Tagged: Formazione

Poco lavoro e tanti sogni. Così i giovani di 18 anni si vedono a 45 anni

Mettere le nuove generazioni nelle condizioni di realizzare con successo la transizione alla vita adulta è il compito principale per un Paese che si prende cura del proprio futuro. Questo è ancor più importante oggi per la maggiore complessità e incertezza che pesa sulle scelte formative, occupazionali e familiari. In carenza di sistemi esperti efficienti di orientamento e supporto negli snodi del percorso di vita e professionale, troppi giovani rischiano di perdersi e di portare nella vita adulta delusioni e frustrazioni anziché energie e competenze per realizzarsi e far crescere il paese.

L’Italia non è un Paese per giovani imprenditori: il problema delle competenze

La Scuola italiana fatica a formare in modo solido e diffuso le competenze che servirebbero al Paese per fare quel salto tecnologico necessario a diventare più competitivo e ad aumentare la qualità del contributo del capitale umano delle nuove generazioni alla crescita. Qui compresi i giovani imprenditori delle startup. I potenziali startupper quindi rischiano di ricadere in altre due categorie: i delusi e arresi Neet (Not in education, employment or training) o quelli che cercano altrove fortuna: gli Expat.

Via l’ipoteca dal futuro delle nuove generazioni

Che futuro ha un Paese che rivede ogni anno al ribasso la sua natalità (come riportano i dati Istat)? Che, rispetto agli altri Paesi avanzati, espone i minori che vivono in famiglie numerose a uno dei rischi più alti di povertà materiale ed educativa (come ci ricorda Save the Children)? Che meno riesce a dotare le nuove generazioni di formazione e competenze adeguate per vincere le sfide di questo secolo (come rivelano le ricerche Ocse)? Che con più difficoltà include i giovani nel mondo del lavoro (come indicano le statistiche dell’Eurostat)? Che relega maggiormente i nuovi entranti in lavori a bassa tutela e basso salario (come confermano gli studi di Bankitalia)? Fare in modo che i progetti di vita delle nuove generazioni siano solidi e trovino pieno successo nella loro realizzazione dovrebbe essere una delle preoccupazioni principali di un Paese interessato a mettere basi solide per il proprio futuro.

Investire sui giovani per alimentare lo sviluppo

Ora che Pil e occupazione sembrano aver ritrovato il segno giusto, il tema è come incentivare e alimentare un vero e solido percorso di crescita. Per essere “vero” deve accompagnarsi ad un aumento di quantità e qualità del lavoro. Per essere “solido” deve inserirsi nei percorsi più promettenti di sviluppo di questo secolo. Entrambi questi elementi convergono nel portare al centro il capitale umano delle nuove generazioni. Non è un caso che le economie avanzate che stanno crescendo di più siano quelle con più elevati livelli di formazione dei giovani e più bassa disoccupazione giovanile.
Se assieme alla crisi vogliamo lasciare alle spalle un paese che si è troppo a lungo adagiato sulle rendite del passato e decidiamo di scommette sulle forze che possono produrre nuovo benessere, abbiamo bisogno di attivare due circuiti virtuosi, uno a livello macro e uno a livello micro.
Quello macro mette, appunto, in relazione positiva gli obiettivi di sviluppo del paese e il ruolo attivo e qualificato delle nuove generazioni per raggiungerli. Senza valorizzare l’energia e l’intelligenza delle nuove generazioni il paese non può porsi obiettivi ambiziosi. Ma è anche vero che solo attraverso una crescita solida possono espandersi le opportunità dei nuovi entranti. Politiche di sviluppo, formazione e inclusione attiva nel mercato del lavoro devono quindi essere parte di una stessa strategia. L’investimento dei giovani sulla propria formazione e sulla crescita personale, deve essere aiutato a diventare vincente in termini di ritorno occupazionale e remunerativo. Così come l’investimento pubblico sulle nuove generazioni deve diventare vincente per la collettività in termini di nuova ricchezza economica prodotta e nuovo benessere sociale generato. L’opposto di un paese in cui più si studia e più aumenta la probabilità di andare all’estero e non tornare.
Il circuito virtuoso a livello micro mette invece in relazione positiva formazione di competenze e loro effettiva messa alla prova e applicazione. La questione non è tanto se la scuola secondaria debba durare un anno di meno, ma cosa è bene che i ragazzi italiani siano preparati a saper essere e saper fare alla fine del loro percorso scolastico. Non basta una buona base culturale, ma serve anche stimolare consapevolezza e la capacità di cercare il proprio posto nel mondo che cambia e di rafforzare competenze ed esperienze utili a raggiungere obiettivi professionali e di vita desiderati. Al di là del titolo di studio, come mostra la recente indagine di Unioncamere, sono proprio esperienze e competenze a fare la differenza.
Il futuro di un paese si può allora misurare dal numero di giovani che mettono in relazione positiva il binomio “imparare” e “fare”, all’interno di un processo che porta a migliorare continuamente non solo conoscenze e abilità tecniche ma alimenta anche la fiducia in sé stessi e il desiderio di capire e saperne di più per provare a fare ancora meglio.
Troppi giovani italiani non riescono ad attivare tale circolo virtuoso e scivolano nella condizione più problematica dei NEET (under 30 che non studiano e non lavorano), quella degli inattivi e scoraggiati. E’, inoltre, interessante notare come il Servizio civile sia svolto soprattutto da ragazzi con buon livello culturale, che lo considerano un’esperienza positiva di rafforzamento di competenze sociali e trasversali utili per la vita ma anche per il lavoro. Tendono però a rimanere fuori da tale esperienza i ragazzi che vivono in contesti più deprivati. Questi ultimi rischiano di scivolare nel circolo vizioso del “non imparare” e “non fare”, accumulando senso di impotenza, esclusione sociale e frustrazione. Soprattutto per questi giovani l’alternanza scuola-lavoro e il rilancio del Servizio civile – che con la riforma punta ad essere universale (scelto da tutti) senza diventare obbligatorio (imposto dall’alto) – vanno nella giusta direzione, ma cruciale è un’implementazione seria ed efficiente, in grado offrire una esperienza che faccia davvero la differenza. Il fatto che per entrambi questi programmi, allo stato attuale, non vi sia un rigoroso piano di valutazione sulle competenze acquisite è una carenza che va quanto prima colmata.