La crisi demografica italiana sta presentando numeri implacabili. Da un lato siamo uno dei paesi più longevi al mondo e con maggior aumento della popolazione anziana, dall’altro le nascite precipitano ogni anno sempre più in basso. Non torneremo mai ai livelli di un milione di bambini venuti alla luce nel 1964, ma anche la metà di tale valore è oramai fuori dalla portata per gli squilibri accumulati.
I nati nel 2025 sono stati circa un terzo, pari a 355 mila, compresi quasi 50 mila con nazionalità straniera. Se si proiettasse meccanicamente il ritmo di diminuzione osservato negli ultimi 15 anni, ci troveremmo nel 2040 con 150 mila nascite.
La buona notizia è che ciò non accadrà. Con ragionevole certezza possiamo dire che non continuerà la dinamica negativa osservata negli ultimi anni e che una inversione di tendenza (sulle nascite, non certo sulla popolazione) è possibile. Stiamo, infatti, entrando in una fase nuova rispetto a quella che ha favorito il crollo continuo nello scorso decennio e buona parte di questo. Per spiegare perché dobbiamo partire dal fatto che il numero delle nascite tra i residenti in un paese dipende dal numero di donne in età riproduttiva e dal numero medio di figli per donna.
Rispetto all’azione combinata di tali due fattori possiamo suddividere le dinamiche recenti del nostro paese in tre fasi. La prima guidata dal crollo del tasso di fecondità su livelli molto bassi, fino al minimo relativo del 1995. In tale anno il numero medio di figli scese per la prima volta sotto 1,2. Da lì iniziò però una fase di risalita, favorita anche dall’immigrazione, che si interruppe negli anni della Grande recessione. Nel 2008 il tasso di fecondità era arrivato a 1,45 e le nascite a 577 mila. Questa seconda fase non è però stata omogenea in tutto il territorio nazionale: l’aumento del numero di figli per donna si è concentrato nelle regioni centrosettentrionali mentre è rimasto negativo l’andamento nel Mezzogiorno.
La terza fase è quella che ha portato le nascite a precipitare ovunque in tutto il paese: nel 2013 si scende sotto il dato del 1995, nel 2015 sotto il mezzo milione e via via fino a poco più di 350 mila l’anno scorso.
Questa fase di crollo accentuato si deve all’entrata in azione del fattore strutturale, ovvero al basso tasso di fecondità si aggiunge anche la contrazione dei “potenziali genitori”. In particolare la fascia cruciale femminile tra i 30 e i 34 anni, in cui si colloca l’età media alla maternità, da oltre 2,2 milioni nel primo decennio del secolo scende a poco più di 1,5 a fine 2025.
Stiamo, però, ora entrando in una nuova fase con l’ingresso al centro della vita riproduttiva dei nati dopo il 1995 e prima dell’impatto della Grande recessione. Si apre, quindi, una temporanea finestra positiva, in cui il fattore strutturale è sostanzialmente disattivato e le nascite tornano a dipendere di fatto solo dalla fecondità. In particolare, la componente femminile nella fascia 30-34 anni si manterrà sopra 1,5 milioni fino alla fine del prossimo decennio.
Questo significa che se il tasso di fecondità rimarrà quantomeno costante, le nascite smetteranno di diminuire. Questa, tra l’altro, è anche l’ipotesi meno favorevole tra quelle incluse dall’Istat nelle sue previsioni. In tale scenario il numero medio di figli rimane attorno a 1,2 e nel 2040 ci si ritroverebbe con un ammontare di nati di fatto equivalente a quello del 2025.
Le cose possono, certo, anche andar peggio rispetto al peggior scenario contemplato dall’Istat. Del resto la condizione di giovani e donne continua ad essere tra le più deboli nel quadro europeo, vincolando al ribasso le loro scelte. In ogni caso, anche se il tasso di fecondità dovesse ridursi ulteriormente, il trascinamento verso il basso delle nascite risulterebbe molto meno accentuato rispetto a quanto accaduto nel recente passato. Secondo, invece, lo scenario “mediano”, quello considerato dall’Istat più verosimile, il tasso di fecondità salirebbe nell’orizzonte del 2040 a 1,37 (comunque sotto l’attuale media europea) sollevando le nascite a 400 mila. Nello scenario Istat più favorevole – quello a cui dovremmo mirare – il tasso di fecondità si porta sopra 1,5 (comunque sotto l’attuale dato francese) e le nascite andrebbero a posizionarsi sopra 450 mila.
Non c’è però nulla di automatico, servono politiche solide e mirate a partire dai territori più deboli. Il rischio è altrimenti non solo di perdere l’occasione per imboccare un percorso di rinsaldamento delle basi demografiche, ma di inasprire anche le diseguaglianze.
Va infatti precisato che la finestra favorevole non coinvolge il Sud. Come abbiamo detto, la ripresa della fecondità tra 1995 e 2010, che alimenterà la presenza dei potenziali genitori nei prossimi 15 anni, si è concentrata nel Centro-Nord. Il Mezzogiorno, al contrario, ha continuato a perdere terreno, sia sul fronte delle nascite sia su quello migratorio.
Per questo il tema decisivo non è semplicemente incentivare a “fare figli”, ma creare condizioni favorevoli per le nuove generazioni, e soprattutto per le donne nelle età in cui oggi si concentra la formazione della famiglia. Attorno ai trent’anni si sovrappongono, infatti, tutte le principali tensioni biografiche: ingresso stabile nel lavoro, autonomia abitativa, costruzione della coppia, incertezza reddituale, scelta di avere figli.
E’, quindi, proprio nel Mezzogiorno che interventi efficaci su giovani e donne possono produrre i maggiori benefici. Agire con particolare attenzione lì significa non solo contrastare il calo delle nascite, ma anche ridurre la continua perdita di capitale umano.


