, mostrano come molti ventenni percepiscano di contare sempre meno, sia demograficamente sia elettoralmente. Quando l’impegno presente non appare capace di produrre miglioramento futuro, si riduce la fiducia; e con essa la disponibilità a investire nel proprio Paese, a progettare percorsi di lungo periodo.
In questo quadro, l’equità tra generazioni non è un tema etico astratto, ma una questione strutturale per la sostenibilità sociale, economica e demografica. Non significa solo evitare che i giovani di oggi stiano peggio dei loro genitori. Significa metterli nelle condizioni di affrontare un mondo diverso, fornendo strumenti adeguati a sfide inedite.
Un welfare del XXI secolo non può limitarsi alla protezione. Deve configurarsi come investimento in capacità: formazione, innovazione, partecipazione, autonomia. La giustizia intergenerazionale non è un gioco a somma zero. Investire oggi nelle opportunità delle giovani generazioni non sottrae risorse alle altre, al contrario; contribuisce alla sostenibilità complessiva del sistema nel lungo periodo. L’equità tra generazioni rappresenta dunque un investimento collettivo, non un costo.
In questo contesto si colloca l’introduzione, con la Legge n. 167/2025, della Valutazione d’Impatto Generazionale (VIG). Tale strumento può rimanere un adempimento formale — una verifica ex ante volta a controllare che una politica non danneggi eccessivamente una coorte rispetto a un’altra — oppure può diventare una leva trasformativa delle politiche pubbliche. Perché accada la seconda ipotesi, occorrono alcune condizioni. Ne indichiamo tre tra quelle contenute nel Rapporto di ASviS e Save the Children presentato il 5 marzo.
La prima riguarda il superamento di una concezione puramente difensiva e correttiva dell’equità intergenerazionale. Tradizionalmente, l’attenzione si è concentrata sull’evitare svantaggi irreversibili. È un obiettivo necessario, ma non sufficiente. La VIG dovrebbe valutare in che misura le politiche ampliano le capability delle nuove generazioni, riducono la distanza tra potenziale e possibilità reali di scelta, rafforzano autonomia, partecipazione e responsabilità lungo il corso di vita. Non si tratta soltanto di chiedersi “chi perde?”, ma “chi non viene messo nelle condizioni di sviluppare il proprio potenziale?”.
In questa prospettiva, la VIG può orientare investimenti pubblici e privati verso gli snodi critici del corso di vita: istruzione, transizione scuola–lavoro, accesso alla casa, genitorialità, condizioni di lunga vita attiva e in salute. L’equità diventa così un principio abilitante, capace di ricostruire fiducia nel futuro e di contribuire alla sostenibilità demografica e sociale, oltre che economica.
La seconda condizione riguarda la partecipazione. Le migliori pratiche internazionali mostrano che la qualità della valutazione migliora quando è accompagnata da forme strutturate e stabili di COINVOLGIMENTO generazionale. La partecipazione non può essere una consultazione episodica o simbolica. Deve tradursi in contributo informativo qualificato, coprogettazione delle politiche, legittimazione democratica delle scelte di lungo periodo. Coinvolgere giovani e cittadinanza nella VIG significa rafforzare la qualità analitica delle decisioni e, al tempo stesso, avvicinare le nuove generazioni alla politica.
La terza condizione riguarda l’integrazione degli scenari demografici di medio-lungo periodo. La VIG non può prescindere dal quadro demografico. L’Italia e l’Unione Europea affrontano dinamiche di bassa fecondità e invecchiamento accelerato. Le valutazioni dovrebbero incorporare sia gli scenari tendenziali elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica, sia scenari-obiettivo realistici e sostenibili. È necessario monitorare con regolarità il percorso del Paese, verificando se le politiche adottate avvicinano o allontanano dagli obiettivi di sostenibilità nel rapporto generazionale.
Politiche apparentemente neutrali nel breve periodo possono produrre effetti regressivi nel lungo periodo, soprattutto in contesti di declino demografico. La VIG dovrebbe rendere espliciti questi trade-off, aumentando la trasparenza delle scelte pubbliche: chi beneficia oggi, chi paga domani, quali effetti si producono su coorti numericamente crescenti o decrescenti, quali implicazioni emergono per mercato del lavoro, welfare e sostenibilità fiscale.
L’equità tra generazioni non è una questione settoriale, ma la condizione per governare l’incertezza del XXI secolo. Se le nuove generazioni non esprimono il proprio potenziale, è l’intero sistema che rinuncia a una parte del proprio futuro. La VIG rappresenta un passo importante in questa direzione. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di utilizzarla non come strumento meramente difensivo, ma come leva generativa capace di orientare le politiche pubbliche verso la costruzione di un futuro condiviso. Non basta retoricamente affermare che i giovani sono il futuro, occorre coerenza istituzionale nel tradurre questa affermazione in scelte concrete.


