La condizione giovanile in Italia

INTRODUZIONE: GIOVANI NEL LABIRINTO

Alessandro Rosina

 

Nel Rapporto giovani 2013 abbiamo raccontato la difficile condizione degli under 30 italiani fornendo un ritratto che, a partire dai dati di una indagine ampia e dettagliata, andava oltre gli usuali indicatori delle statistiche ufficiali. Con questo volume siamo al secondo anno di quello che ambisce ad essere un osservatorio continuo che sonda, analizza e racconta la realtà complessa e dinamica dei giovani sia nella dimensione sia oggettiva che soggettiva.

Il mondo delle nuove generazioni è certo molto più ampio e ricco rispetto al loro tormentato rapporto con il lavoro e al benessere economico. Il ritratto fornito nei vari capitoli di questo volume lo conferma. E’ però anche vero che in questo frangente storico le preoccupazioni maggiori, con ripercussioni anche negli altri ambiti di vita, derivano dal non trovarsi con solido materiale su cui costruire le fondamenta del proprio futuro.

Meno promesse e più fatti sul lavoro dei giovani

Il tasso di disoccupazione giovanile, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat, è salito al 43,3 per cento. Si tratta dei valori peggiori mai incontrati dalle generazioni del secondo dopoguerra. È bene precisare, visto che molta confusione esiste su questo tema, che il dato si riduce se teniamo conto del fatto che molti a quell’età sono studenti, ma non migliora in senso relativo.

 La circolazione inceppata dei giovani talenti italiani

La mobilità dei talenti è naturale e positiva. Il problema dell’Italia non sono quindi, di per sé, i tanti di valore che se ne vanno, ma i pochi che fanno il percorso inverso. Se alla forza di uscita ne corrispondesse una almeno altrettanto intensa in entrata, a beneficiarne sarebbe, a livello macro, il sistema paese, che incrementerebbe la dotazione di intelligenze ed energie che lo rendono aperto al mondo e competitivo, e a livello micro, i giovani stessi che amplierebbero le opzioni possibili coniugando la scelta di andare con l’opportunità di tornare con successo.

Per approfondire: Rosina A. (2014), “La circolazione inceppata dei giovani talenti italiani”, in Rapporto italiani nel mondo 2014, Fondazione Migrantes, pp. 280-288,Tau editrice.

11 miliardi sul pianeta e l’incerto destino dell’Africa

Molti osservatori non esperti si sono quindi chiesti fino a che punto possiamo fidarci delle previsioni.

L’arte di prevedere il futuro
Alcune considerazioni possono essere d’aiuto. La prima è che per definizione le previsioni sono sbagliate. Nessuno conosce il futuro. Rimane però vero che ammontare e struttura della popolazione non cambiano repentinamente, fatti salvi eventi catastrofici. C’è quindi un fattore inerziale che aiuta a costruire scenari affidabili nel breve e medio periodo, ma nel lungo termine l’incertezza rimane alta. Tanto per fare un esempio, possiamo facilmente prevedere la popolazione italiana nel 2014, dato che sarà composta soprattutto da persone già presenti oggi, ma molto più complicato è sapere quanti e come saremo nel 2114.  L’unico modo per difenderci da questa incertezza è aggiornare continuamente le previsioni tenendo conto dei cambiamenti in corso.
Una seconda considerazione riguarda il fatto che le variazioni maggiori coinvolgono un insieme limitato di paesi, in particolare quelli con fecondità molto elevata. Sono in tutto 31, di cui 29 in Africa. Difficile allo stato attuale capire quando e con che rapidità si realizzerà anche per essi la transizione riproduttiva.

I giovani senza lavoro e il futuro che si meritano

Le promesse e i fatti

Insomma, dai politici non sono mancate le promesse di miglioramento della condizione delle nuove generazioni. A mancare continuano però ad essere i fatti, a giudicare dalla persistente difficoltà dei giovani sia nel trovare e creare lavoro, che, conseguentemente, nell’avviare un proprio progetto di vita autonoma.

Mentre nel resto d’Europa a lavorare è la gran parte di chi ha tra i 18 e i 29 anni, da noi è solo una minoranza a farlo: il tasso di occupazione era il 48% nel 2005 ed è sceso nel 2012 sotto il 40%. Anche il tasso maschile si è inabissato sotto la soglia del 50% e si trova attualmente vicino al 45% (al 33% quello femminile). Oltre 10 punti sotto la media europea.

Si accentua quindi ulteriormente il paradosso di un’Italia che non solo ha meno giovani rispetto agli altri paesi avanzati, ma li rende anche meno attivi e partecipativi nella società e nel mercato del lavoro (di conseguenza più passivamente dipendenti economicamente dai genitori).