Uno spettro si aggira per l’Europa. Quello della crisi demografica, come confermano le previsioni Eurostat pubblicate in questi giorni. Con Italia precursore di declino e invecchiamento della popolazione.
Eppure queste dinamiche non hanno finora portato a un indebolimento della forza lavoro. Al contrario, negli ultimi anni il numero degli occupati è cresciuto. Si tratta, però, di una fase temporanea. Nella popolazione in età attiva sono ancora presenti le generazioni nate quando il numero medio di figli per donna era superiore a due. In particolare, la fascia 55–64 anni conta oggi circa 9,3 milioni di persone e presenta un tasso di occupazione superiore al 60%, con valori oltre il 70% tra gli uomini e poco sopra il 50% tra le donne. Risulta, quindi, una componente largamente inserita nei processi produttivi, che costituisce l’attuale colonna portante dell’equilibrio nel mercato del lavoro.
Questo equilibrio, però, è destinato a mutare in modo strutturale nel giro di pochi anni. Il picco verrà raggiunto attorno al 2028, quando la popolazione tra i 55 e i 64 anni sfiorerà i 9,5 milioni. Da quel momento inizierà una riduzione progressiva e irreversibile. Le generazioni del Baby boom e della Generazione X usciranno dal mercato del lavoro e saranno sostituite dalle coorti numericamente più ridotte nate dalla metà degli anni Ottanta in poi.
Il passaggio ha portata inedita: entro i prossimi 10–15 anni, tutta la popolazione sotto i 65 anni sarà in diminuzione, mentre a crescere da quel momento sarà solo la componente tradizionalmente considerata “anziana”. In particolare, la fascia 65–74 anni, oggi intorno ai 7 milioni, salirà fino a circa 8,9 milioni nel 2038, diventando la classe di età più consistente dal punto di vista demografico. L’italiano “tipo” (età modale) diventa, quindi, un over 65.
Questo cambiamento viene prevalentemente letto in termini di rischio: carenza di forza lavoro, aumento della spesa previdenziale, pressione sui sistemi di welfare. Si tratta di elementi reali, ma una lettura esclusivamente difensiva è riduttiva. Se si osserva il fenomeno con uno sguardo coerente con la società della longevità, emerge una dimensione diversa: non solo una riduzione della popolazione attiva tradizionale, ma anche la crescita senza precedenti di una nuova fase della vita, dotata di tempo, competenze ed energie.
Le evidenze sulla salute, sulle capacità cognitive e sulle condizioni psico-fisiche indicano che l’ingresso nella vera età anziana tende ormai a collocarsi più avanti, attorno ai 75 anni e oltre. Questo significa che la fascia 65 e oltre non può più essere considerata una categoria residuale indistinta. In particolare, quella dai 65 ai 74 anni si configura come una fase autonoma, che non rientra in modo classico né nel tempo della formazione (tipico fino ai 25 anni) né in quello del lavoro (prevalente in età 25-64) né in quello della fragilità (proprio di chi ha 75 anni e oltre). Eppure sta assumendo un ruolo cruciale per le condizioni di sviluppo e sostenibilità del paese nei prossimi anni.
Il tasso di occupazione tra i 65 e i 74 anni in Italia è attorno al 10%, poco sotto la media europea. Secondo le stime Eurostat e della Ragioneria Generale dello Stato ci si aspetta un sensibile aumento di tale valore nei prossimi anni. Ma anche ipotizzando un raddoppio entro il 2038, la grande maggioranza delle persone in questa fascia non si troverà ad avere un’attività lavorativa come impegno prevalente.
Qui il piano demografico si intreccia con quello culturale. Da un lato, la longevità rappresenta una conquista straordinaria: più anni di vita, più opportunità, più libertà. Dall’altro, questa libertà può trasformarsi in disorientamento se non accompagnata da riferimenti, relazioni e possibilità concrete di partecipazione. Per decenni il lavoro ha svolto una funzione identitaria oltre che economica. Ha dato struttura al tempo, definito ruoli, costruito riconoscimento sociale. Quando questa dimensione viene meno, non si libera semplicemente tempo: si apre una questione di senso.
La differenza cruciale non è tra attività e inattività, ma tra riempire il tempo e dargli significato. Non tutte le forme di impegno producono valore personale e sociale. I dati di una ricerca di Osservatorio Senior, presentati il 21 aprile a Milano, dal titolo “Il contributo sociale degli over 65”, evidenziano in modo chiaro come le nuove coorti entranti in pensione non si riconoscano più nei modelli tradizionali di anzianità. Vogliono poter scegliere come utilizzare il proprio tempo, senza sovraccarico o vincoli rigidi, ma con la possibilità di avere un ruolo attivo nei processi di benessere personale e collettivo.
Questo riguarda anche il rapporto con le generazioni più giovani. Non più una relazione verticale, fondata sulla trasmissione unidirezionale, ma un’interazione più orizzontale, basata su scambio e apprendimento reciproco. In una società che cambia rapidamente, si rafforza la convinzione che nessuna generazione detiene da sola tutte le competenze necessarie. La qualità del futuro dipende dalla capacità di mettere in relazione esperienze, visioni e sensibilità diverse.
In questo senso, la società della longevità non è semplicemente una società più anziana. È una società che deve ridefinire il valore di tutte le fasi della vita e le connessioni tra di esse.
Se la fase 65–74 viene lasciata senza riconoscimento e senza opportunità, una parte rilevante della popolazione rischia di essere percepita – e di percepirsi – come marginale. Se invece viene valorizzata, può diventare uno dei principali fattori di coesione e sviluppo.
Non basta intervenire sul lato dell’offerta di lavoro o sulla sostenibilità dei sistemi previdenziali. Occorre investire anche sulla qualità della vita lungo tutto il corso dell’esistenza, favorendo processi che promuovano partecipazione, relazioni e contributo sociale anche al di fuori del lavoro tradizionalmente inteso.


