Tagged: società

Italia, generazione zero figli: il peso delle incertezze e dei cambiamenti culturali

Sicuramente ne abbiamo meno rispetto ai paesi con cui ci confrontiamo. In un’Europa in deficit demografico, ci sono paesi con tasso di fecondità non troppo sotto 2 – soglia di equilibrio per il rinnovo generazionale – altri che faticano ad arrivare a 1,5. Altri ancora, come l’Italia, vicini a 1 o poco sopra.

Dobbiamo però anche chiederci se il punto di riferimento oggi sia ancora 2. Nei primi decenni del Secondo dopoguerra la fecondità era superiore a tale livello, ma comunque più bassa rispetto alle generazioni precedenti. All’apice del Baby boom il tasso era 2,7, contro un valore pari a 5 all’epoca dell’Unità d’Italia.

Il crollo delle nascite e la paura per il futuro nel mondo di Elon Musk

Elon Musk nascite

Negli ultimi anni Elon Musk è diventato uno dei più influenti sostenitori della tesi secondo cui il principale rischio per le società avanzate non sarebbe la sovrappopolazione, ma il crollo delle nascite. Ha indicato espressamente l’Italia come uno dei paesi in più profonda crisi demografica, all’interno di un quadro generale che vede tutte le economie mature avanzate scese sotto la soglia di sostituzione generazionale.

La questione, però, non è solo capire perché nascano sempre meno bambini. Occorre ancor prima e più interrogarsi sul contesto culturale e sociale nel quale le nuove generazioni si trovano oggi a compiere le proprie scelte di vita.

Qui emerge un paradosso che merita attenzione.

Avere figli, la scelta debole del XXI secolo

figli

Su scala globale, il numero medio di figli per donna (o coppia) è sceso da 5 a metà del Novecento a circa 2,3 oggi, con prospettive di continua riduzione nel resto del secolo. I paesi con tasso di fecondità sopra il livello di sostituzione (attorno a 2) sono sempre meno e concentrati in specifiche aree, in particolare nell’Africa subsahariana. Al contrario, oltre la metà dei paesi del mondo si colloca ormai stabilmente sotto tale soglia, inclusi tutti quelli economicamente avanzati.

Si tratta di uno scenario inedito. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la capacità di una popolazione di assicurare la propria continuità nel tempo non è messa in crisi prevalentemente da fattori esogeni – guerre, carestie, epidemie – ma da fattori endogeni, legati alle scelte individuali e alle condizioni offerte dal contesto sociale ed economico.

Una finestra favorevole per le nascite ma servono politiche mirate

La crisi demografica italiana sta presentando numeri implacabili. Da un lato siamo uno dei paesi più longevi al mondo e con maggior aumento della popolazione anziana, dall’altro le nascite precipitano ogni anno sempre più in basso. Non torneremo mai ai livelli di un milione di bambini venuti alla luce nel 1964, ma anche la metà di tale valore è oramai fuori dalla portata per gli squilibri accumulati.

I nati nel 2025 sono stati circa un terzo, pari a 355 mila, compresi quasi 50 mila con nazionalità straniera. Se si proiettasse meccanicamente il ritmo di diminuzione osservato negli ultimi 15 anni, ci troveremmo nel 2040 con 150 mila nascite.

L’Italia diventa over 65: una sfida su lavoro e partecipazione sociale

Uno spettro si aggira per l’Europa. Quello della crisi demografica, come confermano le previsioni Eurostat pubblicate in questi giorni. Con Italia precursore di declino e invecchiamento della popolazione.

Eppure queste dinamiche non hanno finora portato a un indebolimento della forza lavoro.  Al contrario, negli ultimi anni il numero degli occupati è cresciuto. Si tratta, però, di una fase temporanea. Nella popolazione in età attiva sono ancora presenti le generazioni nate quando il numero medio di figli per donna era superiore a due. In particolare, la fascia 55–64 anni conta oggi circa 9,3 milioni di persone e presenta un tasso di occupazione superiore al 60%, con valori oltre il 70% tra gli uomini e poco sopra il 50% tra le donne. Risulta, quindi, una componente largamente inserita nei processi produttivi, che costituisce l’attuale colonna portante dell’equilibrio nel mercato del lavoro.