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Un welfare per dare (e generare) benessere

L’Italia è tra i paesi europei che, nell’azione pubblica, di meno hanno interpretato le misure di welfare come investimento sociale verso i propri cittadini, ovvero come strumenti non solo per ricevere benessere ma soprattutto per contribuire a generarlo.

Le stesse politiche redistributive dovrebbero privilegiare le voci che al contempo consentono di ridurre le diseguaglianze di partenza e favorire il contributo di ciascuno ai processi di crescita del paese. Mettere al centro le misure che aumentano occupazione giovanile e femminile, e mettere in campo un piano di rafforzamento dell’offerta degli asili nido sul territorio – come indicato dal premier Conte nel discorso alla Camera per la fiducia al suo secondo Governo – sono azioni che vanno esattamente in questa direzione. Mirano infatti ad incidere su indicatori che da troppo tempo ci vedono in fondo alle classifiche dei paesi più sviluppati, con implicazioni negative sia sulla crescita economica che sulle diseguaglianze sociali. Tali indicatori vanno inoltre letti in combinazione tra di loro. I livelli del tasso di occupazione in età 25-49 anni delle donne single laureate sono vicini a quelli che si osservano nelle aree più avanzate d’Europa. Il tasso di occupazione per le madri con figli e titolo di studio basso si trova, invece, circa 25 punti percentuali sotto. Sono, quindi, soprattutto bassa istruzione e carenza di servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia che portano nel complesso l’Italia ad avere uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa. Espongono, inoltre, le famiglie con condizione sociale più bassa ad un alto rischio di povertà materiale ed educativa infantile. Ne consegue una trasmissione generazionale delle diseguaglianze che costituisce uno dei freni principali alla mobilità sociale. La povertà materiale ed educativa all’infanzia si associa, poi, ad alto rischio di dispersione scolastica e allo scivolamento nella condizione di NEET (giovani che non studiano e non lavorano). Esiste quindi una spirale negativa che forza al ribasso occupazione giovanile, occupazione dipendente e autonoma femminile, natalità, benessere delle famiglie, mobilità sociale, che va spezzata.

Il rafforzamento dei servizi per l’infanzia – puntando in tempi brevi ad una convergenza dal 24% attuale di copertura dei nidi al 33% fissato come target europeo – è uno degli investimenti sociali con potenziali maggiori ricadute positive individuali e collettive che il nostro paese può fare. Aiuta a ridurre gli squilibri demografici prodotti dalla denatalità consentendo di rivedere al rialzo la scelta di avere figli e di essere presenti nel mercato del lavoro; aiuta le donne a valorizzare meglio il proprio capitale umano; riduce il rischio di povertà delle famiglie con figli; riduce le diseguaglianze di partenza perché i margini maggiori di miglioramento su occupazione femminile e rischio di povertà riguardano le famiglie delle classi sociali più basse.

La funzione dei servizi per l’infanzia non è, però, meramente di custodia dei figli per i genitori che lavorano, ma deve essere pensata a favore di tutti i bambini e con finalità di formazione e promozione del loro sviluppo umano.

Pertanto non basta l’impegno ad aumentare la copertura fino al 33% e a ridurre i costi a partire dalle fasce meno abbienti, ma va garantito anche un livello di qualità di base su tutto il territorio italiano e sull’offerta sia pubblica che privata. Questo salto di qualità può essere fatto solo considerando come “diritto di ogni bambino” il poter contare su una proposta educativa stimolante e qualificata fin dall’infanzia, qualsiasi siano le caratteristiche dei genitori. La stessa lunga vita attiva ha bisogno di formazione continua, non solo estesa nelle età più mature, ma anche anticipata, declinata in coerenza con le specificità di ogni fase della vita. Con la consapevolezza, confermata da molti studi, che prima si interviene e più alto è il ritorno collettivo dell’investimento sullo sviluppo umano, in termini sia di minori costi sociali sia di maggior contributo alla crescita. I maggiori benefici, in particolare, della frequenza di nidi di qualità li ottengono, sulle dimensioni della crescita sia socio-emotiva che cognitiva, coloro che partono da condizioni familiari più svantaggiate.

Più che dalla creazione di nuovi posti, un piano strategico in questa direzione potrebbe partire da una efficiente e qualificante implementazione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni, superando così il cronico gap italiano tra nidi e scuole per l’infanzia. Le basi di un futuro più solido partono necessariamente da qui, per arricchire poi tutto il percorso di vita successivo. Non bastano però promesse vaghe – sentite troppo spesso da vari governi negli ultimi decenni – ma servono impegni concreti su obiettivi precisi e misurabili, con alla base la convinzione che le politiche familiari siano da considerare parte integrante delle politiche di sviluppo.

