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Una transizione debole verso il futuro senza i giovani

Se non cogliamo l’occasione per costruire un paese migliore dopo la discontinuità prodotta dalla pandemia – attraverso capacità di visione e impegno collettivo – sicuramente peggioreremo e di molto. L’impatto della crisi sanitaria sta rendendo ancor più pesanti alcuni squilibri che erano già su livelli record del nostro paese: in particolare sul versante finanziario (debito pubblico), demografico (denatalità) e sociale (accesso a opportunità e benessere). Ma la crisi in corso sta ulteriormente indebolendo i percorsi formativi e lavorativi, in particolare delle nuove generazioni.

Nel «tredicesimo» mese dell’anno

Se pensavamo che il nuovo anno e l’arrivo del vaccino avrebbero risolto tutto, ci siamo un po’ illusi. Gennaio 2021 sembra piuttosto un tredicesimo mese aggiunto in coda al 2020. Siamo ancora in piena emergenza, con la diffusione dell’epidemia che fa fatica a rallentare; con i colori delle Regioni che resta impetuosa (e senza i freni posti sarebbe ancor più devastante); con le scuole che non sanno quando potranno ritornare con studenti in presenza perché il Ministero dice una cosa, le Regioni un’altra e i giudici un’altra ancora; con cittadini, famiglie e aziende che sentono ticchettare il timer della bomba socio-economica di primavera e vivono in un quadro di forte incertezza che, ora, la crisi di governo aggrava. L’emergenza, insomma, diventa sempre più pesante da gestire, e le sue conseguenze appaiono serissime non solo nel breve, ma anche nel medio e lungo periodo. E bisogna avere la lucidità di riconoscere che a pagarne il prezzo maggiore, oltre la stretta dimensione sanitaria, sono i giovani, messi ai margini dei percorsi di formazione e lavoro, e colpiti nella dimensione del benessere psicologico e sociale.

Le ricerche internazionali, documentate nel Rapporto steso dal gruppo di esperti su “Demografia e Covid” istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, mostrano, in vari Paesi in cui i dati sono disponibili, come circa un giovane su tre durante il primo lockdown abbia riportato condizioni moderate o severe di stress e ansia, umore negativo, fino a stati di depressione, senso di abbandono e i disturbi psicosomatici. Varie analisi registrano, inoltre, un aumento dei comportamenti aggressivi, oppositivi e trasgressivi.

I fattori alla base della crescita del disagio sono molteplici. A livello individuale (…)

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La rinuncia ai figli e il declino italiano

Nel suo tradizionale discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha messo bene in luce l’impatto della crisi sanitaria sul paese, ma anche sulle storie individuali e sui progetti di vita. Ha, infatti ricordato, che la pandemia “ha scavato solchi profondi nelle nostre vite, nella nostra società. Ha acuito fragilità del passato. Ha aggravato vecchie diseguaglianze e ne ha generate di nuove. Tutto ciò ha prodotto pesanti conseguenze sociali ed economiche”. Ha, inoltre, aggiunto che la crisi sanitaria “ha seminato un senso di smarrimento: pone in discussione prospettive di vita. Basti pensare alla previsione di un calo ulteriore delle nascite, spia dell’incertezza che il virus ha insinuato nella nostra comunità”.

Oltre la pandemia, rafforzare salute e capitale umano

Non è eccessivo riconoscere che l’Italia si trovi oggi davanti ad un drammatico bivio. Da un lato c’è il sentiero stretto, tutto in salita, che va verso una nuova fase di sviluppo economico e sociale. Sull’altro lato c’è un’ampia strada in discesa “che porta al disastro” – come ammoniva il direttore Tamburini in un editoriale pubblicato poco prima della seconda ondata pandemica – “reso ancora più drammatico dalla montagna di debito pubblico”. Le nostre fragilità passate e l’impatto della crisi sanitaria ci spingono verso la seconda strada. Servirà, nel nuovo anno, tutta la nostra volontà e lucidità d’intenti per imboccare con decisione la prima. Tra gli squilibri accumulati che ci sbilanciano verso la direzione sbagliata, assieme all’indebitamento c’è anche, forse ancor più, l’invecchiamento demografico. Si tratta di due enormi macigni che gravano sul debole capitale umano delle nuove generazioni, a cui si associa la scarsa capacità di piena valorizzazione nella società e nel mondo del lavoro.

L’emergenza demografica che chiude l’anno nero

Sta per finire un anno che verrà ricordato a lungo nella memoria dei singoli e ben individuabile nella serie storica dei principali indicatori economici, sociali e demografici. Nel 2020 tutti gli aspetti della vita sociale ed economica sono stati vissuti in condizione di emergenza, in modo inatteso e mai sperimentato in precedenza dalle generazioni nate nell’Italia repubblicana. Ai rischi e ai timori per la salute si è, infatti, fin da subito aggiunto anche il disagio materiale (sul fronte del lavoro, del reddito, dell’organizzazione familiare) e quello emotivo (per le difficoltà nelle relazioni sociali e l’incertezza nei confronti del futuro). E’ stato però anche un periodo in cui persone, famiglie, aziende, istituzioni, hanno dovuto guardare la realtà in modo diverso. In molti casi, la necessità di rimettere in discussione pratiche consolidante ha aperto anche nuove opportunità che hanno portato a soluzioni migliori, destinate a rimanere anche oltre l’emergenza. Si è, inoltre, rafforzata la consapevolezza che, sotto molti aspetti, non sarà possibile tornare come prima, ma anche che, sotto molti altri, è bene cogliere la discontinuità per iniziare una fase nuova.

