I giovani ora scelgono Lega e Pd Resiste lo schema città-periferia

29/05/2019
I giovani ora scelgono Lega e Pd Resiste lo schema città-periferia AVVENIRE

Questa volta il voto dei giovani si è concentrato su Pd e Lega, due partiti che sembrano riflettere la dicotomia città-campagna che ha caratterizzato la dialettica Pci-Dc negli anni Settanta. Con la differenza che, malgrado l’elettorato «plurimo» del Carroccio, la frattura territoriale interpretata dal leghismo sta radicalizzandosi. È la sintesi delle analisi del voto di Rosina, Pombeni e Feltrin.

Due partiti per i giovani. «Ci sono due formazioni politiche che godono di un’ attenzione particolare da parte delle nuove generazioni – spiega Alessandro Rosina, coordinatore scientifico del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo – ma che non sono riuscite in queste elezioni a raccogliere con successo il loro voto. Si tratta del Movimento 5 stelle ed Europa verde. Il primo ha circa dimezzato i voti rispetto alle politiche, il secondo ha raddoppiato i consensi nei confronti delle Europee precedenti ma rimanendo sotto la soglia del 4% e lontano dai successi dell’ onda greenin molti altri Paesi. Le analisi dell’ Osservatorio avevano evidenziato  sia la diminuzione del M5s tra gli under 35, sia un interesse verso i temi dell’ ambiente, però sottotraccia, sia per la poca capacità dei partiti italiani di proporre una offerta politica appetibile e convincente in coerenza con questa sensibilità, sia per la preoccupazione accentuata in Italia per le difficoltà legate al lavoro e all’ incertezza per il proprio futuro».

Le formazioni politiche che hanno ottenuto più consensi dai giovani, commenta, sono, «in misura diversa, il Partito democratico e la Lega. Il voto a questi due partiti riflette molto le differenze interne agli stessi millennials e in parte alla Generazione Z. Chi ha votato il Pd (e +Europa) sono stati soprattutto giovani con maggiori risorse socioculturali e più favorevoli al rilancio del progetto europeo. Chi ha saputo intercettare il malessere e lo scontento di molti giovani è stata la Lega, interpretando sia la protesta verso un’ Europa ritenuta lontana, sia la domanda di rassicurazione e protezione, in assenza di vere soluzioni, verso le sfide del mondo che cambia».

L’ elettore leghista. Paolo Pombeni, professore emerito di Storia dei sistemi politici europei all’ università di Bologna,
vede un «elettorato plurimo» nel successo leghista: «Accanto allo zoccolo duro che protestava e protesta per i diritti
‘conculcati’ del Nord si è aggiunto il consenso di chi vuole cambiare classe dirigente – la circolazione delle élite è una
costante dei sistemi politici – e si concentra sul più ‘forte’. È già avvenuto con il M5s ma in quel caso era più un’
adesione all’ ideologia che al leader, come nel caso di Salvini. C’ è una terza componente che lo premia: la Lega
appare più affidabile del Movimento cinque stelle in quanto ha una tradizione di governo consolidata». Secondo il
politologo, l’ economia pesa sul voto, ma quella ‘percepita’: «Il Reddito di cittadinanza non è stato decisivo perché era appena partito e ha cambiato la vita a pochissimi. Inoltre, venendo erogato dall’ Inps, comunica l’ idea di una
prestazione ‘dovuta’ dallo Stato e non di un vantaggio concesso da una parte politica. Diverso il caso di ‘quota cento’:
è stato percepito come un privilegio ed è scattata la gratitudine verso Salvini».

Uno schema antico. Per il politologo Paolo Feltrin, l’ analisi deve essere cauta a causa della volatilità del voto: «Oggi
nascono e muoiono interi partiti nel giro di poche consultazioni elettorali. Abbiamo assistito alla parabola di Forza
Italia, a quella del Pd di Renzi, ora del M5s… Il voto ha un significato meno forte, più di istinto e meno di identità».
Anche sulla dicotomia tra città e campagna, Feltrin usa le lenti della prudenza: «La Dc aveva gli stessi andamenti che
presenta oggi la Lega nei capoluoghi dove c’ era una borghesia laica: laici e comunisti hanno sempre preso più voti in
città». Quanto alle motivazioni del divario, Feltrin mette le mani avanti: «Quando si mette in relazione l’ andamento
elettorale con il titolo di studio o il benessere di una popolazione si corre il rischio di un razzismo alla rovescia. Anche quando vi fosse una relazione, ricordiamo che se fosse stato per i ceti medio alti che guidavano il Paese negli anni ’50 noi saremmo nel blocco sovietico. Non sempre chi ha più conoscenza ha più fiuto politico. La Dc era un partito di contadini e ha garantito il periodo più lungo di pace che si ricordi». Uomo del Nord-Est, Feltrin non è tenero neanche con i veneti: «Essendo incapaci di alleanze pensano che la soluzione ai loro atavici problemi passi attraverso l’ isolazionismo: il voto alla Lega ha questo significato in Veneto, dove non a caso raggiunge livelli che altrove non raggiunge, ma resta una manifestazione di impotenza, esprime un disagio di stampo altoatesino più che bavarese».

L’ incremento di consensi della Lega nelle regioni nordiche, ammette, radicalizza la frattura territoriale, ma con lo
sfondamento di Salvini al Sud «la questione settentrionale sta cambiando».