Italia, generazione zero figli: il peso delle incertezze e dei cambiamenti culturali

Sicuramente ne abbiamo meno rispetto ai paesi con cui ci confrontiamo. In un’Europa in deficit demografico, ci sono paesi con tasso di fecondità non troppo sotto 2 – soglia di equilibrio per il rinnovo generazionale – altri che faticano ad arrivare a 1,5. Altri ancora, come l’Italia, vicini a 1 o poco sopra.

Dobbiamo però anche chiederci se il punto di riferimento oggi sia ancora 2. Nei primi decenni del Secondo dopoguerra la fecondità era superiore a tale livello, ma comunque più bassa rispetto alle generazioni precedenti. All’apice del Baby boom il tasso era 2,7, contro un valore pari a 5 all’epoca dell’Unità d’Italia.

Le giovani generazioni, il basso peso elettorale e le priorità politiche

giovani generazioni

Invecchiamento della popolazione e squilibri generazionali vengono generalmente descritti come una sfida per il mercato del lavoro e per il welfare. In realtà, le implicazioni sono molto più ampie. In gioco c’è la capacità stessa di mantenere uno sguardo rivolto al futuro.

La democrazia è costruita sul principio della pari rappresentanza dei cittadini. L’invecchiamento demografico introduce però una forma insidiosa di asimmetria. Molte delle decisioni oggi più rilevanti producono effetti che si dispiegheranno nell’arco di molti decenni. Coloro che ne subiranno più a lungo le conseguenze sono prevalentemente le giovani generazioni e chi deve ancora nascere. Eppure proprio queste componenti rappresentano una quota sempre più ridotta dell’elettorato.

Immigrazione: dalla politica dei flussi alla politica del capitale umano

immigrazione

In Italia si continua a discutere di immigrazione soprattutto come emergenza o come problema di sicurezza. Nel frattempo stiamo diventando uno dei Paesi in cui maggiormente  la scarsità di lavoratori rischia di frenare crescita economica, innovazione e sostenibilità del welfare.

Il disegno di legge che dà attuazione al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, attualmente all’esame in Senato, affronta aspetti importanti: procedure per la protezione internazionale, identificazione, accoglienza, rimpatri e coordinamento amministrativo. Si tratta di strumenti necessari per una gestione più ordinata ed efficace dei flussi migratori. Sarebbe però un’occasione mancata se il confronto politico si fermasse a questa dimensione. L’immigrazione non è soltanto una questione amministrativa, né esclusivamente di sicurezza. È ormai parte integrante della transizione demografica che sta ridefinendo il futuro dell’Italia.

Il crollo delle nascite e la paura per il futuro nel mondo di Elon Musk

Elon Musk nascite

Negli ultimi anni Elon Musk è diventato uno dei più influenti sostenitori della tesi secondo cui il principale rischio per le società avanzate non sarebbe la sovrappopolazione, ma il crollo delle nascite. Ha indicato espressamente l’Italia come uno dei paesi in più profonda crisi demografica, all’interno di un quadro generale che vede tutte le economie mature avanzate scese sotto la soglia di sostituzione generazionale.

La questione, però, non è solo capire perché nascano sempre meno bambini. Occorre ancor prima e più interrogarsi sul contesto culturale e sociale nel quale le nuove generazioni si trovano oggi a compiere le proprie scelte di vita.

Qui emerge un paradosso che merita attenzione.

Avere figli, la scelta debole del XXI secolo

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Su scala globale, il numero medio di figli per donna (o coppia) è sceso da 5 a metà del Novecento a circa 2,3 oggi, con prospettive di continua riduzione nel resto del secolo. I paesi con tasso di fecondità sopra il livello di sostituzione (attorno a 2) sono sempre meno e concentrati in specifiche aree, in particolare nell’Africa subsahariana. Al contrario, oltre la metà dei paesi del mondo si colloca ormai stabilmente sotto tale soglia, inclusi tutti quelli economicamente avanzati.

Si tratta di uno scenario inedito. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la capacità di una popolazione di assicurare la propria continuità nel tempo non è messa in crisi prevalentemente da fattori esogeni – guerre, carestie, epidemie – ma da fattori endogeni, legati alle scelte individuali e alle condizioni offerte dal contesto sociale ed economico.