Under 25 in via d’estinzione. Il vecchio continente sta diventando una profezia

Se in una carta geografica si rappresenta l’estensione di un’area in base al peso della popolazione, nel planisfero del 1950 l’Europa si troverebbe ad occupare oltre il 20% di tutta la superficie terrestre. La versione dinamica di questo particolare cartogramma farebbe vedere come all’inizio del XX secolo tale spazio fosse ancora maggiore, arrivato a superare il 25%. Se invece ci si sposta verso il presente, si nota che l’Europa si riduce fino a dimezzarsi. Il valore attuale è infatti inferiore al 10%. Se mai in passato il nostro continente ha avuto così tanti abitanti come oggi, è anche vero che mai nella storia moderna è stato relativamente così piccolo rispetto al resto del mondo.

Le nuove sfide demografiche sono vincenti investendo su Welfare, natalità e Africa

Il secolo, o meglio i cento anni, che vanno dal 1950 al 2050 verranno ricordati come il periodo con maggior intensità della crescita della presenza umana sulla Terra. Difficilmente in futuro si assisterà ad una esplosione demografica analoga, se non nella prospettiva di espandere la presenza in altri pianeti (ma a parte qualche viaggio temporaneo di cittadini privati nello spazio, siamo ancora lontani da tale scenario). Per quanto riguarda l’espansione della nostra specie sul pianeta madre, è impressionante notare come dalla metà del XX secolo alla metà del XXI la popolazione risulti moltiplicata per quattro: da 2,5 miliardi ai quasi 10 miliardi previsti. Il tempo in cui viviamo si trova ancora all’interno di questa finestra del tutto unica ed eccezionale. E’ quindi naturale osservarla con stupore misto a timore.

Il post crisi deve cominciare dalle generazioni dei giovani

La transizione scuola-lavoro somiglia sempre più in Italia ad un labirinto. In un mondo sempre più complesso e con un mercato sempre più dinamico, senza lo sviluppo di adeguati sistemi esperti di orientamento e accompagnamento i giovani rischiano di trovarsi abbandonati a se stessi e all’aiuto delle famiglie, con alto rischio di perdersi o di intrappolamento in percorsi di basso profilo professionale.

La conseguenza non è solo un aumento delle diseguaglianze generazionali e sociali, ma anche una grande dissipazione delle energie e delle intelligenze delle nuove generazioni a cui corrisponde una allocazione non ottimale delle risorse attive del paese nel mercato del lavoro. I giovani con titolo di studio più basso più spesso che negli altri paesi scivolano nella condizione di Neet (gli under 35 che non studiano e non lavorano), mentre quelli con più alta formazione e competenze entrano più spesso tardi e male nel mondo del lavoro, come testimoniano i dati sull’overeducation (condizione in cui il livello di formazione posseduto è maggiore di quello richiesto). L’indicatore dei Neet misura lo spreco di un paese della propria risorsa giovani, mentre quello della overeducation misura la bassa valorizzazione del capitale umano delle nuove generazioni. Secondo i dati Istat nell’ultimo decennio il fenomeno della sovraistruzione è stato maggiore di quello della sottoistruzione e questa vale soprattutto per gli under 35.

Come mostrano i dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, in larga parte dei giovani italiani c’è la disponibilità ad adattarsi a quello che il mercato offre, ma più che negli altri paesi c’è anche il timore che l’eccessivo adattamento al ribasso possa diventare una condizione permanente senza uscita e, quindi anche, una rinuncia a realizzare in pieno i propri progetti di vita.

Lo stesso Piano Garanzia giovani, avviato in Italia nel 2014, non è riuscito a riportare gli indicatori della transizione scuola-lavoro a convergere con la media europea. Rispetto agli altri paesi europei che hanno attivato tale programma, molto maggiore è stato nel nostro paese il ricorso ai tirocini. Il loro largo utilizzo lo si deve, soprattutto, ai limiti della capacità di incontro tra domanda e offerta dei centri per l’impiego italiani, da un lato, e al basso sviluppo di più solidi strumenti di ingresso nel mondo del lavoro, come l’apprendistato, dall’altro.

Ma va ripensata anche la funzione stessa dei tirocini. Non possono essere un’alternativa al non far nulla. Se la transizione scuola-lavoro rimane un labirinto e il tirocinio è un tratto al suo interno in cui il giovane si sposta dal punto A al punto B senza che tale esperienza abbia effettivamente migliorato la propria posizione nel mondo del lavoro, non solo non serve a nulla ma alla fine ci si sente ancor più soli, con più frustrazione e scoraggiamento.

