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Il Paese di Vita breve e il Paese di Vita lunga

Si sente spesso dire che l’invecchiamento è un fenomeno positivo perché significa che viviamo tutti più a lungo. Non è esattamente così: longevità e invecchiamento non sono la stessa cosa. Il termine “longevità” indica il fatto che la durata della vita si allunga e si diventa quindi vecchi più tardi.

 

L’invecchiamento della popolazione è invece il processo che fa crescere il peso demografico degli anziani. Il fatto che la popolazione invecchi non implica necessariamente che si viva più a lungo, ma semplicemente che le generazioni più mature hanno una consistenza numerica maggiore rispetto a quelle più giovani. La sovrapposizione semantica tra i due termini genera quindi confusione e va evitata.

La longevità è il processo che porta l’evento morte a essere vissuto sempre più tardi. Dato che, come recita l’antico detto, “per morire c’è sempre tempo”, tale processo è considerato generalmente positivo perché ci consente di non essere sbalzati fuori troppo precocemente dalla giostra della vita. La questione diventa semmai come goder bene del tempo extra conquistato.

Diversamente dalla longevità, l’invecchiamento della popolazione tende invece a essere più un problema che un vantaggio e va quindi adeguatamente gestito. Per rendercene conto basti pensare che le persone possono solo invecchiare mentre una popolazione può sia invecchiare (quando le nuove generazioni diminuiscono rispetto alle più vecchie) che ringiovanire (quando accade il viceversa).

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Il grande vuoto: migrazione record e crollo delle nascite

Supponiamo che le nuove generazioni non lavorino e non facciano figli. Che cosa accade? Via via nel tempo l’economia implode, la società si disgrega, la popolazione si estingue. Supponiamo invece di mettere i giovani nelle condizioni di essere ben formati, di esprimere al meglio il proprio potenziale e di realizzare pienamente i propri obiettivi professionali e di vita. Cosa succederebbe? Via via nel tempo l’economia comincerebbe a decollare, la società a rinsaldarsi, la demografia a rivitalizzarsi. L’Italia, ma ancor più il Mezzogiorno, è attualmente una delle aree in Europa più vicine al primo drammatico scenario. Presenta, infatti, uno dei più bassi tassi di occupazione giovanile e una delle più accentuate cadute della fecondità sotto i 30 anni. E’ possibile avere qualche speranza di andare invece verso il secondo scenario? Due dati in questo senso sono incoraggianti. Il primo è il fatto che se il numero di figli realizzati è al ribasso, il valore dato alla famiglia rimane alto e la preferenza è quella di avere almeno due figli. Questo vale, come confermano molte ricerche, anche per le nuove generazioni e le giovani coppie. Il che significa che, dal punto di vista demografico, stiamo dando molto meno di quanto potremmo, vorremmo e sarebbe utile per una crescita più equilibrata. Ci sono quindi margini notevoli per migliorare con le politiche giuste. Il secondo dato incoraggiante è dato dall’impulso che può fornire il capitale umano delle nuove generazioni se ben utilizzato nel territorio d’origine. Attualmente molti giovani decidono di andare all’estero per cercare migliori opportunità di realizzazione. Le esperienze possono essere di vario tipo, ma in molti casi tali ragazzi dimostrano di essere intraprendenti, dinamici, ben preparati e in grado di raggiungere risultati importanti. Di fatto è come coltivare bene un terreno, crescendo e formando i giovani, per poi lasciare che diano altrove i loro migliori frutti. Quantità e qualità delle nuove generazioni vanno quindi rimesse in relazione positiva con le opportunità di sviluppo del territorio. Invertire il circolo vizioso è ancora possibile, ma più si tarda a farlo e più diventa difficile riuscirci.  Più i giovani rimangono all’estero più infatti diventa difficile riattrarli. Inoltre il processo di emigrazione si autoalimenta attraverso il trasferimento di informazioni ed esperienze. Rischia di radicarsi inoltre l’idea che rimanere qui significa solo rassegnarsi. E’ questa convinzione che va combattuta attraverso iniziative e politiche efficaci, in grado di ristabilire fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione in un contesto che ti supporta con strumenti idonei.

L’abbondanza di nonni da trasformare in ricchezza sociale

Siamo entrati nell’era dell’abbondanza di nonni. Chi è oggi anziano è nato in un mondo ricco di fratelli e cugini, era quindi ampia soprattutto la dimensione orizzontale delle relazioni familiari. Nel corso di tre generazioni tale dimensione si è fortemente ridotta, mentre si sono estese e infittite le relazioni verticali. E’, infatti, notevolmente aumentata non solo la probabilità di trovare tutti i nonni in vita al momento della nascita, ma anche la possibilità di attivare un lungo e intenso rapporto con qualcuno di essi fin oltre la propria maggiore età.

Dalla crisi immobiliare si esce con una nuova idea dell’abitare

Casa e lavoro sono da sempre, ma ancor più oggi, le preoccupazioni principali dei giovani italiani. Su entrambi tali obiettivi sono tramontate le certezze che hanno caratterizzato il percorso di entrata nella vita adulta dei loro genitori. Attraverso il lavoro fisso e l’acquisto di una propria casa venivano poste solide basi attorno a cui costruire la propria vita. Completava il quadro un welfare pubblico ancora generoso e in grado di rispondere a gran parte delle esigenze di protezione sociale. L’Italia cresceva più di oggi e per allargare ancor più la coperta si poteva espandere il debito pubblico. Ora quel mondo non esiste più. Per un po’ si è provato a far finta esistesse ancora, ma con l’entrata nel nuovo secolo la discrasia con la realtà è diventata sempre più evidente. Non è stata tanto la crisi a dare il colpo definitivo, ma la sua durata. Solo infatti con l’entrata nella seconda decade del XXI secolo possiamo dire che l’Italia è uscita dal Novecento, senza però avere ancora ben chiaro dove andare e come arrivarci.

La spinta gentile dei senior per la crescita del Paese

La popolazione italiana non cresce più. Nel 2014 le nascite sono state 509 mila contro 597 mila decessi. Il saldo naturale risulta quindi fortemente negativo soprattutto come conseguenza del calo delle nascite. A questo si deve aggiungere il flusso di uscita degli italiani verso l’estero, aumentato continuamente negli ultimi anni fino a raggiungere le 90 mila unità. Dal lato imagesopposto c’è l’immigrazione straniera che però, anche a causa della crisi, si è ridimensionata sensibilmente: nel corso del 2014 ci sono state 255 mila entrate di cittadini di nazionalità estera a fronte però di 48 mila stranieri che hanno deciso di tornare nel loro paese di origine.