Sfruttare la ripresa per mollare le rendite e rilanciare lo sviluppo

Un Paese che guarda positivamente al proprio futuro non mette in contrapposizione nuove e vecchie generazioni, ma mette ciascuna nelle condizioni di dare il proprio migliore contributo. Solo una comunità che invecchia culturalmente, che dà per scontato il proprio declino economico e considera le scelte del presente come salvaguardia del benessere passato – anziché impegno per un domani migliore -, può disattendere esigenze e istanze dei giovani e privilegiare risorse e diritti a beneficio dei più maturi. L’Italia questo ha fatto per lungo, troppo, tempo. Il confronto con le altre economie sviluppate è impietoso sugli squilibri prodotti in termini di spesa sociale destinata, di debito pubblico ereditato, di esposizione al rischio di povertà. La carenza di scelte di impegno collettivo verso il futuro ha prodotto un progressivo scadimento della condizione dei giovani e schiacciato in difesa le loro scelte individuali: sul mercato del lavoro, sull’autonomia, sulla formazione di una propria famiglia.

L’uscita dalla crisi, come sempre accade, tanto più quanto la recessione è stata profonda, produce un rimbalzo sugli indicatori rimasti per molti anni compressi. Ma questi segnali non possono essere rassicuranti sulle possibilità di effettiva crescita nel medio e lungo periodo. Dobbiamo ripensare il concetto stesso di crescita. Più che sul confronto della quantità prodotta e consumata oggi rispetto a ieri, dovremmo infatti poterla misurare sulla qualità possibile domani rispetto a oggi. L’indicatore con maggior grado predittivo del benessere futuro è, infatti, quanto ci aspettiamo che esso possa essere migliore rispetto al presente e quanto mettiamo in condizioni di agire con successo chi è nuovo e porta qualcosa di nuovo. Se, come è accaduto sinora in Italia, i giovani diventano sempre più scoraggiati e sfiduciati, propensi a vedere la propria strada di vita varcare il confine, considerati più figli da proteggere che avanguardie di un mondo nuovo da immaginare e costruire, allora nessun valore positivo congiunturale del Pil potrà mai rassicurarci sul destino del Paese. Ma è proprio ora che il mare sta tornando in buone condizioni e il vento tira a favore, che bisogna alzare le vele e prendere lo slancio che serve. Bisogna crederci, bisogna sostenere e dar adeguati strumenti a chi ci crede, bisogna però anche avere una direzione chiara che metta a valor comune volontà e energie di tutti.

Come avverte Seneca, “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ecco allora che ridurre esogenamente i costi di assunzione per le aziende con sgravi fiscali può essere utile per mettersi in moto, ma sapremo di essere nella direzione giusta solo quanto endogenamente le imprese troveranno conveniente puntare sul capitale umano delle nuove generazioni per migliorare produttività e competitività. Non si tratta solo di rendere più consapevoli i datori di lavoro, ma soprattutto di mettere le basi di un modello di sviluppo in cui – grazie a politiche adeguate e lungimiranti – ciò di cui il Paese ha bisogno per crescere, da un lato, e ciò che le nuove generazioni possono dare, dall’altro, sono aiutati a incontrarsi al loro più alto livello. Per il bene di tutti.

In un milione di famiglie guadagna solo lei

L’Italia è come un pugile che resiste sul ring senza stramazzare sul tappeto grazie ad una grande capacità di incassare i colpi. Se dovessimo giudicare l’Italia, come qualsiasi altro paese sviluppato, in base agli indicatori economici e sociali, avremmo dovuto darla per spacciata già da molto tempo. Visto da fuori il nostro Paese è un enigma. Non si riesce a capire né perché non reagisca e né perché non sia già crollato. Se questo era vero prima della grande recessione, vale ancor di più oggi per il peggioramento subìto su occupazione e redditi.

La forza debole dei giovani nell’Italia dell’anti-miracolo economico

L’Italia dei primi decenni del dopoguerra, quella del miracolo economico, era ricca soprattutto di giovani, a loro volta pieni di energia da convogliare verso un futuro di maggior benessere. Al censimento del 1951 la metà dei residenti nello stivale aveva meno di 30 anni, un valore analogo a quello della popolazione mondiale di oggi.

Tali giovani facevano parte di una generazione che partiva da modeste condizioni economiche, ma con grande desiderio di migliorare e con spazi aperti per provarci. Una generazione che si è trovata ad aggiustare al rialzo le proprie aspettative con corrispondente aumento della mobilità sociale. Non c’erano diritti o posizioni da difendere, ma nuovo benessere da costruire. Era molto più la promessa di ciò che si poteva ottenere uscendo dalla casa dei genitori che la certezza di ciò che si aveva rimanendo. Una generazione che oltre al boom economico ha messo le basi anche del boom demografico.

Quel mondo appare oggi molto lontano, non solo in senso temporale ma anche rispetto alle condizioni in cui nascono e crescono le nuove generazioni. Oggi i giovani sono di meno, partono da condizioni di benessere maggiori rispetto alle generazioni passate, ma trovano meno spazio, soprattutto in Italia, per essere soggetti attivi di nuova crescita.

