Come evitare un’Europa senza nascite

E’ sufficiente una fecondità totale (numero medio di figli per donna) attorno a due per mantenere un equilibrio tra generazioni (soglia di rimpiazzo). Posizionarsi al di sotto di tale soglia porta le generazioni dei figli a ridursi progressivamente rispetto a quelle dei genitori.

Una delle conquiste maggiori della storia dell’umanità è il passaggio da un mondo in cui la morte prematura di un figlio era una condizione del tutto normale a uno nel quale questo è un evento raro. Dove questo passaggio è già di fatto compiuto, come in Europa, è sufficiente una fecondità totale (numero medio di figli per donna) attorno a due per mantenere un equilibrio tra generazioni (soglia di rimpiazzo). Posizionarsi al di sotto di tale soglia porta le generazioni dei figli a ridursi progressivamente rispetto a quelle dei genitori. La conseguenza maggiore non è tanto il declino demografico quanto, soprattutto, un’alterazione nell’impianto strutturale della popolazione con il peso dei più anziani che diventa soverchiante sui più giovani.

FIGLI DESIDERATI E FIGLI NATI DAVVERO. Fino agli anni Settanta la riduzione della fecondità è stata guidata dal ridimensionamento del numero di figli desiderato, coerente anche con nuove esigenze e opportunità di investimento sulla qualità attesa dei figli stessi. Tale numero è sceso fino al valore medio di due figli per donna e si è poi stabilizzato attorno a tale livello negli ultimi decenni. Il numero medio di figli effettivamente realizzato, invece, ha continuato a scendere.

La discesa sotto il livello di rimpiazzo generazionale nei paesi dell’Europa occidentale si situa tra fine anni Sessanta (nel 1969 la Svezia) e inizio anni Ottanta (nel 1981 la Spagna). Nei paesi dell’Europa orientale il crollo della fecondità arriva più tardi. La Polonia, in particolare, presentava ancora un livello di 2,1 figli per donna a inizio degli anni Novanta, per poi scendere fino a 1,2 nei primi anni del nuovo secolo.

I dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo evidenziano che le nuove generazioni europee, in ampia maggioranza, desiderano avere dei figli, ma si sentono anche libere di non averne. Rispetto a questa scelta non sentono di dover rispondere a un imperativo biologico o morale, ma hanno il desiderio di condividere con i figli il piacere di vederli crescere in un contesto di sicurezza, con adeguate cure e benessere. Sono soprattutto queste condizioni a presentarsi come deboli nei paesi europei con più bassa fecondità. In particolare, la carenza di politiche solide ed efficaci va a rafforzare l’idea che avere un figlio non sia considerato un bene collettivo su cui tutta la società investe, ma soprattutto un costo privato a carico dei genitori. La combinazione tra basso valore collettivo assegnato a tale scelta e contesto generale di incertezza non porta a smettere di desiderare di avere un figlio ma, piuttosto, a lasciare sospesa la decisione. Intanto però il tempo passa e ci si trova implicitamente con una rinuncia.

Nei documenti della Commissione Europea, l’attenzione verso l’impatto del cambiamento demografico nei prossimi anni e decenni è posta, in particolare, sui seguenti punti: l’aumento della popolazione anziana; la contrazione della popolazione in età da lavoro; le differenze interne tra regioni nelle dinamiche demografiche e le loro implicazioni economiche e sociali; la riduzione del peso dell’Europa nel mondo; l’interdipendenza di tutto questo (cambiamenti nei rapporti tra generazioni, tra aree interne e con il resto del mondo) con la transizione verde e digitale.

Viene riconosciuto che per affrontare questi punti in modo efficace, serve un rafforzamento della capacità di interpretare le trasformazioni in atto, anticiparle e consentire alle persone di dotarsi di strumenti adeguati per cogliere opportunità e gestire i rischi in uno scenario in continua evoluzione.

La Commissione europea sottolinea, inoltre, che non esiste un approccio unico capace di fornire soluzioni per tutti allo stesso modo e in tutte le situazioni (one-size-fits-all). Questo significa che l’azione pubblica deve confrontarsi con le specificità del contesto in cui opera[1].

L’attuale dato di fecondità dell’Unione Europea è poco superiore a 1,5, con nessun stato membro che raggiunge la soglia necessaria a garantire un equilibrio nel rapporto tra generazioni. Nel 2010 si avvicinavano a tale livello (attorno ai 2 figli per donna) Francia, Svezia e Irlanda. Nel 2019 – prima dei travagliati anni della pandemia e della guerra in Ucraina – tali paesi risultavano tutti scesi sotto.

