Dal 2014 la popolazione italiana è in continua diminuzione. Il declino degli abitanti del nostro paese è la conseguenza del fatto che l’aumento della popolazione anziana e il saldo migratorio positivo non sono più in grado di controbilanciare la riduzione della popolazione giovanile. Questo significa che l’Italia non solo si restringe demograficamente ma sta diventando sempre più squilibrata al proprio interno a sfavore delle fasce più attive, dinamiche e produttive.
La popolazione residente è complessivamente scesa da 60,3 milioni nel 2014 a meno di 59 milioni oggi. Secondo le previsioni Istat nel 2050 saremo meno di 55 milioni nel 2050, ritornando ai livelli che avevamo nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso. E’ un problema? Quanto è nato il Sistema sanitario nazionale, nel 1978, il numero medio di figli per donna era ancora su livelli che garantivano l’equilibrio nel rapporto tra generazioni (come noto vicino a 2,1 mentre oggi siamo sotto 1,2); l’Italiano “tipo” era un trentenne e gli anziani costituivano una componente relativamente contenuta della popolazione. Da allora al 2050 la fascia tra i 18 e i 34 anni si troverà a ridursi da circa 14 milioni a poco più di 8 milioni, viceversa quella di 75 anni e oltre ad espandersi da circa 2,5 a 11,5 milioni. A metà di questo secolo l’italiano “tipo” sarà un settantacinquenne, ovvero a quell’età corrisponderà il numero più alto di residenti nel nostro Paese.
Va precisato che l’invecchiamento della popolazione è un processo dovuto al positivo allungamento della vita media. La sfida di garantire solide basi per una lunga vita attiva è comune a tutte le economie mature avanzate. Quello che compromette tale possibilità, più in Italia che negli altri paesi con cui ci confrontiamo, è lo svuotamento delle classi di età più giovani.
Come documentato e argomentato nel mio recente libro “La scomparsa dei giovani” (Chiarelettere 2025), non possiamo evitare la crescita delle fasce anziane, quello che possiamo intelligentemente fare è mettere i cittadini nelle condizioni di arrivare a tale età mantenendo benessere e salute. Questo va a favore sia della qualità della vita delle persone sia della sostenibilità del sistema paese. Per investire in tale direzione è necessario migliorare la formazione, l’attenzione agli stili di vita, la qualità del lavoro, l’accumulazione e l’uso dei risparmi, la prevenzione, la disponibilità di nuove tecnologie abilitanti. Ma se le nuove generazioni sono meno numerose e faticano a costruire percorsi formativi e professionali solidi, si indeboliscono le risorse – umane ed economiche – necessarie a sostenere un Paese che invecchia. Gli stessi giovani rischiano, inoltre, di trovarsi con bassi salari e carriere discontinue che portano a rinunciare ad avere figli, ad accumulare insufficienti contributi previdenziali e a rinunciare a una pensione integrativa. Questo vale ancor più per le donne. Non è un caso che aumenti la mobilità dei giovani verso l’estero e a crescere al loro interno sia soprattutto la componente femminile.
E’ quindi evidente che una società della longevità sostenibile ha bisogno di investire sulla qualità. Sia in termini di condizione attiva e salute per la crescente popolazione anziana, sia in termini di formazione e qualità del contributo allo sviluppo economico e dei percorsi professionali delle generazioni più giovani. Utilizzare meglio risorse economiche e tempo, nella dimensione personale e collettiva, è sempre più strategico per continuare a garantire sviluppo e benessere nelle economie mature avanzate.
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