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Se l’emergenza abitativa inasprisce la crisi demografica

Un accentuato declino delle nascite sta attraversando l’Europa non risparmiando nessun paese. Coinvolge anche contesti che fino a pochi anni fa riuscivano a mantenere il numero medio di figli per coppia vicino a 2. La preoccupazione è duplice. Da un lato vi sono le complicate conseguenze da gestire: riduzione della forza lavoro, aumento del rapporto tra popolazione anziana e attiva, pressione crescente sui sistemi di welfare. Dall’altro lato vi è una questione più profonda: comprendere le cause del calo e individuare politiche capaci di ridurre il divario tra numero di figli desiderati ed effettivamente avuti.

Un nuovo patto generazionale per creare il benessere di domani

patto generazionale

Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rivolto ai giovani un invito che suona insieme come un monito e una promessa: “Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”.

Perché questa giusta aspirazione possa tradursi in realtà occorre però lavorare sulle condizioni abilitanti. Essere giovani non è un’esperienza uguale in ogni epoca. La giovinezza è la fase più dinamica del corso di vita, ma cambia profondamente a seconda del contesto storico. Le generazioni cresciute nel secondo dopoguerra hanno attraversato la transizione verso l’età adulta in un quadro di crescita, stabilità e fiducia nel progresso. Le nuove generazioni, invece, si confrontano con un mondo segnato da precarietà strutturali, crisi ambientale, instabilità geopolitica e trasformazioni tecnologiche accelerate. Si trovano, inoltre, ad operare le proprie scelte in un contesto profondamente diverso da quello che ha sorretto il patto implicito tra generazioni nel secondo Novecento. Quel patto si basava su presupposti che non reggono più: una demografia giovane e in espansione, un debito pubblico contenuto, un rapporto favorevole tra popolazione attiva e inattiva, un mercato del lavoro capace di assorbire rapidamente i nuovi ingressi e di costruire una solida previdenza.

In pochi decenni, l’Italia è passata da una società giovane e in crescita a una società longeva e in contrazione demografica, in cui aumentano gli anziani e diminuiscono i giovani. Questo mutamento strutturale non è stato accompagnato da un adeguato ripensamento di istituzioni, politiche e cultura collettiva. Il risultato è un patto generazionale sbilanciato, che tende a proteggere chi è già dentro il sistema — generazioni mature, lavoratori stabili, pensionati — e a lasciare ai margini chi dovrebbe costruire il futuro: giovani, nuovi lavoratori, famiglie in formazione.

Questo squilibrio produce una duplice ingiustizia. È intergenerazionale, perché ai giovani vengono offerte meno opportunità di quelle necessarie per contribuire in modo qualificato allo sviluppo del Paese. Ed è intragenerazionale, perché le disuguaglianze di partenza si amplificano nel tempo, penalizzando soprattutto chi dispone di minori risorse familiari, territoriali e relazionali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: sfiducia, disimpegno, astensionismo, oppure “voto con le gambe” attraverso l’emigrazione.

Eppure, come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nel suo discorso di inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Messina, l’Italia ha bisogno di riorientare le proprie strategie di sviluppo, mettendo al centro solida formazione e piena valorizzazione delle nuove generazioni. Non si tratta di contrapporre giovani e anziani, ma di riconoscere che la condizione giovanile di oggi anticipa la struttura sociale di domani.

L’equità tra generazioni non è, quindi, un tema astratto né solo etico. È una questione centrale per il benessere collettivo, la competitività economica e la sostenibilità sociale. In un Paese in cui si vive più a lungo ma con meno giovani, non basta redistribuire risorse in modo statico. Occorre ridefinire le condizioni di funzionamento dinamico del sistema.

Un Paese equo non è quello che protegge i giovani come soggetti deboli, ma quello che li abilita come protagonisti. L’equità generazionale ha due dimensioni inseparabili: una correttiva, che riduce gli svantaggi accumulati, e una abilitante, che crea le condizioni perché le nuove generazioni possano sviluppare le proprie potenzialità. Questo secondo aspetto è ancora più importante e urgente in un mondo attraversato da transizioni demografica, digitale, ecologica e valoriale, che in modo combinato plasmano il senso del loro essere e fare nel mondo. Il rischio, altrimenti, è che i giovani diventino una minoranza non solo demografica ed elettorale, ma anche sociale e politica, incapace di incidere sulle scelte collettive.

Ridefinire il patto generazionale non significa mettere in discussione il contributo delle generazioni più mature. Al contrario, un nuovo patto deve fondarsi su reciprocità e corresponsabilità. Chi ha beneficiato del passato va riconosciuto per il ruolo svolto, ma deve anche rendere possibile ai giovani di costruire un futuro solido a partire dal presente. Questo implica uno spostamento dello sguardo: dal benessere passato da conservare al benessere futuro da abilitare. Significa anche spostare il baricentro culturale e produttivo del Paese dal XX al XXI secolo, trasformando la maggiore longevità in una risorsa condivisa e la minore numerosità dei giovani in una leva di qualità, capace di portare innovazione, competenze avanzate e nuove sensibilità nei processi di sviluppo.

