Più longevi, meno giovani: riusciremo a trovare equilibrio tra generazioni?

Anno dopo anno diminuisce la forza lavoro potenziale, a fronte dell’espandersi della domanda di spesa per pensioni e assistenza espressa dalla crescente popolazione anziana

Dar conto di come sarà la demografia italiana e mondiale tra 160 anni è forse un’operazione meno complessa di quella di chi 160 anni fa, ovvero nel primo decennio dell’Unità d’Italia, si fosse posto l’obiettivo di prevedere la demografia di oggi.

In quel periodo le condizioni erano quelle dell’antico regime demografico, con un equilibrio che ha accompagnato per millenni la civiltà umana dalla rivoluzione del Neolitico in poi. L’aspettativa di vita era attorno o poco superiore ai 30 anni, conseguenza di una elevata mortalità infantile e rischi che si mantenevano comunque alti in età giovanile e adulta. Erano pochi, di conseguenza, gli anziani. Gli over 65 non superavano il 5% della popolazione. La struttura era tipicamente quella di una piramide, con base larga che però si restringeva velocemente.

Garantiva un ricambio generazionale sufficiente a dare continuità alla popolazione un tasso di fecondità attorno ai 5 figli per donna. Su cinque figli alla nascita per coppia in media due arrivavano all’età dei genitori. Anche i movimenti migratori erano limitati. Erano poco comuni gli spostamenti di residenza dal Sud al Nord del paese (o viceversa) e dall’Italia all’estero (o viceversa). La percentuale di italiani all’estero o stranieri in Italia era praticamente irrisoria. Chi avrebbe potuto a quel tempo prevedere che 160 anni dopo in Italia la durata di vita sarebbe arrivata a superare gli 80 anni, che il numero medio di figli per donna sarebbe stato poco superiore a 1, che i nonni sarebbero diventati molti più dei nipoti, che flussi annui di varie centinaia di migliaia di persone in entrata e uscita sarebbero stati la norma?

Cosa potrà accadere nei prossimi 160 anni di più imprevisto e preoccupante rispetto all’analogo periodo lasciato alle spalle? Quello che può succedere nello scenario peggiore è la parte più facile da immaginare. Anno dopo anno diminuisce la forza lavoro potenziale, a fronte dell’espandersi della domanda di spesa per pensioni e assistenza espressa dalla crescente popolazione anziana. Questo scenario ha tre ripercussioni intrecciate: difficoltà per le imprese nel reperire competenze adeguate; meno personale e riduzione dei servizi di protezione e utilità sociale; meno risorse per formazione, politiche attive del lavoro, ricerca e sviluppo. Si indebolisce così ulteriormente la condizione delle nuove generazioni, da cui deriva una minore capacità innovativa e competitiva del sistema paese, a parità di dotazione tecnologica, rispetto alle altre economie mature avanzate. Con la riduzione della base imponibile (per la platea sempre più stretta di contribuenti) la pressione fiscale sui lavoratori attivi aumenta e quindi si riducono i salari reali, già oggi bassi e discontinui tra i giovani italiani. Di conseguenza ci si troverebbe con previsioni che a ogni nuova edizione andrebbero a rivedere al ribasso le nascite e al rialzo i flussi di uscita, in una spirale negativa che si autoalimenta.

Negli ultimi decenni l’Italia si è svuotata riuscendo comunque a garantire, pur con crescente difficoltà, una certa tenuta economica e sociale, ma quanta popolazione anziana non autosufficiente possiamo aggiungere e quanti occupati possiamo togliere perché tale tenuta si conservi?

Delineato lo scenario peggiore più complesso è interrogarsi su cosa potrebbe invece accadere se l’Italia riuscisse ad accompagnare positivamente i grandi cambiamenti in corso. Come insegna la storia della transizione demografica, le dinamiche di lungo periodo non sono mai il semplice risultato di inerzie naturali, ma il prodotto dell’interazione tra vincoli strutturali, scelte collettive e capacità di risposta istituzionale.

Nel resto di questo secolo il mondo continuerà a essere attraversato da forti divergenze demografiche. Secondo le previsioni dell’Onu, l’Europa sarà il continente maggiormente in declino, mentre l’Africa rimarrà di fatto l’unico a mostrare una crescita intensa. I rapporti tra le due sponde del Mediterraneo non potranno che diventare sempre più centrali. Subire questa asimmetria significherebbe esporsi a squilibri ingestibili; governarla in modo cooperativo può invece trasformarla in una leva di sviluppo reciproco. Per l’Italia, ciò implica il passaggio da una gestione emergenziale dei flussi migratori a una strategia strutturale funzionale alla rigenerazione della forza lavoro. Nei prossimi dieci anni più di sei milioni di lavoratori usciranno per pensionamento, senza che esistano coorti numericamente sufficienti a sostituirli. In carenza di investimenti immediati su formazione tecnica e accademica, valorizzazione del lavoro femminile, conciliazione tra vita e lavoro e attrazione di immigrazione qualificata, il vuoto non sarà colmabile.

Se invece tali politiche venissero attivate in modo solido, l’effetto sarebbe duplice. Nell’immediato aumenterebbero occupazione e produttività; nel medio periodo si ridurrebbero gli squilibri demografici, perché condizioni abilitanti – lavoro stabile, autonomia, servizi – rendono meno fragile anche la scelta di diventare genitori.

Accanto alle dinamiche demografiche classiche, il resto del secolo sarà segnato da almeno due trasformazioni di portata inedita. La prima riguarda le nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale, il rapporto uomo-macchina, le tecnologie abilitanti non agiscono solo sulla produttività, ma ridefiniscono il valore del lavoro umano, le competenze richieste e l’organizzazione delle fasi professionali e di vita. In una società che invecchia, la tecnologia può diventare un fattore di compensazione della riduzione della forza lavoro, ma solo se accompagnata da investimenti in capitale umano e da un uso inclusivo delle innovazioni. In caso contrario, rischia di accentuare disuguaglianze e segmentazioni generazionali.

La seconda trasformazione riguarda la lunga vita. Per la prima volta nella storia, non possiamo escludere che una quota maggioritaria di chi nasce oggi superi i 100 anni in condizioni di relativa autonomia. Questo cambia radicalmente il rapporto tra età, lavoro, formazione e partecipazione sociale. La rappresentazione tradizionale del corso di vita – studio, lavoro, pensione – diventa sempre meno adeguata. Allo stesso tempo sono in corso mutamenti che annunciano profonde implicazioni sui meccanismi riproduttivi, sul rapporto tra corpo e tecnologia, sulle capacità cognitive e sensoriali. Nulla di questo è ancora pienamente definito, ma è in grado di rivoluzionare le coordinate del sistema di rischi e opportunità all’interno del quale vengono esercitate le nostre scelte. Ciò che rimane vero è che un paese che riesce a valorizzare le nuove generazioni, accompagnare la lunga vita, attrarre talenti e usare le tecnologie in modo inclusivo non solo contiene il declino demografico, ma crea le condizioni per gestire positivamente i cambiamenti in atto anziché subirli. È la premessa per aprirsi ad un mondo diverso dal passato, ma non necessariamente meno vitale.

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