Più in generale, è in corso in tutto il mondo una transizione demografica, anticipata dalle economie più avanzate, che non sta tendendo verso un punto di equilibrio: la longevità si estende sempre di più e la fecondità va ovunque a posizionarsi sotto la soglia minima di rimpiazzo tra generazioni. All’interno di questo mutamento di fondo vi è un’ampia differenza di esperienze all’interno della stessa Europa.

LE POLITICHE CONTRO IL DEFICIT RIPRODUTTIVO. Se definiamo “deficit riproduttivo” quanto la fecondità di un paese si trova sotto la soglia di equilibrio, otteniamo un quadro molto articolato: alcuni Stati si discostano di poco, altri hanno attivato un percorso di recupero, altri rimangono su valori lontani.

Nel primo gruppo – costituito da paesi riusciti a mantenere la fecondità non troppo sotto i due figli per donna – i casi più interessanti sono quelli di Francia e Svezia. Pur nella diversità dei due modelli di welfare, alla base c’è una continua attenzione alla conciliazione tra impegno lavorativo e responsabilità familiari.

La Francia è uno dei paesi che maggiormente hanno puntato a favorire la natalità, combinando sostegno economico (anche con un sistema fiscale centrato sulle famiglie: il quoziente familiare), con una solida presenza di servizi per l’infanzia (la copertura nella fascia 0-2 è, tra le più alte in Europa, superiore al 50%) e strumenti, più in generale, di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Come conseguenza la Francia ha mantenuto nel tempo una natalità tra le più alte in Europa, ma presenta anche un divario di genere nell’occupazione sensibilmente più basso della media europea (circa 8% contro l’11% medio dell’UE).

La Svezia, invece, ha cercato soprattutto di sostenere l’occupazione femminile, a cui ha associato anche la preoccupazione di favorire le condizioni per armonizzare la scelta di avere figli con quella di lavorare. Rappresenta, quindi, l’esperienza più interessante di paese con attenzione continua, mirata a integrare le politiche di genere con quelle familiari. L’approccio di base, evidente soprattutto rispetto ai congedi, è quello di pensare a misure che possano essere fruite allo stesso modo da madri e padri (quindi allo stesso tempo di conciliazione e condivisione). Tutto questo assieme a un forte investimento sui nidi (anche qui la copertura è superiore al 50%). L’esito è quello di un tasso di occupazione femminile che presenta i divari più bassi al mondo tra donne con figli piccoli e donne senza figli e quindi, anche, tra donne e uomini (inferiore al 5%), oltre che un tasso di fecondità superiore alla media europea (il deficit demografico è stato negli ultimi dieci anni inferiore a 0,33).

Seppure partendo da prospettive diverse su cosa favorire e cosa conciliare, questi due paesi hanno ottenuto i risultati più interessanti nella combinazione al rialzo tra natalità e occupazione femminile.

Un secondo gruppo è costituito dai paesi in cui il “deficit riproduttivo” è andato oltre 0,5 (quindi più vicino a 1 figlio per donna che a 2), ma che poi sono riusciti a invertire (almeno in parte) la tendenza. Vi rientra la Germania e una larga parte dell’Est Europa. L’area che si trovava oltre la “cortina di ferro” aveva subito una forte caduta della fecondità nella difficile e complessa fase seguita al crollo del regime sovietico. L’Ungheria è uno dei casi rappresentativi di questo percorso. Da livelli vicini ai due figli per donna ancora a inizio anni Novanta, nel primo decennio nel nuovo secolo era precipitata sotto 1,3. Nel decennio successivo, Budapest è riuscita a ridurre il deficit riproduttivo sotto 0,5 e a posizionarsi sopra la media europea. Questo risultato è stato ottenuto puntando soprattutto su un forte sostegno economico alla natalità. Consistenti sono anche le misure adottate per contenere la fuoriuscita dei giovani, oltre che gli aiuti per l’accesso a una abitazione destinati a chi forma un’unione e ha figli. Queste politiche sono anche favorite dal fatto che i paesi dell’Est Europa tendono tradizionalmente a presentare un’età media al primo figlio più bassa rispetto alla media europea. I risultati sulle nascite sono però limitati dalla riduzione della popolazione in età riproduttiva, come conseguenza della denatalità passata e per una bassa disponibilità ad accogliere migrazioni dall’estero. I nati annui sono passati da circa 90.000 nel 2010 a poco più di 93.000 nel 2019: appena 3.000 nati in più, mentre nello stesso periodo la Germania ha visto un incremento di circa 100.000 nascite (da 678.000 a 778.000, la maggior crescita in Europa).

