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Valorizzare gli over55 al lavoro

Rispondere alle sfide della longevità e all’aumento dei senior presenti nelle organizzazioni è importante e lo si ottiene non solo spostando in avanti l’età pensionabile ma attraverso un effettivo miglioramento delle condizioni di una soddisfacente, efficace e produttiva lunga vita attiva. L’Italia è tra i paesi che hanno posticipato maggiormente l’età alla pensione ma è anche fortemente in ritardo rispetto allo stimolo e al supporto di politiche aziendali di valorizzazione dei lavoratori senior, in un quadro di collaborazione tra generazioni.
A conferma di ciò, le organizzazioni che hanno predisposto o stanno predisponendo politiche e programmi per valorizzare e gestire in modo virtuoso questa popolazione, se pure stanno crescendo di numero, rimangono, nel panorama italiano, molto poche.
In questo contesto, per favorire una maggiore attenzione delle organizzazioni alla valorizzazione dei lavoratori over55 e ad un loro impiego produttivo, diventa essenziale comprendere quali azioni gestionali e quali politiche sono necessarie.

La presenza sempre più massiccia di lavoratori maturi nelle aziende e nelle organizzazioni è fuori discussione. L’occupazione in età matura è la componente cresciuta maggiormente in Italia negli ultimi decenni. Secondo le rilevazioni Istat il tasso di occupazione nella fascia 50-64 ha superato il 45% nel 2006, il 50% nel 2012, per arrivare nel 2017 a sfiorare il 60%. Al contrario, nella fascia 25-34 il tasso è sceso nello stesso periodo da oltre il 70% a valori attorno al 60%. Questo significa che oggi in Italia l’incidenza dell’occupazione in età 50-64 è analoga a quella della fascia 25-34. I valori assoluti sono però diversi, come conseguenza dell’invecchiamento della popolazione attiva: pari a circa 7,5 milioni nella fascia più matura contro poco più di 4 milioni nella fascia più giovane (si sale a circa 5 milioni considerando tutta la fascia 15-34 anni).

L’attenzione all’ageing da parte delle organizzazioni, d’altro canto, varia fortemente a fronte del numero di senior impiegati.
Aziende che contano tra le proprie risorse umane solo il 2 o il 3% di over55 ovviamente tendono a non considerare il fenomeno; quelle che impiegano centinaia o migliaia di senior e annoverano percentuali più alte di over55 tra i propri dipendenti, si trovano invece a gestire un segmento di popolazione con caratteristiche ed esigenze nuove. Per non dire di quelle organizzazioni – e sono un numero crescente – che prospettano di avere a breve una popolazione aziendale over50 superiore al 50% del totale dei dipendenti e che non possono quindi che considerare strategico l’occuparsene in modo dedicato.

Le organizzazioni più esposte al fenomeno stanno iniziando a prenderne consapevolezza e in qualche caso stanno avviando riflessioni e programmi per capire come gestire adeguatamente questa popolazione e come valorizzarla. Ad esempio, è possibile per un’azienda prevedere mirate iniziative di welfare rivolte alla popolazione lavorativa più anziana ? O soluzioni di organizzazione del lavoro, soprattutto quello manuale, che tengano conto delle esigenze specifiche di chi è avanti nell’età? O programmi in cui i senior sono impiegati in ruoli di mentori, di tutor, di trasmettitori di know how e di cultura aziendale? O ancora, team e progetti dove lavorano insieme giovani e senior che si abituano a lavorare assieme?
Alcune organizzazioni già si stanno cimentando in questi territori, la maggioranza ancora no.

Osservatorio Senior, insieme ad un gruppo di organizzazioni-pilota (ATM, Engie, Istituto Auxologico Italiano, Pirelli, Sanofi), nel corso del 2017 ha sviluppato, con il progetto Silver Value, un sistema di indicatori gestionali attraverso cui riconoscere le organizzazioni che effettivamente valorizzano e gestiscono in modo virtuoso gli over55 al lavoro.
La partecipazione al progetto Silver Value dal 2018 è aperta a tutte le organizzazioni che intendono adottare il metodo, partecipare alla rete e confrontarsi sulle informazioni raccolte e sulle iniziative sviluppate.

