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I giovani scoraggiati cui l’Italia deve dare un futuro

L’Italia ha grande necessità di crescere, di trovare un proprio solido percorso di sviluppo in questo secolo. Siamo finora riusciti a farlo meno delle altre economie avanzate, dovremmo invece crescere di più per non sprofondare sotto il peso combinato dell’enorme debito pubblico e dell’accentuato invecchiamento demografico. Per uno sviluppo competitivo abbiamo bisogno soprattutto di nuove generazioni ben preparate, efficacemente presentate all’interno del mercato del lavoro, al meglio inserite ad ogni livello del sistema produttivo, in particolare nei settori più dinamici e innovativi. Detto in altro modo, le condizioni del Paese rendono ancora più vitale e strategico investire sulle opportunità per i giovani. Lo stiamo facendo? A parole forse, ma molto meno con i fatti.
Nel corso della recessione è cresciuto enormemente il tasso di disoccupazione giovanile. Abbiamo assistito anche ad una penosa rincorsa a minimizzarne la portata affermando che in fondo si trattava solo di under 25 che non riuscivano a trovare lavoro in un’età in cui dovrebbero solo studiare. Non ci siamo accorti che i Paesi che crescevano più di noi investivano fortemente proprio sugli under 25, potenziando sia formazione generale, sia percorsi tecnici, sia l’orientamento scolastico e professionale, favorendo soprattutto una commistione fertile tra imparare e fare. Non è allora un caso che presentino minori tassi di abbandono precoce degli studi e più alta occupazione, non solo per gli under 25 ma, per estensione, in tutta la fascia giovane-adulta.
I dati recentemente presentati alla seconda edizione del Convegno internazionale “Neeting” organizzato da Fondazione Cariplo, Istituto Toniolo e Università Cattolica, sono impietosi nel mostrare quanto siamo rimasti indietro rispetto alle condizioni per produrre crescita con le nuove generazioni.
Per effetto della denatalità passata, abbiamo meno under 35 rispetto al resto d’Europa, ma anziché compensare tale contrazione aumentando l’occupabilità delle nuove generazioni, ci troviamo a sprecare maggiormente il loro potenziale. L’indicatore principale che l’Unione europea utilizza come misura di tale spreco è quello dei NEET, acronimo inglese che indica chi è in stallo tra non studio e non lavoro. L’Italia già prima della crisi presentava un’incidenza di tale fenomeno maggiore rispetto al resto d’Europa (18,8% contro 13,2% in età 15-29). Nel complesso dell’Unione la percentuale di Neet è oggi sostanzialmente tornata su quei livelli. Il dato italiano, dopo ha raggiunto nel 2014 un picco pari al 26%, è sceso al 24% nel 2016. L’andamento positivo sembra continuare nel corso del 2017, ma in modo meno deciso e più incerto rispetto agli altri paesi. Tanto che, se prima della crisi le regioni del Nord Italia si trovavano sotto l’incidenza media europea, ora anch’esse (salvo la provincia autonoma di Bolzano) si trovano tutte tristemente sopra.
L’uscita dalla fase più acuta della crisi e l’azione del programma “Garanzia giovani” appaiono quindi aver finora prodotto risultati limitati. Il motivo va cercato nella debolezza di tutto il processo di transizione scuola-lavoro in Italia. A valle c’è un sistema produttivo che offre basse opportunità e valorizza poco il capitale umano dei giovani, spingendo i più qualificati ed ambiziosi ad andare all’estero. Va aggiunta poi la carenza delle politiche attive nel nostro paese, che non aiuta ad alzare al punto più alto domanda e offerta di lavoro. Secondo i dati più recenti del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo, meno del 10 percento di chi ha una occupazione tra i 20 e i 35 anni dichiara di averla trovata attraverso il canale formale dei servizi per l’impiego. A monte, poi, ci sono tutte le fragilità del sistema formativo. I giovani italiani si trovano alla fine del percorso di istruzione con meno competenze spendibili e più vaghe conoscenze di come funziona il mercato del lavoro rispetto ai coetanei europei. Sempre secondo i dati del “Rapporto giovani” solo un intervistato su tre pensa che la scuola sia utile a capire com’è e come evolve il mondo del lavoro. La stessa alternanza scuola-lavoro va considerata una misura teoricamente utile, ma è stata avviata senza un serio programma di valutazione di quanto (in che misura, per chi, a quali condizioni) tale esperienza sta davvero potenziando le competenze trasversali degli studenti.
In sintesi, più degli altri paesi stiamo mandando in ordine sparso una generazione a scontrarsi con i rischi del lavoro che manca, invece di attrezzarla per cogliere al meglio le opportunità del lavoro che cambia. Con l’elevato debito pubblico e l’accentuato invecchiamento della popolazione, sprecare il talento e le energie delle nuove generazioni è più di una colpa, è un errore fatale per le prospettive di crescita e sviluppo del nostro paese.

