Topic: ulteriori temi demografici

Facciamo pochi figli, ma servono più incentivi

E’ vero, gli italiani fanno pochi figli, da molti punti di vista. Ne fanno molti meno rispetto ai francesi, agli americani, agli inglesi, agli svedesi e a gran parte del mondo occidentale. Ne fanno molti meno anche rispetto a quanto considerato auspicabile per un equilibrato rapporto tra generazioni. Il numero medio di figli per donna è infatti persistentemente e marcatamente inferiore a due. Il dato Istat più recente è pari a poco più di un figlio e un terzo. Questo significa che stiamo viaggiando con generazioni di figli via via meno consistenti rispetto a quelle dei genitori. In prospettiva ciò porta, anche tenendo conto dei flussi migratori, a rendere il nostro paese uno di quelli con carico maggiore al mondo di anziani sulla popolazione attiva.

Senza passione non si insegna

Quand’è che una scuola è davvero buona? Quando ospita gli alunni in edifici non fatiscenti, se possibile anche accoglienti. Quando offre di strutture avanzate di apprendimento, se possibile anche digitali. Quando consente di trasmettere ai giovani non solo conoscenze ma anche competenze, se possibile non solo utili per il lavoro ma anche per la vita. Tutto questo è importante, perché è esattamente quello che i ragazzi chiedono e spesso non trovano nel loro percorso di istruzione. Non se ne accorgono subito ma un po’ dopo, quando affrontano il mondo del lavoro e le grandi scelte della vita. E’ in quel momento che quello che manca nel loro bagaglio formativo e culturale si fa sentire e penalizza il loro successo sociale e professionale. Non è un caso se l’Italia è uno dei paesi con incidenza più elevata di Neet in Europa, ovvero di giovani che dopo esser usciti dai portoni della scuola si perdono nel tortuoso e nuboloso percorso che porta ai cancelli del mercato del lavoro. Quello che chiedono, documentato dai dati dell’indagine Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo, sono competenze avanzate ma anche competenze sociali. Considerano la scuola importante non solo e non tanto per ottenere un lavoro ma per trovare il proprio posto nel mondo.

La condizione di molti giovani è quella di disorientamento di fronte ad una realtà sempre più complessa e in continuo mutamento. Per non trovarsi ai margini di tali cambiamenti, per non trovarsi schiacciati in difesa dai rischi, ma cogliere le nuove opportunità, hanno bisogno di strumenti utili a capire come il mondo cambia e come agire con successo in esso. Hanno bisogno di riempire di senso e di valore le proprie scelte, per non cadere nella condizione di “insignificanza” che rende tutto buio, sia la realtà circostante sia il futuro che li aspetta. Riesce maggiormente a inserirsi in un percorso virtuoso di riconoscimento delle proprie capacità, di incoraggiamento a mettersi in gioco, di miglioramento della propria condizione chi trova attorno a sé figure educative solide, stimolanti e appassionate.

Torniamo allora alla domanda iniziale. Quand’è che una scuola è davvero buona? Tutte vere le risposte date sopra, ben presenti negli intenti del Governo. Ma c’è una risposta ancora più importante che spesso sottovalutiamo quando confrontiamo le diverse ragioni del Ministero e degli insegnanti, come nel caso delle richieste di trasferimento e delle reazioni accese suscitate.

Il punto di vista da tener sempre presente è quello degli alunni. Quello che per loro conta più di tutto, perché lascia i segni più positivi sulla loro crescita, è il vedere l’attenzione, la passione, la dedizione con la quale l’insegnante svolge il proprio ruolo. Quello che dobbiamo chiedere a tutti è, pertanto, che venga migliorato soprattutto questo aspetto della scuola se vogliamo che sia davvero buona per le nuove generazioni. Se il Ministero, pur nelle migliori intenzioni, impone proprie scelte non chiare nei fini e con inefficienze a carico degli insegnanti sui mezzi, rischia di produrre effetti secondari negativi che compromettono i benefici finali attesi. Se gli insegnanti si trincerano in difesa e rifiutano scelte di interesse collettivo per ottenere qualche vantaggio personale, rischiano di perdere il vero valore del proprio ruolo e di trovarsi poi con classi ingestibili e con un Ministero che si sente legittimato ad imporre.

Tutto questo è lo scenario che dobbiamo evitare se davvero interessa a tutti una buona scuola non solo come slogan.

