Italia, generazione zero figli: il peso delle incertezze e dei cambiamenti culturali

In Italia abbiamo troppi figli o troppo pochi? Se ne abbiamo pochi è per una questione culturale o per difficoltà oggettive?

Sicuramente ne abbiamo meno rispetto ai paesi con cui ci confrontiamo. In un’Europa in deficit demografico, ci sono paesi con tasso di fecondità non troppo sotto 2 – soglia di equilibrio per il rinnovo generazionale – altri che faticano ad arrivare a 1,5. Altri ancora, come l’Italia, vicini a 1 o poco sopra.

Dobbiamo però anche chiederci se il punto di riferimento oggi sia ancora 2. Nei primi decenni del Secondo dopoguerra la fecondità era superiore a tale livello, ma comunque più bassa rispetto alle generazioni precedenti. All’apice del Baby boom il tasso era 2,7, contro un valore pari a 5 all’epoca dell’Unità d’Italia.

Ma negli anni Cinquanta e Sessanta 5 figli non era più il numero di riferimento. Da un lato la riduzione della mortalità infantile e giovanile rendeva non più necessario avere tanti figli perché qualcuno arrivasse in età adulta. D’altro lato il mondo era cambiato e il “quando” e “quanti” figli erano diventati una scelta da esercitare, non un semplice fatto naturale. In tale contesto la famiglia idealtipica era composta da due figli. Se non c’erano motivi per volerne di più o di meno, ci si adeguava a tale modello.

Tutt’attorno c’era però anche un modello sociale ed economico che favoriva tale comportamento demografico. Il modello di famiglia era ancora quello tradizionale, con però migliori prospettive di lavoro per i giovani rispetto ai loro genitori. Si usciva presto dalla famiglia di origine. Bastava uno stipendio per formare una famiglia. Maggiore era la mobilità sociale e positiva la visione del futuro.

Il 2,7 del Baby boom lo consideriamo alto perché confrontato a 2, non al 5 del passato. Oggi il punto di partenza non è 5, nemmeno 2, ma zero. Se quindi l’1,14 del 2025 è poco rispetto a 2, provocatoriamente possiamo dire che è tanto rispetto a non averne affatto.

Le nuove generazioni non vogliono sentire l’avere figli come norma sociale a cui conformarsi. Danno valore alla scelta di averli e la considerano un arricchimento solo se la genitorialità si inserisce positivamente, sul versante maschile e femminile, in un percorso di realizzazione personale e professionale. E a patto che ci siano le condizioni per spendere tempo positivo con i figli, per poter investire sulla loro crescita, per dar loro sicurezza economica e opportunità da cogliere.

Aggiungere rispetto a zero è ciò che gran parte di essi desiderano. Ma si confrontano oggi con grandi fonti di incertezza a livello globale che suscitano insicurezza e ansia rispetto a scelte particolarmente impegnative verso il futuro, come quella di generare una vita che vada oltre la propria.

Come molte ricerche confermano, tale insicurezza può essere contenuta se si sente attorno un solido contesto supportivo e promozionale. In Italia gli squilibri generazionali e di genere rimangono più accentuati rispetto al resto d’Europa e anche le politiche familiari sono più deboli su vari fronti. Assieme a questo va aggiunta la narrazione pubblica negativa, in particolare l’essere considerati una generazione destinata a viver peggio rispetto ai propri genitori. Perché, quindi, avere un figlio se tutti danno per scontato che si troverà a vivere in un paese peggiore dell’attuale?

Allora sì, è un problema culturale. Ma rispetto ai fattori che frenano l’investimento pieno, con generosità e fiducia, sulle nuove generazioni. Che frenano la capacità di pensare che proprio con le nuove generazioni l’Italia può diventare un paese migliore.

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