Topic: giovani

L’efficacia del recovery plan? Dipenderà dalle risorse ai giovani

Il nuovo premier incaricato sa bene che se l’Unione europea si gioca molta della sua credibilità con Next Generation Eu, è altrettanto vero che il successo di tale iniziativa dipende dall’Italia, da come gestirà la fetta di fondi di cui è destinataria. Un governo solido, in grado di proporre un progetto convincente per una nuova fase di sviluppo del Paese, è ciò di cui l’Italia ha bisogno. La debolezza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) va considerata causa e conseguenza dell’instabilità del quadro politico.

Nel «tredicesimo» mese dell’anno

Se pensavamo che il nuovo anno e l’arrivo del vaccino avrebbero risolto tutto, ci siamo un po’ illusi. Gennaio 2021 sembra piuttosto un tredicesimo mese aggiunto in coda al 2020. Siamo ancora in piena emergenza, con la diffusione dell’epidemia che fa fatica a rallentare; con i colori delle Regioni che resta impetuosa (e senza i freni posti sarebbe ancor più devastante); con le scuole che non sanno quando potranno ritornare con studenti in presenza perché il Ministero dice una cosa, le Regioni un’altra e i giudici un’altra ancora; con cittadini, famiglie e aziende che sentono ticchettare il timer della bomba socio-economica di primavera e vivono in un quadro di forte incertezza che, ora, la crisi di governo aggrava. L’emergenza, insomma, diventa sempre più pesante da gestire, e le sue conseguenze appaiono serissime non solo nel breve, ma anche nel medio e lungo periodo. E bisogna avere la lucidità di riconoscere che a pagarne il prezzo maggiore, oltre la stretta dimensione sanitaria, sono i giovani, messi ai margini dei percorsi di formazione e lavoro, e colpiti nella dimensione del benessere psicologico e sociale.

Le ricerche internazionali, documentate nel Rapporto steso dal gruppo di esperti su “Demografia e Covid” istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, mostrano, in vari Paesi in cui i dati sono disponibili, come circa un giovane su tre durante il primo lockdown abbia riportato condizioni moderate o severe di stress e ansia, umore negativo, fino a stati di depressione, senso di abbandono e i disturbi psicosomatici. Varie analisi registrano, inoltre, un aumento dei comportamenti aggressivi, oppositivi e trasgressivi.

I fattori alla base della crescita del disagio sono molteplici. A livello individuale (…)

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Ripartiamo da Zeta

Gli attuali under 25 appartengono alla Generazione Zeta, composta dai nati dal 1996 in poi. E’ la prima generazione cresciuta sin dall’infanzia nel XXI secolo. Di fatto, senza diretta memoria del secolo precedente e tutta proiettata nelle trasformazioni di quello in corso. Distintivo è il rapporto con le nuove tecnologie e i social network. Presenta sensibilità spiccate verso i temi dell’ambiente e a condotte più attente al benessere sociale in generale. Tende, inoltre, a prediligere una partecipazione poco guidata da ideologie, molto orientata a risultati concreti e vissuta come esperienza condivisa di arricchimento personale. Alta è la propensione ad entusiasmarsi quando il coinvolgimento funziona, ma risulta anche più esposta al rischio di demotivazione quando mancano stimoli o non vedono un riscontro riconoscibile del proprio impegno. Questo vale anche sul lavoro.

I dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo suggeriscono, in particolare, come il desiderio di fondo della Generazione Zeta non sia tanto quello di porre confini al lavoro per dare più spazio alla vita libera dal lavoro, ma di contaminare i due territori e soprattutto riempire di vita il lavoro, in termini di passioni e interessi. Si tratta di dati coerenti con molte ricerche internazionali che registrano una crescita tra i giovani di chi afferma di prediligere aziende socialmente responsabili, attente e impegnate in campo ambientale, anche se questo dovesse comportare uno stipendio più basso.

E’ però anche vero che, pur facendo propria un’idea di benessere e realizzazione personale più ampia rispetto alle generazioni precedenti, vivono in un contesto storico di grande incertezza, che porta a mantenere alta l’attenzione verso la solidità del lavoro e il livello di remunerazione. Questo significa, anche, che se le condizioni economiche e le opportunità occupazionali delle nuove generazioni fossero migliori, la loro spinta verso un nuovo modello di sviluppo più sostenibile sarebbe ancor più forte.