Solo in questo quadro l’invito ai giovani a essere protagonisti diventa credibile. Una società che chiede ai giovani di assumersi responsabilità deve, allo stesso tempo, metterli concretamente in condizioni di esercitarle.

E’ facendo dialogare le generazioni che la speranza diventa un progetto

Il mondo cambia perché arrivano sguardi nuovi che lo osservano come nessuno aveva mai fatto prima. Dietro agli sguardi delle nuove generazioni ci sono desideri e speranze che cercano nuovi spazi e opportunità. Tutto ricomincia con ciò che nasce. Ma nulla riparte da zero, grazie a quello che trasmettono le generazioni precedenti. Tutto si trasforma nel rapporto e nel confronto continuo tra vecchie e nuove generazioni. Ma ciò che si trasforma non necessariamente migliora. Se il nuovo che portano in dono le nuove generazioni non viene messo in condizione di generare nuovo valore, il mondo invecchia senza rinnovarsi. Se ciò che di valore le generazioni precedenti trasmettono non viene riconosciuto, il mondo si rinnova ma girando a vuoto.

Per tutelare gli anziani servono percorsi di qualità per i giovani

Dal 2014 la popolazione italiana è in continua diminuzione. Il declino degli abitanti del nostro paese è la conseguenza del fatto che l’aumento della popolazione anziana e il saldo migratorio positivo non sono più in grado di controbilanciare la riduzione della popolazione giovanile. Questo significa che l’Italia non solo si restringe demograficamente ma sta diventando sempre più squilibrata al proprio interno a sfavore delle fasce più attive, dinamiche e produttive.

La popolazione residente è complessivamente scesa da 60,3 milioni nel 2014 a meno di 59 milioni oggi. Secondo le previsioni Istat nel 2050 saremo meno di 55 milioni nel 2050, ritornando ai livelli che avevamo nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso. E’ un problema? Quanto è nato il Sistema sanitario nazionale, nel 1978, il numero medio di figli per donna era ancora su livelli che garantivano l’equilibrio nel rapporto tra generazioni (come noto vicino a 2,1 mentre oggi siamo sotto 1,2); l’Italiano “tipo” era un trentenne e gli anziani costituivano una componente relativamente contenuta della popolazione. Da allora al 2050 la fascia tra i 18 e i 34 anni si troverà a ridursi da circa 14 milioni a poco più di 8 milioni, viceversa quella di 75 anni e oltre ad espandersi da circa 2,5 a 11,5 milioni. A metà di questo secolo l’italiano “tipo” sarà un settantacinquenne, ovvero a quell’età corrisponderà il numero più alto di residenti nel nostro Paese.

Va precisato che l’invecchiamento della popolazione è un processo dovuto al positivo allungamento della vita media. La sfida di garantire solide basi per una lunga vita attiva è comune a tutte le economie mature avanzate. Quello che compromette tale possibilità, più in Italia che negli altri paesi con cui ci confrontiamo, è lo svuotamento delle classi di età più giovani.

Come documentato e argomentato nel mio recente libro “La scomparsa dei giovani” (Chiarelettere 2025), non possiamo evitare la crescita delle fasce anziane, quello che possiamo intelligentemente fare è mettere i cittadini nelle condizioni di arrivare a tale età mantenendo benessere e salute. Questo va a favore sia della qualità della vita delle persone sia della sostenibilità del sistema paese. Per investire in tale direzione è necessario migliorare la formazione, l’attenzione agli stili di vita, la qualità del lavoro, l’accumulazione e l’uso dei risparmi, la prevenzione, la disponibilità di nuove tecnologie abilitanti. Ma se le nuove generazioni sono meno numerose e faticano a costruire percorsi formativi e professionali solidi, si indeboliscono le risorse – umane ed economiche – necessarie a sostenere un Paese che invecchia. Gli stessi giovani rischiano, inoltre, di trovarsi con bassi salari e carriere discontinue che portano a rinunciare ad avere figli, ad accumulare insufficienti contributi previdenziali e a rinunciare a una pensione integrativa. Questo vale ancor più per le donne. Non è un caso che aumenti la mobilità dei giovani verso l’estero e a crescere al loro interno sia soprattutto la componente femminile.

E’ quindi evidente che una società della longevità sostenibile ha bisogno di investire sulla qualità. Sia in termini di condizione attiva e salute per la crescente popolazione anziana, sia in termini di formazione e qualità del contributo allo sviluppo economico e dei percorsi professionali delle generazioni più giovani. Utilizzare meglio risorse economiche e tempo, nella dimensione personale e collettiva, è sempre più strategico per continuare a garantire sviluppo e benessere nelle economie mature avanzate.