2050 L’Europa si spopola

Possiamo sintetizzare le sfide che pone la demografia in questo secolo in quattro punti.
1 – Non siamo mai stati così tanti sulla Terra. Il ritmo di crescita è più lento rispetto al secolo scorso, ma si aggiungeranno comunque almeno altri due miliardi di abitanti prima del 2050 rispetto ai circa 7,5 miliardi attuali.

Innovare la formazione per includere con il lavoro

In questi giorni inizia il nuovo anno scolastico per otto milioni di alunni. Molti i problemi e le sfide da affrontare, vale per i singoli ragazzi che stanno costruendo il proprio futuro, ma più in generale vale per il sistema di istruzione che deve mettere in relazione virtuosa il mondo che cambia e la preparazione di nuove generazioni. Una preparazione che non può più essere solo “aggiornata” ma in grado di saper guardare e immaginare oltre.

L’integrazione non si vede ma va avanti

Siamo continuamente bombardati da notizie e commenti sui nuovi sbarchi, sull’emergenza profughi, sul terrorismo islamico. Il rischio è però quello di perdere di vista la vera sfida che l’immigrazione pone al nostro paese, che più che sulla quantità degli arrivi – da contenere e regolare – si gioca sulle effettive possibilità di integrazione di chi è già qui.
Secondo i dati Istat, la popolazione residente in Italia ad inizio del 2017 era pari a poco più di 60,5 milioni.

Sfruttare la ripresa per mollare le rendite e rilanciare lo sviluppo

Un Paese che guarda positivamente al proprio futuro non mette in contrapposizione nuove e vecchie generazioni, ma mette ciascuna nelle condizioni di dare il proprio migliore contributo. Solo una comunità che invecchia culturalmente, che dà per scontato il proprio declino economico e considera le scelte del presente come salvaguardia del benessere passato – anziché impegno per un domani migliore -, può disattendere esigenze e istanze dei giovani e privilegiare risorse e diritti a beneficio dei più maturi. L’Italia questo ha fatto per lungo, troppo, tempo. Il confronto con le altre economie sviluppate è impietoso sugli squilibri prodotti in termini di spesa sociale destinata, di debito pubblico ereditato, di esposizione al rischio di povertà. La carenza di scelte di impegno collettivo verso il futuro ha prodotto un progressivo scadimento della condizione dei giovani e schiacciato in difesa le loro scelte individuali: sul mercato del lavoro, sull’autonomia, sulla formazione di una propria famiglia.

L’uscita dalla crisi, come sempre accade, tanto più quanto la recessione è stata profonda, produce un rimbalzo sugli indicatori rimasti per molti anni compressi. Ma questi segnali non possono essere rassicuranti sulle possibilità di effettiva crescita nel medio e lungo periodo. Dobbiamo ripensare il concetto stesso di crescita. Più che sul confronto della quantità prodotta e consumata oggi rispetto a ieri, dovremmo infatti poterla misurare sulla qualità possibile domani rispetto a oggi. L’indicatore con maggior grado predittivo del benessere futuro è, infatti, quanto ci aspettiamo che esso possa essere migliore rispetto al presente e quanto mettiamo in condizioni di agire con successo chi è nuovo e porta qualcosa di nuovo. Se, come è accaduto sinora in Italia, i giovani diventano sempre più scoraggiati e sfiduciati, propensi a vedere la propria strada di vita varcare il confine, considerati più figli da proteggere che avanguardie di un mondo nuovo da immaginare e costruire, allora nessun valore positivo congiunturale del Pil potrà mai rassicurarci sul destino del Paese. Ma è proprio ora che il mare sta tornando in buone condizioni e il vento tira a favore, che bisogna alzare le vele e prendere lo slancio che serve. Bisogna crederci, bisogna sostenere e dar adeguati strumenti a chi ci crede, bisogna però anche avere una direzione chiara che metta a valor comune volontà e energie di tutti.

Come avverte Seneca, “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ecco allora che ridurre esogenamente i costi di assunzione per le aziende con sgravi fiscali può essere utile per mettersi in moto, ma sapremo di essere nella direzione giusta solo quanto endogenamente le imprese troveranno conveniente puntare sul capitale umano delle nuove generazioni per migliorare produttività e competitività. Non si tratta solo di rendere più consapevoli i datori di lavoro, ma soprattutto di mettere le basi di un modello di sviluppo in cui – grazie a politiche adeguate e lungimiranti – ciò di cui il Paese ha bisogno per crescere, da un lato, e ciò che le nuove generazioni possono dare, dall’altro, sono aiutati a incontrarsi al loro più alto livello. Per il bene di tutti.