La combinazione tra cambiamento accelerato e complessità crescente della realtà in cui si collocano i percorsi formativi e professionali di chi è giovane in questo secolo, offre potenzialmente più opzioni rispetto alle generazioni precedenti ma è aumenta anche l’incertezza associata alle scelte e alle loro implicazioni. Questa incertezza è inoltre stata accentuata dall’impatto di quattro crisi che hanno segnato il percorso di crescita della generazione Zeta, dall’infanzia fino alle soglie dell’età adulta.

La prima crisi è quella che corrisponde alla discontinuità prodotta dall’11 settembre 2001, che ha fatto crescere la percezione di insicurezza, limitando in partenza lo spazio strategico di mobilità di una generazione propensa a pensarsi cittadina di un mondo senza confini. La seconda è stata la Grande recessione del 2008-13, che ha reso ancor più chiara la difficoltà delle economie moderne avanzate ad aprire una nuova fase di sviluppo diffuso, in coerenza con le sfide e le grandi trasformazioni del nuovo secolo. L’Europa stessa di fronte alla prova della recessione non si è rivelata compatta e solidale. La Brexit ha ulteriormente messo in evidenza i limiti del processo di integrazione e dello sviluppo di una visione comune. Anche questa crisi politica europea ha contribuito a rendere più deboli i punti di riferimento per le nuove generazioni nella costruzione del proprio futuro. In particolare, la generazione Zeta è la prima, dal Secondo dopoguerra, a non crescere con l’idea di una Europa che si rafforza e allarga. La quarta crisi è quella sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19. Gli attuali under 25 hanno nella loro biografia l’impatto combinato di questi grandi eventi che hanno cambiato il modo di vivere, di stare in relazione, di guardare il mondo e di operare al suo interno.

Nel nostro paese l’incertezza è inoltre amplificata dalle carenze degli strumenti di welfare attivo e dal basso investimento in ricerca, sviluppo e innovazione. Inoltre, gli attuali ventenni diventano adulti in uno dei paesi con peggior peso di debito pubblico e maggior carico di anziani sulla popolazione attiva. Ancor più, quindi, che nel resto d’Europa, le possibilità di crescita e di sostenibilità sociale dell’Italia dipendono dalla formazione del capitale umano delle nuove generazioni e dalla capacità di piena valorizzazione all’interno del mondo del lavoro. Ma proprio questi sono i punti su cui presentiamo maggiore fragilità e che rischiano ora di essere maggiormente indeboliti dall’impatto della pandemia.

L’Italia nel decennio appena concluso ha consolidato la sua posizione sui livelli peggiori in Europa rispetto agli indicatori della transizione scuola-lavoro. La percentuale di giovani tra i 18 e i 24 che lasciano precocemente gli studi (Early leavers) continua ad essere sensibilmente sopra la media europea, con punte oltre il 20% tra i maschi del Sud. Ancora nel 2019, l’Italia risultava il paese in Europa con più alta incidenza di Neet (i giovani che non studiano e non lavorano): pari al 27,8% nella fascia 20-34 (quasi il triplo rispetto a Paesi Bassi e Svezia).

Il report Eurostat “COVID-19 labour effects across the income distribution” (Statistics explained, ottobre 2020) evidenzia come la crisi causata da COVID abbia investito in modo particolare i giovani e stia inasprendo le diseguaglianze generazionali e sociali. A risentirne di più – dal lockdown in occasione della prima ondata in poi – è chi è in cerca di occupazione, chi non ha un contratto a tempo indeterminato, chi lavora nei settori più colpiti (come ristorazione, intrattenimento, servizi di alloggio, turismo).

La disoccupazione giovanile in Europa, sotto il 15% poco prima della pandemia, risultava salita al 17,6% ad agosto 2020, ma con dato italiano arrivato al 32,1%. Questi valori evidenziano una situazione di maggior fragilità rispetto alla recessione iniziata nel 2008. In tale occasione, nel nostro paese, il tasso di disoccupazione dei giovani partiva da valori poco superiori al 20% ed era arrivato a superare il 30% “solo” quattro anni dopo (nel 2012).

La preoccupazione rispetto ad un quadro di ulteriore scadimento al ribasso delle prospettive delle nuove generazioni emergeva ben chiara dall’indagine promossa dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo durante il primo lockdown. Allora quasi la metà (il 49%) degli intervistati, tra i 18 e i 34 anni, dichiarava di vedere – rispetto a prima dell’emergenza coronavirus – più a rischio il proprio lavoro attuale o futuro. Nell’indagine replicata nella prima metà di ottobre (prima delle possibili conseguenze della seconda ondata) alla stessa domanda la percentuale risultava rimasta comunque elevata, superiore al 40%.

