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Le paure dei giovani italiani, i più pessimisti d’Europa

La crisi sanitaria ha rivoluzionato la quotidianità e proiettato in un clima di incertezza la vita delle persone. Ha anche reso più evidenti alcune nostre fragilità e rimesso in discussione alcune convinzioni. Se fino ad inizio di questo anno esisteva qualche pretesa che almeno la Lombardia si potesse misurare con le opportunità e l’efficienza della Germania, oggi è difficile poterlo ancora credere. L’incidenza degli anziani sulla popolazione tedesca è simile alla nostra, ma la letalità del virus risulta notevolmente più bassa, grazie ad una migliore gestione dell’emergenza (miglior organizzazione, massiccio uso di tamponi, maggior scorta di dispositivi di protezione, più alta disponibilità di posti di terapia intensiva). Questo significa non solo aver protetto meglio le vecchie generazioni dal rischio di morte, ma aver anche contenuto di più l’impatto indiretto sui percorsi formativi e professionali delle nuove generazioni.

CORONAVIRUS. Salute e lavoro, la fase 2 che serve ai giovani italiani

Da quando è iniziata l’emergenza sanitaria si è assistito a una crescente attenzione verso i dati statistici. Gli statistici stessi si sono, come mai in passato, confrontati con l’attualità. Hanno risposto a una chiamata interna che li ha portati a uscire dalle mura accademiche e fornire le proprie competenze. La grande maggioranza degli sforzi prodotti è stata diretta ad alimentare una spasmodica corsa al modello meglio in grado di interpolare i dati ufficiali (su contagi, ricoveri in terapia intensiva, decessi).

Giovani e virus, l’età dell’incertezza

C’è un mondo nuovo da costruire dopo la crisi sanitaria. La pandemia, con i suoi rischi e le sue implicazioni ci costringe a farlo, forzandoci a rimettere in discussione molti dei punti di riferimento su cui era costruita la nostra quotidianità passata in termini di vita privata, sociale, scolastica, lavorativa. Ma questo tempo e questa prova possono essere trasformati in un’opportunità unica per guardarci individualmente dentro e guardare collettivamente oltre. La crisi ci dice, al massimo, cosa non possiamo più essere e fare, ma sta a noi decidere cosa diventare dopo questa esperienza. La Bibbia è piena di momenti di passaggio, di abbandono di un luogo e di una condizione per assumere l’impegno di un nuovo inizio. La Pasqua stessa ha alla base un desiderio di rinnovamento che trasforma quello che la realtà ci presenta come un fallimento o una perdita in rinascita che apre nuovi orizzonti di senso e di valore.

Un piano decennale per salvare i 30enni italiani dall’irrilevanza

Nel mezzo del cammin di questo secolo l’Italia si potrebbe trovare in una selva oscura se la diritta via verrà smarrita. Preoccupanti evidenze del fatto che la via non sia diritta le abbiamo già. Anche imboccando la via che porta allo scenario Istat più favorevole (in termini di ipotesi su natalità e flussi migratori), entro il 2050 avremo un aumento di oltre 5 milioni di over 65 e una riduzione di circa 4 milioni di persone in età lavorativa. L’impatto più rilevante verrà però subìto in questa decade.  E’ infatti in pieno corso il passaggio di testimone, al centro della vita attiva del paese, tra le demograficamente ricche generazioni nate nei primi trent’anni del secondo dopoguerra e le demograficamente povere generazioni nate dalla metà degli anni Ottanta in poi.

Le debolezze della generazione da cui dipende il futuro del Paese

Se non si interviene al più presto con un’inversione di marcia, con una direzione chiara per lo sviluppo avanzato del paese, sarà sempre più difficile uscire dalla trappola di bassa crescita economica e ampie diseguaglianze sociali alla quale sembra volerci condannare la combinazione tra alto debito pubblico, crescenti squilibri demografici, fragilità formative e inefficienze del mercato del lavoro.

Indebitamento pubblico e invecchiamento della popolazione – in un paese con bassa capacità di far crescere la ricchezza pubblica e con alta sfiducia che arrocca in difesa la ricchezza privata – vanno a ridurre ulteriormente le possibilità di investimento nei processi individuali e collettivi che possono ridare vigore al percorso di sviluppo. Interessi sul debito e spesa previdenziale e sanitaria verso la crescente popolazione anziana, non sono insostenibili di per sé, ma rischiano di farci collassare se diventa più debole anche la forza lavoro. La differenza tra l’Italia che è entrata in questo decennio e quella che ne uscirà, verrà allora determinata proprio dal numero di persone attive e qualificate che andranno a rafforzare il centro della vita produttiva del paese.