Se vogliamo davvero mettere le basi di un new normal dopo l’impatto della pandemia dobbiamo, allora, assumere il punto di osservazione delle nuove generazioni nel leggere la realtà che cambia e ciò che funziona nel migliorarla creando nuove opportunità. Con la consapevolezza che se l’Italia non riparte dai giovani non va da nessuna parte.

Serve investire sui figli ora

Il primo luglio è entrata in vigore la misura-ponte dell’Assegno unico e universale per i figli, che anticipa l’avvio a regime fissato per il primo gennaio 2022. Si tratta di una novità importante per le politiche familiari italiane. L’assegno va finalmente nella direzione di superare la debolezza, la disomogeneità e la frammentazione delle misure di sostegno economico alla genitorialità del passato (in questo senso è “unico”). Alla base c’è anche un importante cambiamento culturale che mette al centro il bambino stesso, con impegno del paese a investire in modo solido sul suo benessere e il suo sviluppo umano – qualsiasi siano le caratteristiche dei genitori – dalla nascita fino alla maggiore età (in questo spirito è “universale”).

Alla misura temporanea, che si chiuderà il 31 dicembre 2021, sono destinati tre miliardi aggiuntivi, che hanno soprattutto l’obiettivo di includere chi finora non beneficiava dell’assegno al nucleo familiare: figli di lavoratori autonomi, liberi professionisti, incapienti (quantificabili nel complesso in 1,8 milioni di famiglie).

Le misure di sostegno alle famiglie con figli camminano su due principali gambe. La prima è quella dei servizi di conciliazione tra tempi di vita e lavoro (come i nidi e i congedi), la seconda è quella del supporto economico alle responsabilità di cura e crescita. L’arrivo di un figlio può, infatti, sia aumentare la complicazione dell’organizzazione familiare, con ripercussioni anche nella dimensione occupazionale e professionale, sia aumentare il disagio economico e il rischio di povertà. La carenza di strumenti adeguati su tali due fronti porta a rinunciare a realizzare pienamente la fecondità desiderata. La presenza di politiche efficaci, al contrario, mette le coppie nella condizione di poter valutare più positivamente la possibilità di avere un ulteriore figlio.

L’AUUF va quindi inteso come parte importante di un sistema più ampio (solido, integrato e coerente) di misure che consentono alle scelte delle coppie di essere realizzate in un contesto di benessere relazionale ed economico adeguato per la crescita dei figli. I trasferimenti monetari non sono la ragione, di per sé, per cui si ha un figlio, ma aiutano a ridurre l’incertezza nel processo decisionale che porta a tale scelta. Consentono di ridurre il rischio di esperienza negativa dopo l’arrivo di un figlio rispetto alle difficoltà economiche, mettendo in condizioni più favorevoli le coppie orientate ad averne altri.

Nelle versioni adottate nei vari paesi europei si va da un importo che destina stesso ammontare a tutti i bambini, a un assegno fortemente legato al reddito della famiglia (formato da una bassa componente di base che va universalmente a tutti, a cui si aggiunge una incisiva componente variabile). Questo secondo caso si configura più come strumento di contrasto alla povertà che di politica familiare in senso proprio. La misura-ponte entrata in vigore il primo luglio risulta fortemente progressiva (il massimo è 167,5 euro per bambini in famiglie con Isee pari o uguale a 7 mila, ma si scende a 83,8 euro mensili per famiglie con Isee di 15 mila e a 30 euro per Isee di 40 mila, per poi annullarsi oltre 50 mila).

Da un lato, l’aumento della povertà seguito alla pandemia ha fatto, giustamente, aumentare l’attenzione verso le famiglie più in difficoltà. D’altro lato, però, se questa misura si sposta su tale obiettivo rischia di rimanere debole l’azione a sostegno della natalità (che ha bisogno di un insieme integrato di misure percepite come rilevanti anche dal ceto medio).

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L’Italia fragile senza giovani: ora il declino accelera al Sud

L’Italia è un mondo nel mondo. E’ un paese molto vario, nel quale si possono trovare, in vari ambiti, eccellenze comparabili alle aree più avanzate del pianeta, ma anche realtà in situazione di accentuata fragilità. Oltre ad essere molto articolato, come mostrano i dati degli indicatori sulla qualità proposti in queste pagine, il quadro interno è anche non scontato. Da un alto, i contesti usualmente considerati più positivi e dinamici possono mostrare limiti rilevanti in alcune dimensioni. D’altro lato, aree considerate generalmente svantaggiate, non necessariamente si trovano al ribasso su tutti gli indicatori.