La guerra stronca il desiderio di fare figli

10/11/2023
La guerra stronca il desiderio di fare figli LA STAMPA - 10 Novembre 2023

La guerra in Ucraina era cominciata da poco meno di tre giorni, due anni fa, quando la fotografia di una bambina appena nata, Mia, ha fatto il giro del mondo. Sua madre l’aveva partorita di notte, in uno dei rifugi antiaerei di Kiev. Quella foto ci aveva fatto dire, pensare, scrivere: la vita vince sempre sulla morte, anche in guerra. Però non è vero: nel corso di un conflitto si muore moltissimo e si nasce pochissimo. Il calo demografico si registra durante e dopo, anche molto dopo, tanto nei Paesi in cui si combatte, quanto altrove, nel mondo intorno. «Le guerre stanno indebolendo la propensione ad avere figli: tutti i rapporti che abbiamo lo dicono. E questo riguarda i giovani italiani, spagnoli, tedeschi: la visione positiva del futuro, già molto provata, viene ulteriormente minata, e condiziona le decisioni più impegnative e responsabilizzanti, come è quella di costruire una famiglia», dice a La Stampa Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano.

Pertanto, il fatto che, dagli anni Cinquanta in poi, ci sia stata una riduzione delle vittime di guerra e, insieme, un aumento dei conflitti, non allevia l’impatto delle guerre sulla demografia. Sarà sempre più difficile assistere a un babyboom come quello italiano degli anni Sessanta, quando l’euforia della ripresa dalla Seconda guerra mondiale incrementò le nascite: all’epoca, sul mettere al mondo un bambino non gravavano le incertezze strutturali del nostro tempo e, soprattutto, la voglia di creare una famiglia era robusta, indiscussa, nella maggior parte dei casi anche indiscutibile.

Professor Rosina, precisamente un anno fa la popolazione mondiale ha raggiunto gli 8 miliardi di persone. Le guerre in corso saranno in grado, nel futuro prossimo, di condizionare l’andamento demografico mondiale?

«L’impatto diretto delle guerre c’è sempre stato e si prevede che continuerà ad avere gli effetti che ha avuto finora: rilevante nel territorio interessato dal conflitto ma incapace di stravolgere l’assetto della popolazione globale, a meno che non accada qualcosa di straordinariamente grave».

Cosa intende per impatto diretto?

«La mortalità, prima di tutto, che registra le più alte perdite tra i soldati e, poi sulla popolazione civile, che muore non solo per via delle bombe, ma pure perché l’accesso alle cure diventa più difficoltoso ed è più esposta ai rischi di epidemie. Poi c’è la migrazione, poiché i conflitti producono profughi e rifugiati, tanto dentro quanto fuori un Paese, pensi all’Ucraina e ai flussi di persone che si sono spostate da febbraio del 2022 verso la Polonia e l’ Europa: una parte di loro non tornerà indietro e questo impoverirà e infragilirà Kiev, insieme alla possibile ridefinizione dei confini ucraini, che aggraverà la perdita della Crimea di anni fa. Si pensi anche alle conseguenze della riscrittura dei confini nella ex Jugoslavia, tanto in termini di instabilità politica quanto in spopolamento di aree interne, altro effetto collaterale di un effetto diretto delle guerre: le migrazioni, appunto».

E le nascite?

«In guerra si nasce pochissimo. Non ci sono le condizioni per formare una famiglia, gli uomini sono al fronte e si vive una condizione di disagio perenne che affievolisce la fecondità. Ma il punto più rilevante è quello che succede dopo: in passato, dopo un grande trauma, di solito, si assisteva a una ripresa rapida e molto vivida: i matrimoni e le unioni riprendevano, così come le nascite. Oggi è molto diverso: formare una famiglia non è più scontato e, anzi, è una scelta molto debole, riflettuta, indagata. E il rischio è quindi che, dopo le ferite della guerra, anziché ripartire di slancio, i Paesi che l’hanno subita si ritrovino a fronteggiare un andamento demografico indebolito, e in sofferenza cronica. L’Ucraina era già un paese con una natalità molto bassa e con molti flussi migratori in uscita: è molto probabile che la guerra abbia accelerato ulteriormente tanto l’uscita di popolazione quanto il declino della natalità. In sostanza, le condizioni che in passato consentivano di recuperare un declino demografico dopo una guerra, oggi si ripropongono assai più faticosamente. Così, un Paese si ritrova a fare i conti con una fragilità persistente dal punto di vista demografico».

Gaza può fare eccezione, visto quanto è giovane la popolazione?

«A Gaza  la natalità è particolarmente elevata: è una forte dimostrazione identitaria, nel fare figli la comunità trova il mezzo migliore di esprimere il suo desiderio di venire riconosciuta e, naturalmente, di esistere. La guerra è andata a incidere su questa popolazione che ha una base demografica ampia, difficilmente riscontrabile altrove, anche in Medio Oriente, e che però adesso viene fortemente colpita, ma gli effetti futuri dipenderanno dal modo in cui si deciderà di risolvere la crisi attuale».

A pesare sulle fragilità persistenti che un conflitto crea rispetto alla demografia, sono di più gli aspetti economici o quelli psicologici?

«Non minimizzerei nessuna delle due componenti. E questo vale, nel nostro tempo, dappertutto, non solo nei Paesi che escono da una guerra. I ragazzi di tutto il mondo si sentono minacciati da quello che succede a Gaza: per tutti, è un ennesimo segnale di futuro fosco, insicuro, insondabile. Le nostre società sono abitate da chi considera prioritario fare figli e, quindi, non bada alle difficoltà oggettive, e li fa comunque. Non sono pochi, però, quelli che a fare figli sono poco interessati e, pertanto, li farebbero solo in presenza di condizioni oggettivamente adeguate».

Quali sono queste condizioni?

«La sicurezza economica e la garanzia di un benessere, inteso nel senso più ampio: di un tenore di vita che renda possibile la felicità. Se ci confrontiamo con Paesi come Francia e Svezia, la sensibilità rispetto al cambiamento climatico pesa su tutti e riduce la natalità. In Italia, dove ci sonno condizioni oggettivamente peggiori per fare una famiglia, quella sensibilità ha un peso maggiore. La fecondità è bassa tanto in Italia quanto in Francia, ma in Italia è dell’1,2 figli per donna, e in Francia dell’1,8. Quella differenza è legata a condizioni oggettive e carenze di politiche pubbliche adeguate».

Perché gli immigrati che arrivano in Italia smettono di fare figli?

«Perché si scontrano con le stesse difficoltà che hanno le donne e le famiglie italiane: la vita è molto più complessa, accedere ai servizi non è scontato, e non si può far affidamento alla propria rete familiare. E poi cambiano gli orientamenti di valori. Ma nonostante questo la fecondità italiana è 1,2: quella delle straniere è di 1,9».

Quale potrebbe essere una variabile imprevista che ribalta tutto?

«Una innovazione tecnologica a servizio di uomini e donne, che diventi di effettivo supporto per lavorare bene e in sicurezza e di essere ben pagati e avere più tempo: ecco, questo ci consentirà di essere più efficienti e produttivi anche essendo di meno: perché saremo sempre di meno e più longevi ».