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L’Italia diventa over 65: una sfida su lavoro e partecipazione sociale

Uno spettro si aggira per l’Europa. Quello della crisi demografica, come confermano le previsioni Eurostat pubblicate in questi giorni. Con Italia precursore di declino e invecchiamento della popolazione.

Eppure queste dinamiche non hanno finora portato a un indebolimento della forza lavoro.  Al contrario, negli ultimi anni il numero degli occupati è cresciuto. Si tratta, però, di una fase temporanea. Nella popolazione in età attiva sono ancora presenti le generazioni nate quando il numero medio di figli per donna era superiore a due. In particolare, la fascia 55–64 anni conta oggi circa 9,3 milioni di persone e presenta un tasso di occupazione superiore al 60%, con valori oltre il 70% tra gli uomini e poco sopra il 50% tra le donne. Risulta, quindi, una componente largamente inserita nei processi produttivi, che costituisce l’attuale colonna portante dell’equilibrio nel mercato del lavoro.

Se l’emergenza abitativa inasprisce la crisi demografica

Un accentuato declino delle nascite sta attraversando l’Europa non risparmiando nessun paese. Coinvolge anche contesti che fino a pochi anni fa riuscivano a mantenere il numero medio di figli per coppia vicino a 2. La preoccupazione è duplice. Da un lato vi sono le complicate conseguenze da gestire: riduzione della forza lavoro, aumento del rapporto tra popolazione anziana e attiva, pressione crescente sui sistemi di welfare. Dall’altro lato vi è una questione più profonda: comprendere le cause del calo e individuare politiche capaci di ridurre il divario tra numero di figli desiderati ed effettivamente avuti.

Un nuovo patto generazionale per creare il benessere di domani

patto generazionale

Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rivolto ai giovani un invito che suona insieme come un monito e una promessa: “Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna”.

Perché questa giusta aspirazione possa tradursi in realtà occorre però lavorare sulle condizioni abilitanti. Essere giovani non è un’esperienza uguale in ogni epoca. La giovinezza è la fase più dinamica del corso di vita, ma cambia profondamente a seconda del contesto storico. Le generazioni cresciute nel secondo dopoguerra hanno attraversato la transizione verso l’età adulta in un quadro di crescita, stabilità e fiducia nel progresso. Le nuove generazioni, invece, si confrontano con un mondo segnato da precarietà strutturali, crisi ambientale, instabilità geopolitica e trasformazioni tecnologiche accelerate. Si trovano, inoltre, ad operare le proprie scelte in un contesto profondamente diverso da quello che ha sorretto il patto implicito tra generazioni nel secondo Novecento. Quel patto si basava su presupposti che non reggono più: una demografia giovane e in espansione, un debito pubblico contenuto, un rapporto favorevole tra popolazione attiva e inattiva, un mercato del lavoro capace di assorbire rapidamente i nuovi ingressi e di costruire una solida previdenza.

In pochi decenni, l’Italia è passata da una società giovane e in crescita a una società longeva e in contrazione demografica, in cui aumentano gli anziani e diminuiscono i giovani. Questo mutamento strutturale non è stato accompagnato da un adeguato ripensamento di istituzioni, politiche e cultura collettiva. Il risultato è un patto generazionale sbilanciato, che tende a proteggere chi è già dentro il sistema — generazioni mature, lavoratori stabili, pensionati — e a lasciare ai margini chi dovrebbe costruire il futuro: giovani, nuovi lavoratori, famiglie in formazione.

Questo squilibrio produce una duplice ingiustizia. È intergenerazionale, perché ai giovani vengono offerte meno opportunità di quelle necessarie per contribuire in modo qualificato allo sviluppo del Paese. Ed è intragenerazionale, perché le disuguaglianze di partenza si amplificano nel tempo, penalizzando soprattutto chi dispone di minori risorse familiari, territoriali e relazionali. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: sfiducia, disimpegno, astensionismo, oppure “voto con le gambe” attraverso l’emigrazione.

Eppure, come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nel suo discorso di inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Messina, l’Italia ha bisogno di riorientare le proprie strategie di sviluppo, mettendo al centro solida formazione e piena valorizzazione delle nuove generazioni. Non si tratta di contrapporre giovani e anziani, ma di riconoscere che la condizione giovanile di oggi anticipa la struttura sociale di domani.

L’equità tra generazioni non è, quindi, un tema astratto né solo etico. È una questione centrale per il benessere collettivo, la competitività economica e la sostenibilità sociale. In un Paese in cui si vive più a lungo ma con meno giovani, non basta redistribuire risorse in modo statico. Occorre ridefinire le condizioni di funzionamento dinamico del sistema.

Un Paese equo non è quello che protegge i giovani come soggetti deboli, ma quello che li abilita come protagonisti. L’equità generazionale ha due dimensioni inseparabili: una correttiva, che riduce gli svantaggi accumulati, e una abilitante, che crea le condizioni perché le nuove generazioni possano sviluppare le proprie potenzialità. Questo secondo aspetto è ancora più importante e urgente in un mondo attraversato da transizioni demografica, digitale, ecologica e valoriale, che in modo combinato plasmano il senso del loro essere e fare nel mondo. Il rischio, altrimenti, è che i giovani diventino una minoranza non solo demografica ed elettorale, ma anche sociale e politica, incapace di incidere sulle scelte collettive.

Ridefinire il patto generazionale non significa mettere in discussione il contributo delle generazioni più mature. Al contrario, un nuovo patto deve fondarsi su reciprocità e corresponsabilità. Chi ha beneficiato del passato va riconosciuto per il ruolo svolto, ma deve anche rendere possibile ai giovani di costruire un futuro solido a partire dal presente. Questo implica uno spostamento dello sguardo: dal benessere passato da conservare al benessere futuro da abilitare. Significa anche spostare il baricentro culturale e produttivo del Paese dal XX al XXI secolo, trasformando la maggiore longevità in una risorsa condivisa e la minore numerosità dei giovani in una leva di qualità, capace di portare innovazione, competenze avanzate e nuove sensibilità nei processi di sviluppo.

Solo in questo quadro l’invito ai giovani a essere protagonisti diventa credibile. Una società che chiede ai giovani di assumersi responsabilità deve, allo stesso tempo, metterli concretamente in condizioni di esercitarle.

E’ facendo dialogare le generazioni che la speranza diventa un progetto

Il mondo cambia perché arrivano sguardi nuovi che lo osservano come nessuno aveva mai fatto prima. Dietro agli sguardi delle nuove generazioni ci sono desideri e speranze che cercano nuovi spazi e opportunità. Tutto ricomincia con ciò che nasce. Ma nulla riparte da zero, grazie a quello che trasmettono le generazioni precedenti. Tutto si trasforma nel rapporto e nel confronto continuo tra vecchie e nuove generazioni. Ma ciò che si trasforma non necessariamente migliora. Se il nuovo che portano in dono le nuove generazioni non viene messo in condizione di generare nuovo valore, il mondo invecchia senza rinnovarsi. Se ciò che di valore le generazioni precedenti trasmettono non viene riconosciuto, il mondo si rinnova ma girando a vuoto.