Dalla stessa indagine emergono però anche elementi incoraggianti sia sul versante individuale che rispetto alle prospettive del paese. Sul piano personale si riscontra una grande voglia di reagire positivamente, di guardare oltre sia ai limiti della normalità passata, assieme ad una maggiore propensione a contare su sé stessi e sugli altri, a far fronte ai cambiamenti e a riconoscere nuove opportunità. Rispetto al sistema Italia i giovani intervistati intravedono un possibile impulso positivo nel post Covid-19 non solo sull’attenzione verso la salute collettiva ma anche sul fronte del digitale, dell’innovazione tecnologica e della green economy. Tutti questi temi sono sentiti vicini e propri dalle nuove generazioni e forte è quindi anche l’aspettativa di essere coinvolte come parte attiva di un nuovo inizio.

Ripartire dalla Zeta è, quindi, il piano che il paese dovrebbe darsi se vuole davvero cogliere la discontinuità della pandemia come occasione per mettere nuove basi al proprio percorso di sviluppo, più solide ma anche più coerenti con i più promettenti processi di produzione di benessere di questo secolo.

Quei diritti dei ragazzi generano valori

La Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nasce assieme alla Convention on the Rights of the Child approvata il 20 novembre del 1989 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Celebrarla ogni anno – ancor più in periodi particolari come questo – significa chiedersi non solo quali passi in avanti sono stati fatti per rispettare quanto scritto nella Convenzione, ma anche come ripensare il tipo di diritti da riconoscere alle nuove generazioni perché possano farsi interpreti positivi del proprio tempo. Se da un lato, sotto vari punti di vista, sono aumentate le opportunità rispetto alle generazioni precedenti, d’altro lato la complessità e il rapido cambiamento rendono più difficile mettere basi solide ai propri percorsi formativi, professionali e di vita.

Ma anche i modelli stessi, sociali ed economici, che orientano gli obiettivi, la misura e gli strumenti della produzione di benessere sono entrati in crisi. Un tema messo al centro dei lavori dell’evento The economy of Francesco che si sta tenendo in questi giorni. Questa incertezza è inoltre stata accentuata dall’impatto di quattro crisi che hanno segnato il percorso di crescita dei nati in questo secolo (la generazione Zeta) dall’infanzia fino alle soglie dell’età adulta. La prima crisi è quella che a partire dall’11 settembre 2001 ha accresciuto la percezione di insicurezza nel muoversi nel mondo e tra culture diverse.

La seconda è la Grande recessione del 2008-13, che ha reso ancor più chiara la difficoltà delle economie mature avanzate a crescere in coerenza con le sfide di questo secolo. La generazione Zeta europea è stata, con la Brexit, anche la prima a non crescere con l’idea di un processo comunitario che si rafforza e allarga. La quarta crisi è quella sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19. Gli attuali under 20 hanno nella loro biografia l’impatto combinato di questi grandi eventi che hanno cambiato il modo di vivere, di stare in relazione, di guardare il mondo e di operare al suo interno. In Italia l’incertezza è inoltre amplificata dalle carenze degli strumenti di welfare attivo che accentuano la dipendenza passiva dai genitori. Inoltre, i giovani attuali diventano adulti in uno dei Paesi con maggior peso di debito pubblico e carico di pensionati sulla popolazione attiva.

Ancor più che nel resto d’Europa, quindi, le possibilità di crescita e di sostenibilità sociale dell’Italia dipendono dalla formazione del capitale umano delle nuove generazioni e dalla capacità di piena valorizzazione all’interno del mondo del lavoro. Ma proprio questi sono i punti su cui presentiamo maggiore fragilità e che rischiano ora di essere maggiormente indeboliti dall’impatto della pandemia. «L’Atlante dell’infanzia a rischio 2020» pubblicato in questi giorni da Save the Children, aiuta in modo efficace a leggere tali fragilità e la loro distribuzione (territoriale e sociale) all’interno del nostro Paese.

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La crisi e il prezzo che i giovani sono chiamati a pagare

I giovani, in Europa e ancor più in Italia, sono ancora una volta chiamati a pagare i maggiori costi economici e sociali, nel breve e nel medio periodo, di una grave e profonda crisi. Se questo era il timore durante il periodo di lockdown di primavera, ora è di fatto una certezza. Lo testimoniano i dati sulla disoccupazione giovanile salita in Europa dal 14,9% poco prima della pandemia al 17,6% ad agosto 2020, ma arrivata già al 32,1% in Italia. Dati che evidenziano una situazione di maggior fragilità rispetto alla recessione iniziata del 2008. Allora il tasso di disoccupazione dei giovani partiva da valori poco superiori al 20%, arrivando a superare il 30% “solo” quattro anni dopo, nel 2012.