L’obiettivo generale che fa da sfondo al progetto è il seguente: “Riconoscere e dar visibilità a strategie organizzative e pratiche aziendali che favoriscono una lunga, produttiva e appagante vita attiva, valorizzando capacità e competenze proprie delle varie fasi della vita lavorativa, in un contesto positivo di collaborazione tra dipendenti giovani e maturi”.
In base al metodo “Silver Value” sono considerate virtuose, nella valorizzazione e gestione dei Senior, le organizzazioni che:
• gestiscono gli over55 in modo non discriminatorio
• gestiscono gli over55 con politiche e programmi dedicati (programmi per la salute, soluzioni di organizzazione del lavoro, soluzioni per la gestione flessibile del tempo, ecc)
• sanno valorizzare gli over55 per le capacità, esperienze e potenzialità che possiedono
• sanno valorizzare le differenze tra generazioni
• sanno preparare all’ageing le proprie risorse umane lungo il corso della vita lavorativa.

Nel corso del 2017 è stato identificato, insieme alle organizzazioni che hanno partecipato al gruppo di lavoro di sviluppo del metodo, un set di indicatori rappresentativi delle cinque dimensioni sopra indicate ed è stata verificata la loro misurabilità in base alle correnti pratiche organizzative.
Per ciascun indicatore, a fronte di una prima rilevazione, si è anche stabilito quali sono i target a cui tendere per essere considerate organizzazioni che gestiscono virtuosamente i senior e più in generale le condizioni per una lunga vita attiva (in tutte le sue fasi).
Il sistema Silver Value prevede una auto-misurazione su base annuale con riferimento a questi indicatori, in modo da verificare la rispondenza delle scelte gestionali e politiche con le buone pratiche in materia di gestione e valorizzazione dei senior. Favorisce inoltre un confronto costruttivo tra realtà che condividono l’importanza strategica di migliorare la qualità della presenza e la produttività dei senior nei luoghi di lavoro.

 

Scritto in collaborazione con Enrico Oggioni, Fondatore di osservatoriosenior.it

Giovani “senza” e la domanda di una nuova politica

Sono stati vari, come da tradizione, i temi toccati dal Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno. Ha ricordato che nel 2018 festeggeremo il settantesimo anniversario della Costituzione. Ha espresso solidarietà per chi vive in condizioni disagiate nelle aree colpite dai recenti terremoti o ha perso congiunti in attentati e altri eventi tragici. Ha fatto cenno a questioni di rilevanza internazionale (dal clima al nucleare). Ha inoltre sottolineato che nel marzo 2018 si terranno nuove elezioni, da affrontare con partecipazione, fiducia e spirito costruttivo.
I punti su cui l’azione politica dovrà aumentare la sua capacità di risposta sono tre, richiamati in passaggi cruciali del discorso del Presidente Mattarella: i giovani, il lavoro, il futuro. Si tratta di tre ingranaggi chiave per il benessere comune, che da troppo tempo girano però in senso negativo. Siamo un paese “senza giovani”, “senza lavoro”, con il rischio di trovarci con un futuro molto al di sotto delle nostre potenzialità e lontano dai nostri desideri.
Siamo, più degli altri paesi, “senza” giovani perché le nostre politiche passate – senza un aggiustamento di successo di quelle recenti – ci hanno fatto scivolare in un percorso di accentuata denatalità che nel tempo ha via via eroso la consistenza delle nuove generazioni. Ma siamo “senza” giovani anche perché meno sostenuti e incoraggiati nei loro percorsi di partecipazione attiva nel mondo del lavoro e nella realizzazione dei propri progetti di vita. Di conseguenza gli under 30 italiani, rispetto ai coetanei del resto d’Europa, di meno riescono ad avere una occupazione, a formare una famiglia e ad avere figli. Chi ha un lavoro, come documentano i dati Ocse, si trova spesso con retribuzione inadeguata e poca valorizzazione nelle aziende del proprio capitale umano. Chi forma un proprio nucleo familiare, come evidenziano i dati Istat, si trova con un rischio di povertà sensibilmente peggiorato rispetto alle classi di età più mature.
L’Italia è complessivamente un paese in grandi difficoltà, che ha risentito in modo pesante dell’impatto della crisi economica. Al centro di tali difficoltà sta il particolare indebolimento dell’asse “giovani” e “lavoro”. L’azione degli ultimi governi e l’uscita dalla fase acuta della recessione hanno sinora prodotto risultati modesti su tale asse cruciale per la crescita e il benessere del Paese. La percentuale di giovani che dopo la fine degli studi non riescono a inserirsi in modo efficace nel mercato del lavoro (i cosiddetti NEET) continua infatti a trovarsi su livelli record in Europa, con un divario cresciuto nel tempo rispetto ai paesi più avanzati. Questa condizione produce conseguenze negative persistenti, non solo in ambito professionale e previdenziale, ma anche sui tempi di transizione alla vita adulta e sul processo di formazione di una propria famiglia. Erode il “futuro” dei giovani ma anche quello del Paese che rischia di trovarsi con coorti di giovani meno consistenti e più deboli in ingresso nell’età attiva, mentre più che altrove aumenta la popolazione anziana e in condizione di fragilità.
Nessun paese può fondare la costruzione di un futuro solido sulle rinunce e lo schiacciamento in difesa delle nuove generazioni, tanto più in un mondo che cambia rapidamente e richiede capacità di innovazione da trasformare in crescita inclusiva. Ma più si lasciano i giovani ai margini, più aumentano anche frustrazione e risentimento, sfiducia nelle istituzioni e nei partiti. Il “senza” della politica sta a monte delle contraddizioni di un paese che viaggia usando le nuove generazioni come ruota di scorta anziché come motore.
A marzo 2018 si terranno le elezioni. I nati nel 1999 (ma anche tutti gli altri giovani) aspettano ancora una chiamata, non quella alle armi ma alla costruzione di un nuovo futuro per il Paese. C’è qualche partito o movimento in grado di formulare in modo credibile, convincente e coinvolgente tale chiamata? Se nessuno ci riuscirà sarà tutto il Paese a perdere.

