Le paure dei giovani italiani, i più pessimisti d’Europa

L’indagine promossa dall’Istituto Toniolo in partnership con il Ministero per le pari opportunità e la famiglia consente di fornire un primo quadro del potenziale impatto sulle prospettive delle nuove generazioni, anche in ottica comparativa internazionale.

La crisi sanitaria ha rivoluzionato la quotidianità e proiettato in un clima di incertezza la vita delle persone. Ha anche reso più evidenti alcune nostre fragilità e rimesso in discussione alcune convinzioni. Se fino ad inizio di questo anno esisteva qualche pretesa che almeno la Lombardia si potesse misurare con le opportunità e l’efficienza della Germania, oggi è difficile poterlo ancora credere. L’incidenza degli anziani sulla popolazione tedesca è simile alla nostra, ma la letalità del virus risulta notevolmente più bassa, grazie ad una migliore gestione dell’emergenza (miglior organizzazione, massiccio uso di tamponi, maggior scorta di dispositivi di protezione, più alta disponibilità di posti di terapia intensiva). Questo significa non solo aver protetto meglio le vecchie generazioni dal rischio di morte, ma aver anche contenuto di più l’impatto indiretto sui percorsi formativi e professionali delle nuove generazioni.

Ricordiamo che prima dell’epidemia gli indicatori sociali, economici e demografici vedevano i giovani italiani già nelle posizioni più scomode in Europa. In particolare nel 2019 l’Italia risultava essere uno dei paesi con più alta percentuale di NEET (under 35 che non studiano e non lavorano), con più accentuato rinvio dell’autonomia dai genitori e della formazione di una propria famiglia. Ma anche con povertà assoluta delle coppie under 35 con figli assestata su livelli doppi rispetto agli over 65.

L’indagine promossa dall’Istituto Toniolo in partnership con il Ministero per le pari opportunità e la famiglia – condotta da Ipsos tra fine marzo ed inizio di questo mese – consente di fornire un primo quadro del potenziale impatto sulle prospettive delle nuove generazioni, anche in ottica comparativa internazionale. Si tratta, infatti, di una rilevazione che ha interessato un campione rappresentativo di residenti nei più grandi paesi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna, Gran Bretagna) di età compresa fra i 18 e i 34 anni.

Se ci si poteva attendere con l’emergenza – in particolare per la situazione oggettiva di lockdown e il diffuso clima di incertezza – un rinvio o una sospensione delle scelte nel proprio corso di vita, il contraccolpo che emerge dalla ricerca risulta molto rilevante e con ampia variabilità nei vari paesi. I dati mostrano come proprio i giovani italiani siano tra quelli che prefigurano maggiori ricadute negative sui piani che avevano per il proprio futuro. Rispetto a prima dell’emergenza causata da Covid-19, quelli che considerano oggi più a rischio i propri progetti di vita sono la netta maggioranza (oltre il 60 percento). Un livello simile di preoccupazione presentano gli intervistati spagnoli, mente sensibilmente meno pessimisti risultano i coetanei francesi e tedeschi (rispettivamente 46% e 42%).

E’, inoltre, interessante notare che la visione negativa appare più spiccata nelle categorie sociali più vulnerabili, soprattutto in relazione alla condizione professionale e al genere. A temere che risultino gravemente compromessi i propri piani verso il futuro sono soprattutto coloro che hanno meno continuità di reddito: si va dal 15 percento di chi ha un contratto a tempo indeterminato a oltre uno su tre di chi lavora in proprio. Tra le donne il 68,2 percento anticipa ricadute negative e il 22,1 percento prevede che saranno molto pesanti, contro valori rispettivamente pari al 56 percento e al 15,5 percento per i coetanei maschi.

Se si va in dettaglio sul tipo di progetti presi in considerazione (lasciare la casa dei genitori, iniziare una vita di coppia, avere in figlio), la quota di chi avendoli in agenda ad inizio anno non riesce più a confermarli risulta, su tutti, sensibilmente più alta in Italia. I giovani del nostro paese sono, inoltre, quelli che più temono di dover abbandonare tali scelte per quest’anno, non semplicemente di rinviarle. In particolare lo scarto arriva ad oltre venti punti percentuali con la Germania. Rispetto, ad avere (o concepire) un figlio, la rinuncia è indicata dal 14,2% dei giovani tedeschi e dal 36,5% degli italiani. A livello paese questo fa temere un ulteriore impatto negativo sulla natalità, che va ad accentuare squilibri demografici già tra i più gravi al mondo.

Se non si agisce con politiche adeguate, il nuovo scenario prodotto dalla pandemia rischia di frenare ancor più i progetti di vita delle nuove generazioni e, di conseguenza, indebolire le energie che l’Italia può mettere in campo per dare nuova vitalità alla ripresa, compromettendo qualsiasi solido processo di crescita futuro.

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