Se questo è vero abbiamo due problemi combinati e tre risposte possibili da fornire in modo integrato, come evidenzia il report “Un buco nero nella forza lavoro italiana” pubblicato dal Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo. Tale rapporto prende come riferimento la fascia d’età in cui attualmente occupazione e produttività toccano i livelli più elevati, ovvero quella 40-44 anni. Il primo problema evidenziato è strettamente demografico. La popolazione italiana che si trova in tale fase della vita era nel 2019 pari a 4,4 milioni circa. Nel corso del decennio appena iniziato verrà via via sostituita da coloro che hanno oggi tra i 30 e i 34 anni, che risultano però essere oltre un milione di meno. Si tratta della più consistente riduzione in Europa di quello che può essere considerato l’asse portante dell’economia di un paese. Il secondo problema riguarda invece l’effettiva partecipazione alla produzione di ricchezza. Il tasso di occupazione dei 40-44enni risulta attorno al 74%, poco meno di dieci punti sotto la media europea. Quello che però è più preoccupante constatare è che tale coorte dieci anni fa (quando aveva 30-34 anni), presentava un tasso solo leggermente più basso (attorno al 73%), mentre chi ha oggi 30-34 anni parte già da cinque punti percentuali in meno (attorno al 68%).

Questi dati ci dicono che l’Italia sta entrando in una nuova fase della sua storia che corrisponde ad un inedito impoverimento della forza lavoro, ma anche che finora ha fatto molto meno del resto d’Europa per rafforzare la presenza qualificata delle generazioni che si apprestano ad occupare le posizioni centrali della vita attiva. In particolare abbiamo meno trentenni che arrivano al più alto titolo di studio e tra essi più bassa è la quota di chi ha un lavoro. Secondo i dati comparativi, relativi al 2018, la percentuale di laureati nella fascia 30-34 anni è la più bassa in Europa dopo la Romania (27,8% contro una media del 40,7%). Il tasso di occupazione dei laureati a tale età è circa dieci punti inferiore alla media europea e a far peggio è solo la Grecia. Di particolare rilievo è inoltre il fenomeno della sovraistruzione: secondo i dati Istat oltre un terzo degli occupati diplomati e laureati svolge un’attività che richiede un titolo di studio inferiore a quello posseduto. Questo significa che più che negli altri paesi avanzati è maggiore sia la parte di giovani che arrivano ad affacciarsi all’età adulta con competenze inadeguate, sia la parte di chi arriva ben preparato ma non trova adeguata collocazione e valorizzazione nel mondo del lavoro.

Insomma gli attuali trentenni proiettati tra dieci anni rischiano non solo di portare la loro debolezza quantitativa (la più marcata in Europa) al centro del motore del paese, ma anche la loro maggiore fragilità in termini di percorso formativo e professionale (la più penalizzante in Europa).

Se non vogliamo che le nuove generazioni rappresentino uno svantaggio competitivo – come rivela il record di NEET under 35 (la maggiore evidenza dei giovani come costo sociale anziché produttori di valore) – ma che al contrario siano forza principale per far tornare il paese a crescere con una spinta più che compensativa rispetto ai freni del debito pubblico e dell’invecchiamento, dobbiamo con urgenza agire su tre fronti interdipendenti.

In un mondo che cambia a velocità impensabile rispetto al passato – dove i mutamenti avvenivano da una generazione alla successiva mentre oggi avvengono nel giro di pochi anni – il tema della formazione è prioritario, sia con riferimento alle competenze avanzate (come quelle digitali) sia a quelle trasversali (come l’apprendere ad apprendere, la creatività, l’intraprendenza). Le competenze da aggiornare e potenziare non riguardano solo i giovani, ma, a partire dall’entrata del mondo del lavoro, devono poi essere estese, rafforzate e aggiornate in tutte le fasi della vita.

In secondo luogo va urgentemente ridotto il disallineamento tra domanda e offerta che porta oggi al paradosso di molti giovani e giovani-adulti che possiedono le caratteristiche richieste sul mercato ma non trovano lavoro e, allo stesso tempo, molte aziende che faticano a coprire posizioni ben remunerate. In carenza di sistemi esperti efficienti di orientamento e supporto negli snodi del percorso di vita e professionale, troppi giovani rischiano di perdersi e di portare nella vita adulta delusioni e frustrazioni anziché energie e competenze per realizzarsi e far crescere il paese.

Va infine, ma non per ultimo, data particolare attenzione alla formazione e alla valorizzazione del capitale umano femminile. Le trentenni raggiungono un titolo di studio più alto rispetto ai coetanei maschi ma il loro tasso di occupazione risulta poi più basso. Proprio su questo fronte, sottolinea il report del Toniolo, si possono ottenere i maggiori risultati in termini di riequilibrio generazionale della forza lavoro, che però richiede un riequilibrio del rapporto di genere e tra vita e lavoro.

Dall’impegno ad agire contestualmente su questi tre fronti interdipendenti dipende molta della capacità di superare gli squilibri attuali e dar solidità al percorso di sviluppo del paese.