La generazione esclusa dagli Stati Generali

Quello di cui avremmo bisogno sono una sorta di “Stati generali delle nuove generazioni”. Vari possono essere i modi in cui realizzarli.

C’è un Paese da reinventare, modernizzare, rendere più inclusivo. Per capire come farlo il premier Conte ha convocato a Villa Pamphili i rappresentanti delle istituzioni europee e i vertici delle organizzazioni sindacali, delle associazioni di categoria, delle parti sociali. C’è stato poi anche spazio per un incontro con alcuni comuni cittadini e qualche delegazione di giovani. C’è chi ha definito questi Stati Generali una passerella mediatica.

È stata, in ogni caso, un’operazione che può servire a capire quali proposte trovano più consenso e dove si possono annidare le maggiori resistenze, soprattutto da parte di chi ha costituito la classe dirigente del paese pre-coronavirus e può ancora condizionare il percorso successivo. In questi mesi è stata spesso rievocata la discontinuità prodotta dalla Seconda guerra mondiale che portò ad un nuovo inizio per il Paese. Per progettare, allora, la Ricostruzione non si svolsero Stati Generali coinvolgendo la classe dirigente che aveva garantito la normalità nell’Italia pre-bellica. Va riconosciuto senza esitazione che la normalità del primo ventennio del XXI secolo è oggi da superare con la stessa determinazione e lo stesso slancio in avanti prodotto in quel cruciale passaggio della nostra storia.

Possiamo riconoscere componenti di grande valore nell’attuale classe dirigente italiana, sia nel campo sociale che imprenditoriale. Ma è indubbio che un salto va compiuto con coraggio e generosità se davvero vogliamo dare l’opportunità all’Italia di esprimere il meglio di sé nella spinta e direzione da dare al proprio percorso nel resto di questo secolo.

Ciò che ha rappresentato la normalità dell’Italia nel XXI secolo nei due decenni appena trascorsi va superato, perché era una normalità patologica. È normale un Paese con le potenzialità del nostro trovarsi persistentemente con i valori peggiori nelle classifiche dell’Unione Europea sulle competenze di cui vengono dotati i quindicenni; sulla dispersione scolastica tra gli under 20; sulla quota di chi arriva a trent’anni in possesso di una laurea; sulla percentuale di Neet nella fascia 18-34 anni? È normale che il tasso di occupazione nella fascia 25-34 sia tra i più bassi delle economie mature avanzate? È normale che il rischio di povertà per una famiglia con figli formata da under 35 sia quasi il doppio rispetto ad una famiglia di over 65? Condizioni ancor più gravi in un Paese in cui i giovani sono sempre di meno e caricati di un debito pubblico su livelli record. Per chi non considera normale tutto questo gli Stati Generali appena conclusi a Villa Pamphili sono certo interessanti ma molto poco rassicuranti.

Non è possibile scardinare questa normalità patologica relegando i giovani a mero ruolo di comparsa all’interno di una regia che rischia – anche al di là delle buone intenzioni che possiamo riconoscere al premier Conte – di proporre il sequel poco emozionante di un film già visto. Non servono operazioni che trattano i giovani in modo paternalistico, ma autentiche occasioni per le nuove generazioni di dimostrarsi e sperimentarsi come protagonisti del proprio tempo. L’Italia ha bisogno di far arrivare ai giovani una effettiva chiamata a farsi parte attiva della costruzione di un nuovo modello sociale e di sviluppo, con possibilità di messa in discussione dell’esistente.

Quello di cui avremmo bisogno sono allora una sorta di “Stati generali delle nuove generazioni”. Vari possono essere i modi in cui realizzarli. Ad esempio, le chiavi di Villa Pamphili potrebbero essere lasciate per una settimana a mille giovani, con facoltà di convocare rappresentanti delle istituzioni, del mondo economico, della società, della cultura per confrontarsi su quello che l’Italia sin qui è stata e su quello che da qui può diventare. Riservando all’ultimo giorno la convocazione del premier Conte assieme a tutti i ministri. Il Governo, oltre a mettere a disposizione strutture e risorse, dovrebbe anche assumersi il delicato onere di definire i criteri per individuare i partecipanti, basandoli in modo trasparente e inclusivo su caratteristiche legate alla formazione, al lavoro, alla partecipazione sociale, ma chiedendo che ogni autocandidatura presenti anche una proposta.

Le proposte principali oltre che discusse tra i partecipanti e con gli esperti convocati potrebbero poi essere sottoposte ad una consultazione pubblica rivolta a tutti i giovani italiani sulle priorità per il paese e sulle proposte considerate più adatte, comprese le modalità stesse per aumentare il peso politico delle nuove generazioni nei processi decisionali collettivi.

Che siano Stati Generali o altro, va comunque stabilito con grande forza che prima di qualsiasi misura economica o sociale, la progettazione di un futuro migliore ha bisogno di ridefinire il ruolo delle nuove generazioni nei processi decisionali e di sviluppo del paese.

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