Un nodo gordiano blocca il paese

Dagli anni ottanta in poi siamo diventati un paese che si è difeso dai cambiamenti anziché coglierne le opportunità (Rosina e Sorgi 2017). Questo trincerarsi in difesa, collettivo e individuale, è ben rappresentato da due indicatori che si sono sistematicamente posizionati oltre la soglia di guardia, facendoci così entrare in una spirale di bassa crescita e alti squilibri generazionali e sociali. Si tratta del prodotto interno lordo, inabissato sotto il debito pubblico, e la consistenza demografica della generazione dei figli, precipitatasotto quella dei genitori. Come eredità di questo modello di sviluppo bloccato ci troviamo ora ad avere una delle combinazioni peggiori al mondo tra alto debito pubblico e bassa presenza della nuove generazioni nei processi di produzione di nuova ricchezza.

Il Paese è come bloccato da un nodo gordiano che soffoca la presenza dei giovani nel mondo del lavoro, depotenziandola molto più della semplice riduzione prodotta dalla denatalità e dal conseguente “degiovanimento” della popolazione. I dati del Rapporto Istat 2016 mostrano come la fascia 15-34 abbia perso circa 2 milioni di occupati tra il 2008 e il 2015 (-28,1%). Nella prima metà degli anni Novanta il tasso di occupazione degli uomini di 30-34 anni era superiore al 90%, mentre oggi supera di poco il 75%, Viceversa, sono invece in forte crescita gli occupati over 50. Insomma, mentre l’occupazione in età matura si sta avvicinando alla media europea, quella giovanile ne rimane drammaticamente lontana.

Squilibri generazionali e mercato del lavoro

Confrontiamoci un attimo con la Francia, un paese che ha un numero di abitanti simile al nostro. Mentre i francesi hanno mantenuto quasi costante nel tempo il contingente delle nascite, attorno a 800 mila per anno, noi siamo progressivamente scesi fino a meno di 500 mila (Istat, 2017). Se confrontiamo la popolazione degli over 35 tra i due paesi siamo un po’ di più noi, ma sotto i 35 anni il rapporto si inverte nettamente: nella fascia 25-34 risultiamo essere oltre un milione in meno e in quella 15-24 ben un milione e mezzo in meno.

Il divario aumenta se consideriamo il numero di giovani occupati. Tale valore era, nel 2006, pari a 2,2 milioni in Francia e 1,5 milioni in Italia (http://ec.europa.eu/eurostat/web/lfs/data). A dieci anni di distanza ne troviamo oltre 2 milioni nel primo paese e meno di 1 milione nel secondo. Nello stesso periodo, tra i 55 e i 64 anni la Francia è salita da 2,7 a 3,9 milioni di occupati, e l’Italia da 2,3 a 3,7 milioni. Si è quindi ampliato il divario sui giovani occupati, mentre si è ridotto quello in età matura.

Va poi considerato che la Francia non è uno dei paesi più virtuosi sul lato dell’occupazione giovanile. Il nostro tasso è pari al 16%, quello francese al 27%, quello medio europeo al 33%. La Francia però recupera più avanti: in età 25-29 il tasso di occupazione per tale paese e per la media Ue-28 è attorno al 73% mentre per l’Italia è 20 punti sotto (circa 53%).

Squilibri generazionali e diseguaglianze sociali

L’Italia povera di giovani si trova, inoltre, anche con giovani sempre più poveri. I dati Istat mostrano che nel 2015 la condizione di povertà assoluta delle famiglie con persona di riferimento sotto ai 35 anni è diventata più frequente (10,2%), mentre invece è scesa al 4% per le famiglie di anziani. In coerenza con questi squilibri crescenti è rallentata la formazione di nuovi nuclei familiari ed è diminuita la natalità. Non è un caso se siamo una delle società avanzate con più bassa formazione di nuclei familiari prima dei 30 anni e, conseguentemente, con fecondità più bassa prima di tale età (Eurostat 2015).

Una questione politica

Senza un “Piano Paese” che destini il massimo impegno e le maggiori risorse a dare consistenza e forza alla nuove generazioni, difficilmente potremo tornare a creare più ricchezza e benessere di quanto ne consumiamo.

Nessun governo sinora è riuscito a sciogliere davvero il nodo gordiano che blocca l’accesso dei giovani italiani al futuro individuale e collettivo desiderato. Forse anche perché tale nodo si è nel tempo intrecciato, sempre di più, con timori di perdere vecchie sicurezze, difesa di interessi di parte, posizioni di rendita, privilegi acquisiti.

Narra la leggenda che Alessandro Magno – per liberarsi dai vincoli del passato e lanciarsi verso nuove conquiste – abbia alla fine deciso di dare un taglio netto al nodo. Stiamo ancora aspettando un Governo con lo stesso coraggio.