La sfida dell’età

La nostra specie è vissuta a lungo in un mondo in cui la durata media di vita era molto breve e una quota esigua di persone arrivava, abbastanza malconcia, in età anziana. Ancora nei primi decenni dell’Italia Unita un bambino su tre non giungeva oltre i cinque anni. Siamo partiti da livelli tra i peggiori in Europa ma da allora i progressi sono stati esaltanti. Il sogno di rendere l’Italia un luogo in cui far nascere figli che possono aspettarsi di attraversare incolumi tutte le fasi della vita e arrivare in buona salute in età anziana, possiamo dire di averlo realizzato. Ad inizio del Novecento la probabilità di un nato di arrivare a 60 anni era inferiore al 45%, mentre è oggi attorno al 95%. Da quando questo grande e lungo cambiamento è iniziato, ogni nuova generazione si è trovata con un bonus di circa 7 anni da vivere in più rispetto ai propri genitori.

Cerchi un lavoro? Devi essere single

 

La preoccupazione principale per un paese che vuole crescere dovrebbe essere quella di mettere i giovani nelle condizioni di realizzare con successo – in tempi e modi adeguati e desiderati – il percorso di entrata nella vita adulta. Se infatti le nuove generazioni non accedono ad una posizione solida nel mondo adulto produttivo, l’economia, in prospettiva, non può crescere. Allo stesso modo se i giovani invecchiano senza formare una propria famiglia, la demografia diventa progressivamente più fragile. I dati dell’ultimo Rapporto annuale Istat ci dicono che gli under 35 italiani, rispetto ai coetanei europei, sono più frequentemente senza lavoro e senza figli. Le politiche che consentono di integrare tali due obiettivi costituiscono l’asse portante di una società che produce benessere. Senza tale asse, i percorsi professionali e di vita rischiano di avvitarsi verso il basso. Molto più che negli altri paesi avanzati chi in Italia forma una famiglia, soprattutto se donna, si trova a rinunciare al lavoro. Se invece punta sul lavoro, si trova a rinviare e a ridurre la costruzione di una relazione di coppia solida e feconda.

La forza debole dei giovani nell’Italia dell’anti-miracolo economico

L’Italia dei primi decenni del dopoguerra, quella del miracolo economico, era ricca soprattutto di giovani, a loro volta pieni di energia da convogliare verso un futuro di maggior benessere. Al censimento del 1951 la metà dei residenti nello stivale aveva meno di 30 anni, un valore analogo a quello della popolazione mondiale di oggi.

Tali giovani facevano parte di una generazione che partiva da modeste condizioni economiche, ma con grande desiderio di migliorare e con spazi aperti per provarci. Una generazione che si è trovata ad aggiustare al rialzo le proprie aspettative con corrispondente aumento della mobilità sociale. Non c’erano diritti o posizioni da difendere, ma nuovo benessere da costruire. Era molto più la promessa di ciò che si poteva ottenere uscendo dalla casa dei genitori che la certezza di ciò che si aveva rimanendo. Una generazione che oltre al boom economico ha messo le basi anche del boom demografico.

Quel mondo appare oggi molto lontano, non solo in senso temporale ma anche rispetto alle condizioni in cui nascono e crescono le nuove generazioni. Oggi i giovani sono di meno, partono da condizioni di benessere maggiori rispetto alle generazioni passate, ma trovano meno spazio, soprattutto in Italia, per essere soggetti attivi di nuova crescita.