Disinnescare le bombe. Terrore e giovani: nodo esplosivo

E’ evidente che siamo di fronte ad un mix di fattori che rende esplosiva la condizione di alcuni giovani nati in Europa da genitori provenienti da paesi di cultura islamica. La scelta di un ragazzo di morire facendo strage di coetanei, civili in festa, persino bambini, dopo che fino al giorno prima aveva frequentato quegli stessi luoghi, partecipato ad eventi simili, interagito disinvoltamente con le loro potenziali vittime, ci sconvolge. Ci sconvolge a tal punto che stiamo facendo il loro gioco, ma ancor più quello delle leadership del terrorismo che usano quei ragazzi per colpirci al cuore. Cosa vogliono da noi? Vogliono soprattutto indebolire le nostre convinzioni, farci rimettere in discussione le basi del nostro modello sociale e culturale. Vogliono che cambiamo, che reagiamo con rabbia, che ci chiudiamo e che diventiamo come loro. Vogliono che l’occidente sia spaventato da questi gesti, che si senta insicuro, che diventi vittima delle proprie paure. Perché sanno che non hanno la forza di vincere, ma possono indurci a fare errori fatali. In parte ci stanno riuscendo. Basta leggere quello che scriviamo sui social network. Basta vedere l’evidenza sui giornali e sui mass media, che sembra volutamente indirizzata a favorire l’emulazione e suscitare reazioni emotive. Se il loro obiettivo è ottenere un impatto mediatico, noi stiamo facendo di tutto per concederglielo. Se il loro obiettivo è destabilizzare politica e istituzioni, creare divisioni interne, non stanno certo mancando il bersaglio. Se un giovane su mille tra i figli di immigrati in condizione di disagio sociale, può essere sedotto dalla realizzazione di un gesto che nel contempo sia eclatante e faccia parlare di lui, che sia distruttivo verso il mondo che non lo accetta, che lo renda un martire agli occhi di dell’islamismo radicale, trova oggi un terreno fertile per dare i suoi frutti più avvelenati.

Le condizioni favorevoli sono molte. La crisi economica ha colpito soprattutto le nuove generazioni, ha inasprito le disuguaglianze e di conseguenza ha accentuato anche il senso di ingiustizia sociale. Questo effetto è amplificato dalla persistenza di una sovrapposizione tra diseguaglianze e diversità, che sta alla base anche delle rivolte degli afroamericani negli Stati Uniti. In Europa non è tanto l’immigrazione in sé a favorire queste dinamiche, ma le modalità della sua gestione rispetto alla possibilità di offrire vera integrazione. Una integrazione che riguarda le opportunità di formazione e lavoro, ma che si gioca prima ancora sul campo culturale. La sfida dell’immigrazione è complessa e delicata. Si può sia vincere che perdere. Nessuno ha una ricetta sicura, ma quel che è certo è che il nodo vero di questa sfida è incarnato nelle seconde generazioni. E’ dentro di loro che viene prima di tutto vissuta la convivenza o il conflitto tra culture diverse. Se tale confronto ha successo è un arricchimento, se fallisce produce una fragilità permanente che può interagire pericolosamente con il disagio sociale, con la sfiducia nelle istituzioni, con l’erosione delle prospettive future. Apre un vuoto di senso e di valore che i giovani di seconda generazione si trovano spesso ad affrontare da soli. E’ su questo snodo che alcuni di loro rischiano di perdersi, con la tentazione di trasformare la rinuncia ad un sogno nella volontà di lasciare un segno. Possono essere pochi, ma in grado oggi, in ordine sparso, di fare danni enormi, grazie anche alle nuove potenzialità del web e alla capacità dell’estremismo religioso di raggiungerli ovunque offrendo risposte semplici e definitive.

Rafforzare le misure di sicurezza va bene nell’immediato. Ma anziché cambiare il nostro modello sociale dovremmo con ancor più determinazione cercare di realizzarlo con pieno successo. Consentire ai giovani di non trovarsi intrappolati in condizione di insignificanza è, in particolare, la migliore azione che possiamo fare per disinnescare le bombe con le quali il terrorismo vuole minare il nostro futuro.

L’insicurezza non deve condizionare le nostre vite

Viviamo in un tempo di grande instabilità e insicurezza. I fatti nazionali e internazionali di questo periodo ce ne sta dando ampia conferma. Nessuno fino a qualche settimana fa poteva immaginare il colpo e il contraccolpo di stato in Turchia. Ancor prima, grande impressione ha destato la sequenza di eventi di cui sono state vittime nostri connazionali. All’inizio di questo mese a Dacca sono stati uccisi in modo efferato nove italiani che si trovavano all’estero per lavoro. La vita di altri sei, serenamente in vacanza a Nizza, è stata improvvisamente travolta e spezzata dalla furia omicida di un terrorista squilibrato. In mezzo a tali due eventi l’incidente ferroviario in Puglia nel quale – per una inaccettabile combinazione di errori umani, inefficienze burocratiche e arretratezza tecnologica – hanno perso la vita ventitre persone.

Perché scommettere sui giovani e sulle donne

Come ogni anno, lo scorso 11 luglio si è celebra la Giornata Mondiale della Popolazione. Nelle diverse aree del pianeta questa celebrazione assume significati diversi perché, pur essendo la Terra sempre più una casa comune, diverse sono le sfide che la demografia pone a benessere, sviluppo, rapporto con l’ambiente. Per tutti è comunque l’occasione per riflettere su quanto piccoli siamo individualmente e quanto grandi sono le sfide che dobbiamo affrontare collettivamente. Non siamo mai stati così tanti, eppure oggi a Milano si vive, mediamente, molto meglio rispetto all’epoca di Sant’Ambrogio o a quella di Manzoni. Ma vale anche per altre aree del mondo? Complessivamente sì: mentre nel 1800 un bambino che avesse voluto scegliersi la nazione in cui nascere non ne avrebbe trovata nessuna con aspettativa di vita superiore ai 40 anni, oggi anche nel più sfortunato dei Paesi non si scende sotto i 50 anni. Stiamo meglio e viviamo di più, ma sono aumentate anche le diseguaglianze. Tra il Giappone e la Sierra Leone ci sono 33 anni di vita di differenza.