Il percorso della Germania degli ultimi quindici anni mostra che gli effetti migliori sull’inversione di tendenza delle nascite sono quelli che si ottengono combinando solide politiche familiari con la capacità di attrarre e gestire flussi migratori di persone in età lavorativa e riproduttiva. Dal 2008 al 2016, il tasso di fecondità tedesco è salito da 1,38 a 1,60, mentre il dato medio europeo è rimasto attorno a 1,57. Negli anni successivi il posizionamento più favorevole della Germania rispetto al resto del continente si è mantenuto.

Oltre al forte aiuto economico (la spesa sociale nella voce “Family-children benefits” nel 2019 è stata pari al 3,3% del PIL contro il 2,3% medio dell’UE-27), comune alla strategia adottata dagli altri paesi di questo gruppo, Berlino ha anche fortemente puntato sul rafforzamento dei nidi. La strategia adottata è stata quella di rendere un “diritto” universale di ogni bambino l’offerta di un percorso educativo di qualità fin dal primo anno di vita, a cui corrisponde l’obbligo per l’amministrazione locale di assicurare un posto in un’adeguata struttura per l’infanzia (per tutti i bambini, indipendentemente dalla situazione socioeconomica e della condizione lavorativa dei genitori). L’attenzione alle politiche di genere e agli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia consente alla Germania di distinguersi in questo gruppo per un più ridotto divario tra occupazione femminile e maschile (attorno a 8 punti percentuali rispetto a circa 15 dell’Ungheria).

All’interno di questo gruppo, va segnalato anche il caso della Romania che ha visto un marcato aumento della fecondità nel decennio precedente l’impatto della pandemia (da valori inferiori alle media europea nel 2011 a oltre 1,75 nel 2019). È però anche il paese in Europa con più alto rischio di povertà infantile (41,5% contro 24,4% dell’UE-27, dato Eurostat anno 2021).

IL CASO DELL’EUROPA MEDITERRANEA. Il terzo gruppo è, infine, rappresentato dagli Stati in cui la fecondità continua a essere persistentemente bassa senza segnali di inversione di tendenza. Vi rientrano i paesi dell’Europa mediterranea. Tali paesi evidenziano anche che le politiche familiari sono in stretta relazione con quelle di genere e a favore delle nuove generazioni: dove queste sono carenti non si osserva solo una bassa fecondità, ma anche un elevato squilibrio di genere nell’occupazione e un alto rischio di povertà infantile. Italia, Grecia e Spagna su tutti e tre questi indicatori presentano valori peggiori rispetto alla media europea. Risultano, del resto, avere investito meno, negli ultimi decenni, sulle misure e sugli strumenti descritti in riferimento ai primi due gruppi. Quella mediterranea è quindi l’area in Europa (e nel mondo) che sta andando incontro ai maggiori squilibri nel rapporto tra generazioni.

Il numero medio di figli desiderato all’inizio della transizione alla vita adulta è, invece, in linea con i dati degli altri due gruppi. Si caratterizzano, quindi, per un ampio divario tra numero desiderato e numero realizzato, che è lo spazio strategico entro il quale le politiche possono agire. La carenza di politiche a sostegno delle nascite rende sempre più stretto il margine su cui tali politiche possono agire per invertire la tendenza attraverso due meccanismi: perché si indeboliscono progettazione e realizzazione delle scelte genitoriali, ma anche perché la denatalità va via via a ridurre le generazioni che entrano nella vita adulta.

Di fronte a squilibri in forte accentuazione (con conseguenti costi crescenti dell’invecchiamento della popolazione e minor crescita dovuta all’indebolimento del rinnovo della forza lavoro), i paesi di questo gruppo hanno recentemente aumentato l’attenzione verso le politiche familiari e di conciliazione. La Spagna ha recentemente puntato con più decisione sugli strumenti di condivisione dei ruoli all’interno della coppia (con congedi di paternità equiparati a quelli di maternità), mentre l’Italia ha recentemente agito soprattutto sul versante degli aiuti economici alle famiglie con figli (in particolare per quelle con redditi bassi).

L’esperienza dei vari paesi europei suggerisce, prima di tutto, che l’attenzione deve essere continua e che le misure vanno costantemente adattate alle trasformazioni delle condizioni di contesto e delle aspettative. Per questo motivo le politiche familiari, di genere e per le nuove generazioni devono essere integrate e messe al centro delle politiche di sviluppo, ma anche continuamente monitorate e valutate nel loro impatto rispetto agli obiettivi attesi.

Questo articolo è pubblicato sul numero 2/2023 di Aspenia

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