Un nodo gordiano blocca il paese

Dagli anni ottanta in poi siamo diventati un paese che si è difeso dai cambiamenti anziché coglierne le opportunità (Rosina e Sorgi 2017). Questo trincerarsi in difesa, collettivo e individuale, è ben rappresentato da due indicatori che si sono sistematicamente posizionati oltre la soglia di guardia, facendoci così entrare in una spirale di bassa crescita e alti squilibri generazionali e sociali. Si tratta del prodotto interno lordo, inabissato sotto il debito pubblico, e la consistenza demografica della generazione dei figli, precipitatasotto quella dei genitori. Come eredità di questo modello di sviluppo bloccato ci troviamo ora ad avere una delle combinazioni peggiori al mondo tra alto debito pubblico e bassa presenza della nuove generazioni nei processi di produzione di nuova ricchezza.

Il Paese è come bloccato da un nodo gordiano che soffoca la presenza dei giovani nel mondo del lavoro, depotenziandola molto più della semplice riduzione prodotta dalla denatalità e dal conseguente “degiovanimento” della popolazione. I dati del Rapporto Istat 2016 mostrano come la fascia 15-34 abbia perso circa 2 milioni di occupati tra il 2008 e il 2015 (-28,1%). Nella prima metà degli anni Novanta il tasso di occupazione degli uomini di 30-34 anni era superiore al 90%, mentre oggi supera di poco il 75%, Viceversa, sono invece in forte crescita gli occupati over 50. Insomma, mentre l’occupazione in età matura si sta avvicinando alla media europea, quella giovanile ne rimane drammaticamente lontana.

Squilibri generazionali e mercato del lavoro

Confrontiamoci un attimo con la Francia, un paese che ha un numero di abitanti simile al nostro. Mentre i francesi hanno mantenuto quasi costante nel tempo il contingente delle nascite, attorno a 800 mila per anno, noi siamo progressivamente scesi fino a meno di 500 mila (Istat, 2017). Se confrontiamo la popolazione degli over 35 tra i due paesi siamo un po’ di più noi, ma sotto i 35 anni il rapporto si inverte nettamente: nella fascia 25-34 risultiamo essere oltre un milione in meno e in quella 15-24 ben un milione e mezzo in meno.

Il divario aumenta se consideriamo il numero di giovani occupati. Tale valore era, nel 2006, pari a 2,2 milioni in Francia e 1,5 milioni in Italia (http://ec.europa.eu/eurostat/web/lfs/data). A dieci anni di distanza ne troviamo oltre 2 milioni nel primo paese e meno di 1 milione nel secondo. Nello stesso periodo, tra i 55 e i 64 anni la Francia è salita da 2,7 a 3,9 milioni di occupati, e l’Italia da 2,3 a 3,7 milioni. Si è quindi ampliato il divario sui giovani occupati, mentre si è ridotto quello in età matura.

Va poi considerato che la Francia non è uno dei paesi più virtuosi sul lato dell’occupazione giovanile. Il nostro tasso è pari al 16%, quello francese al 27%, quello medio europeo al 33%. La Francia però recupera più avanti: in età 25-29 il tasso di occupazione per tale paese e per la media Ue-28 è attorno al 73% mentre per l’Italia è 20 punti sotto (circa 53%).

Squilibri generazionali e diseguaglianze sociali

L’Italia povera di giovani si trova, inoltre, anche con giovani sempre più poveri. I dati Istat mostrano che nel 2015 la condizione di povertà assoluta delle famiglie con persona di riferimento sotto ai 35 anni è diventata più frequente (10,2%), mentre invece è scesa al 4% per le famiglie di anziani. In coerenza con questi squilibri crescenti è rallentata la formazione di nuovi nuclei familiari ed è diminuita la natalità. Non è un caso se siamo una delle società avanzate con più bassa formazione di nuclei familiari prima dei 30 anni e, conseguentemente, con fecondità più bassa prima di tale età (Eurostat 2015).

Una questione politica

Senza un “Piano Paese” che destini il massimo impegno e le maggiori risorse a dare consistenza e forza alla nuove generazioni, difficilmente potremo tornare a creare più ricchezza e benessere di quanto ne consumiamo.

Nessun governo sinora è riuscito a sciogliere davvero il nodo gordiano che blocca l’accesso dei giovani italiani al futuro individuale e collettivo desiderato. Forse anche perché tale nodo si è nel tempo intrecciato, sempre di più, con timori di perdere vecchie sicurezze, difesa di interessi di parte, posizioni di rendita, privilegi acquisiti.

Narra la leggenda che Alessandro Magno – per liberarsi dai vincoli del passato e lanciarsi verso nuove conquiste – abbia alla fine deciso di dare un taglio netto al nodo. Stiamo ancora aspettando un Governo con lo stesso coraggio.