La demografia è uno dei principali ambiti colpiti dalla pandemia, sia per l’effetto diretto sull’aumento della mortalità, sia per le conseguenze indirette sui progetti di vita delle persone. Come ben noto, la situazione del nostro paese risultava già da troppo tempo problematica su questo fronte. Il maggior invecchiamento della popolazione ci ha resi più vulnerabili al virus. I fragili percorsi formativi e professionali dei giovani in Italia (soprattutto se provenienti da famiglie con medio-basso status sociale), i limiti della conciliazione tra vita e lavoro (soprattutto sul lato femminile), l’alta incidenza della povertà per le famiglie con figli (soprattutto oltre il secondo), con il contraccolpo della crisi sanitaria rischiano di rendere ancor più debole la scelta di formare una propria famiglia e avere dei figli. Anche l’aumento del senso di insicurezza va in tale direzione.

Da un lato, i livelli ante Covid-19 su questo insieme di indicatori non possono essere considerati una normalità positiva a cui tornare. D’altro lato le conseguenze dell’impatto della crisi sanitaria non sono scontate e potrebbero portare – come già accaduto con la recessione del 2008-13 – ad un adattamento al ribasso, andando così ad accentuare squilibri demografici incompatibili con uno sviluppo solido del nostro paese.

Lo scenario in cui ci troviamo proiettati richiede, in ogni caso, un attento monitoraggio della condizione delle famiglie e delle nuove generazioni, oltre che dell’evoluzione del sistema di rischi e opportunità all’interno del quale le scelte e i comportamenti demografici si collocano. Solo adeguate ricerche e analisi possono fornire il supporto conoscitivo necessario per politiche efficaci, in grado di aiutare il Paese a riprogettarsi e partire in modo nuovo, favorendo un’apertura positiva e vitale verso il futuro.

Il quadro attualmente più completo delle conoscenze disponibili, delle ricerche in corso (in ambito nazionale e internazionale) e delle evidenze empiriche emergenti, si può trovare nel Rapporto “L’impatto della pandemia di Covid-19 su natalità e condizione delle nuove generazioni”, curato dal gruppo di esperti su “Demografia e Covid-19” istituito ad aprile dalla ministra Bonetti, e presentato ieri in un webinar promosso dal Dipartimento per le politiche della famiglia. Riguardo alle nascite, i dati parziali dei primi otto mesi dell’anno evidenziano già una riduzione di circa 6,5 mila nati rispetto allo stesso periodo del 2019. Questo significa che, al netto della pandemia, il 2020 si preannunciava già in ulteriore diminuzione. Un sondaggio condotto a novembre tra i più qualificati esperti italiani sui temi demografici (attivi in ambito accademico o nei principali istituti di ricerca), conferma un orientamento generale ad anticipare un effetto negativo. In particolare, a ritenere che il 2020 sarà caratterizzato da una sensibile riduzione dei concepimenti sono circa 3 intervistati su 4. Il 20 percento pensa che l’impatto sarà limitato, mentre solo circa il 5% ritiene che ci sarà un incremento. Si tratta di un quadro coerente con i dati della prima indagine europea sull’impatto della pandemia sui progetti di vita di giovani e giovani-adulti (18-34 anni) condotta da Istituto Toniolo e Ipsos a fine marzo e poi replicata ad ottobre, che mostrano come gli italiani siano quelli che più si sono trovati a rivedere al ribasso le scelte programmate (uscire dalla casa dei genitori, formare una propria famiglia, avere un figlio).

Di particolare rilevanza, per le ricadute su tali scelte sono i dati sui percorsi professionali e sulle possibilità di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Nel secondo trimestre 2020 il tasso di occupazione femminile risulta sceso al 48,4%, consolidando la distanza rispetto alla media europea. Si accentua anche il divario generazionale. Sempre nello stesso periodo, la riduzione del tasso di occupazione è risultata pari a -3,2 punti percentuali nella fascia 25-34 anni, pari a -1,6 nella fascia 35-49 e a -0,8 in quella 50-64. A essere più colpita risulta quindi la classe di età che già presentava il più ampio divario rispetto alla media europea, ma anche quella più delicata per la costruzione dei progetti di vita.

Il 2020 potrebbe essere anche l’anno – come verificheremo dai dati provvisori del Censimento permanente presentati oggi dall’Istat – in cui scopriamo (prima ancora che venga contabilizzato l’’impatto completo della pandemia) di essere scesi sotto la soglia dei 60 milioni di abitanti. Un dato decisamente peggiore rispetto alle previsioni. Le proiezioni con base 2011 prefiguravano una discesa sotto tale livello solo dopo la metà del secolo. Anche secondo le proiezioni più recenti (base 2018, scenario mediano), che scontavano l’andamento demografico negativo dell’ultimo decennio, la discesa sotto la soglia dei 60 milioni si sarebbe dovuta osservare non prima del 2030.

Il Rapporto del gruppo di esperti su “Demografia e Covid-19” si conclude con un capitolo sulle misure messe in campo o annunciate in campo europeo e italiano, con particolare attenzione a Next Generation Eu e al Family act. Ma oltre alla necessità di solide e credibili misure di policy, servirà anche un clima sociale positivo che proietti tutto il paese in avanti, non solo per superare l’emergenza ma, soprattutto, per alimentare un nuovo processo di sviluppo in cui possa essere collocata con fiducia la realizzazione del desiderio di avere un figlio. Al contrario, lasciare che l’emergenza sanitaria diventi una ulteriore occasione per le nuove generazioni di revisione al ribasso dei propri progetti di vita, condannerebbe tutto il paese ad un declino irreversibile. Il segnale più chiaro di quale tra questi due scenari andrà ad imporsi ce lo daranno le dinamiche della natalità dal 2022 in poi.