Tagged: popolazione

L’impegno a rendere più rosa il futuro

Nel corso dell’ultimo anno si è consolidata una narrazione positiva di Milano. E’ diventato comune nei convegni e nei dibattiti sentir parlare orgogliosamente di città delle opportunità e di metropoli che sa anticipare il futuro. Si può correre però il rischio di confondere la città che vorremmo con quella che attualmente abbiamo. E’ bene essere ottimisti, ma è bene anche mantenere i piedi saldamente a terra. Se guardiamo al resto d’Italia e alla capitale possiamo essere soddisfatti dei rischi che abbiamo evitato più che delle opportunità colte. Osservando i processi di cambiamento e sviluppo in Europa non proviamo la frustrazione di chi si vede ai margini, ma nemmeno possiamo illuderci di essere considerati al centro. Abbiamo però imboccato la strada giusta e abbiamo un largo potenziale ancora inespresso. Se non abbiamo ancora raggiunto le aree del continente che più corrono è soprattutto perché stiamo sottoutilizzando due principali componenti che, dove adeguatamente messe in campo, dimostrano di poter fare la differenza. Si tratta dei giovani e delle donne. Se Milano vuole davvero diventare una città delle opportunità e dimostrare di essere in grado di anticipare il futuro, è soprattutto sulle giovani donne che si misureranno i risultati ottenuti. Di fatto significa saper coniugare la crescita delle opportunità con quella delle pari opportunità.

E’ tempo di mettere l’esperienza al servizio dell’innovazione

Non sarà un’impresa facile la guida di Milano nei prossimi cinque anni. Pisapia stesso deve guardarsi dalla sindrome di Lippi, che ritiratosi da ct dopo il successo della nazionale ai mondiali del 2006 si lasciò convincere a tornare sui suoi passi, con esito disastroso. In molti hanno il timore che la Milano di questi ultimi anni somigli alla nazionale che seppe conquistare la coppa del Mondo in Germania: più che l’inizio di una nuova stagione fu solo una felice parantesi. Nei due mondiali successi siamo infatti usciti miseramente al primo turno. Giuliano Pisapia può fare moltissimo a fianco del prossimo sindaco. Si tratterebbe di un segnale culturale di grande rilevanza per un paese come l’Italia che oscilla tra i due estremi della rottamazione e del blocco generazionale. In una società che funziona come dovrebbe, le generazioni cooperano per il comune bene, che in questo caso è la crescita economica e sociale della città. Una collaborazione tanto più  importante per una metropoli in grande trasformazione come Milano.

I diritti del futuro da rimettere al centro

Il divario tra un’Italia che resiste alla crisi e una che è stata lasciata scivolare sempre più ai margini è diventato sempre più visibile negli ultimi anni. Si sono estese le periferie del disagio, non solo urbane ma anche quelle rappresentate da alcune rilevanti componenti sociali che hanno perso progressivamente centralità all’interno dei processi decisionali e di sviluppo nel paese. Più che la recessione, a tener ampio tale divario è il fatto che negli ultimi decenni si è favorito chi aveva vecchie posizioni da difendere rispetto a chi ne aveva nuove da raggiungere; chi godeva di benessere accumulato in passato invece di chi poteva produrre nuovo benessere; i detentori dei  privilegi dell’oggi anziché i cercatori di opportunità di domani. E quando il futuro diventa periferico sono immancabilmente le nuove generazioni a perderci.

Per favorire l’integrazione serve un progetto di crescita comune

In uno stesso quartiere della periferia di Milano abitano due famiglie molto diverse e molto simili. La prima è formata da due coniugi sessantenni in pensione con un figlio unico partito tre anni fa per Londra in cerca di migliori opportunità di lavoro. Per lui non è stato facile all’inizio, ma ora ha trovato un buon impiego e da un anno l’ha raggiunto anche la fidanzata.

Quell’energia sociale spontanea che sgorga nelle strade di Milano

 

Una parte sempre più rilevante della nostra vita di comunicazione e relazione si è spostata negli ultimi dieci anni sul web. I membri delle nuove generazioni trascorrono più tempo sui social network che a conversare amabilmente con compagni di studio, colleghi di lavoro e vicini di casa. Ma è in crescita anche la presenza in rete delle persone più mature. Molti di coloro che non hanno mai usato internet per lavoro né tantomeno ai tempi della scuola, scoprono i social network dopo la pensione e non solo per i contatti con figli e nipoti, ma sempre più anche per interagire con coetanei e coltivare nuovi interessi e amicizie. Le due dimensioni, quella della rete e della vita reale, non sono necessariamente in contrapposizione o indipendenti, possono anzi in molti casi arricchirsi vicendevolmente. Lo dimostra il successo delle “social street” messo in evidenza da una recente ricerca coordinata da Cristina Pasqualini, ricercatrice dell’Università Cattolica.