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CORONAVIRUS. Salute e lavoro, la fase 2 che serve ai giovani italiani

Da quando è iniziata l’emergenza sanitaria si è assistito a una crescente attenzione verso i dati statistici. Gli statistici stessi si sono, come mai in passato, confrontati con l’attualità. Hanno risposto a una chiamata interna che li ha portati a uscire dalle mura accademiche e fornire le proprie competenze. La grande maggioranza degli sforzi prodotti è stata diretta ad alimentare una spasmodica corsa al modello meglio in grado di interpolare i dati ufficiali (su contagi, ricoveri in terapia intensiva, decessi).

Giovani e virus, l’età dell’incertezza

C’è un mondo nuovo da costruire dopo la crisi sanitaria. La pandemia, con i suoi rischi e le sue implicazioni ci costringe a farlo, forzandoci a rimettere in discussione molti dei punti di riferimento su cui era costruita la nostra quotidianità passata in termini di vita privata, sociale, scolastica, lavorativa. Ma questo tempo e questa prova possono essere trasformati in un’opportunità unica per guardarci individualmente dentro e guardare collettivamente oltre. La crisi ci dice, al massimo, cosa non possiamo più essere e fare, ma sta a noi decidere cosa diventare dopo questa esperienza. La Bibbia è piena di momenti di passaggio, di abbandono di un luogo e di una condizione per assumere l’impegno di un nuovo inizio. La Pasqua stessa ha alla base un desiderio di rinnovamento che trasforma quello che la realtà ci presenta come un fallimento o una perdita in rinascita che apre nuovi orizzonti di senso e di valore.

I nostri giovani disposti ai sacrifici: spinta a cambiare

E’ passato esattamente un mese da quando il lockdown è stato esteso all’intera penisola. Da allora viviamo tutti una comune condizione di spaesamento. Le due frasi più utilizzate in questo periodo sono state “andrà tutto bene” e “nulla sarà più come prima”, ma non abbiamo ancora chiaro come far stare assieme l’auspicio della prima con la consapevolezza della seconda.

Coronavirus. I numeri reali ci dicono che il rischio era avere oltre 1 milione di morti

I numeri sono fondamentali per capire quanto l’epidemia di Covid–19 si sia diffusa nella popolazione italiana. Ci forniscono indicazioni sul livello di gravità raggiunto e sulle dinamiche in corso, aiutandoci ad anticipare un suo possibile rallentamento e prefigurare i tempi di una ripresa progressiva delle attività del Paese. Allo stato attuale, però, l’unica informazione certa che abbiamo è che i dati ufficialmente forniti sono sottostimati. Sono, infatti, solo la punta di un iceberg.

Una chiamata collettiva va favorita con gli strumenti adeguati

Gli italiani – ma vale per gran parte del mondo più ricco – si erano abituati a vivere una normalità libera dai grandi flagelli della guerra e della peste presenti in modo endemico nel passato. L’Uomo andato sulla Luna pensava di poter guardare da lontano i terribili rischi del mondo vissuto dalle generazioni precedenti. In effetti è così, ma solo se non diamo per scontato la possibilità che grandi conflitti e grandi epidemie, pur in forma diversa, possano tornare a colpire. Questo timore è diventato particolarmente acuto in queste ultime settimane, perché la sensazione di tutti è di trovarsi come i protagonisti di Pleasantville: strappati dalla nostra quotidianità e catapultati improvvisamente dentro ad una fiction, di quelle con trama distopica.