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Investire sui giovani per alimentare lo sviluppo

Ora che Pil e occupazione sembrano aver ritrovato il segno giusto, il tema è come incentivare e alimentare un vero e solido percorso di crescita. Per essere “vero” deve accompagnarsi ad un aumento di quantità e qualità del lavoro. Per essere “solido” deve inserirsi nei percorsi più promettenti di sviluppo di questo secolo. Entrambi questi elementi convergono nel portare al centro il capitale umano delle nuove generazioni. Non è un caso che le economie avanzate che stanno crescendo di più siano quelle con più elevati livelli di formazione dei giovani e più bassa disoccupazione giovanile.
Se assieme alla crisi vogliamo lasciare alle spalle un paese che si è troppo a lungo adagiato sulle rendite del passato e decidiamo di scommette sulle forze che possono produrre nuovo benessere, abbiamo bisogno di attivare due circuiti virtuosi, uno a livello macro e uno a livello micro.
Quello macro mette, appunto, in relazione positiva gli obiettivi di sviluppo del paese e il ruolo attivo e qualificato delle nuove generazioni per raggiungerli. Senza valorizzare l’energia e l’intelligenza delle nuove generazioni il paese non può porsi obiettivi ambiziosi. Ma è anche vero che solo attraverso una crescita solida possono espandersi le opportunità dei nuovi entranti. Politiche di sviluppo, formazione e inclusione attiva nel mercato del lavoro devono quindi essere parte di una stessa strategia. L’investimento dei giovani sulla propria formazione e sulla crescita personale, deve essere aiutato a diventare vincente in termini di ritorno occupazionale e remunerativo. Così come l’investimento pubblico sulle nuove generazioni deve diventare vincente per la collettività in termini di nuova ricchezza economica prodotta e nuovo benessere sociale generato. L’opposto di un paese in cui più si studia e più aumenta la probabilità di andare all’estero e non tornare.
Il circuito virtuoso a livello micro mette invece in relazione positiva formazione di competenze e loro effettiva messa alla prova e applicazione. La questione non è tanto se la scuola secondaria debba durare un anno di meno, ma cosa è bene che i ragazzi italiani siano preparati a saper essere e saper fare alla fine del loro percorso scolastico. Non basta una buona base culturale, ma serve anche stimolare consapevolezza e la capacità di cercare il proprio posto nel mondo che cambia e di rafforzare competenze ed esperienze utili a raggiungere obiettivi professionali e di vita desiderati. Al di là del titolo di studio, come mostra la recente indagine di Unioncamere, sono proprio esperienze e competenze a fare la differenza.
Il futuro di un paese si può allora misurare dal numero di giovani che mettono in relazione positiva il binomio “imparare” e “fare”, all’interno di un processo che porta a migliorare continuamente non solo conoscenze e abilità tecniche ma alimenta anche la fiducia in sé stessi e il desiderio di capire e saperne di più per provare a fare ancora meglio.
Troppi giovani italiani non riescono ad attivare tale circolo virtuoso e scivolano nella condizione più problematica dei NEET (under 30 che non studiano e non lavorano), quella degli inattivi e scoraggiati. E’, inoltre, interessante notare come il Servizio civile sia svolto soprattutto da ragazzi con buon livello culturale, che lo considerano un’esperienza positiva di rafforzamento di competenze sociali e trasversali utili per la vita ma anche per il lavoro. Tendono però a rimanere fuori da tale esperienza i ragazzi che vivono in contesti più deprivati. Questi ultimi rischiano di scivolare nel circolo vizioso del “non imparare” e “non fare”, accumulando senso di impotenza, esclusione sociale e frustrazione. Soprattutto per questi giovani l’alternanza scuola-lavoro e il rilancio del Servizio civile – che con la riforma punta ad essere universale (scelto da tutti) senza diventare obbligatorio (imposto dall’alto) – vanno nella giusta direzione, ma cruciale è un’implementazione seria ed efficiente, in grado offrire una esperienza che faccia davvero la differenza. Il fatto che per entrambi questi programmi, allo stato attuale, non vi sia un rigoroso piano di valutazione sulle competenze acquisite è una carenza che va quanto prima colmata.

Calo demografico. Ci sono molti segni positivi per un ritorno delle nascite

Siamo sempre di meno e sempre più vecchi. Questo in estrema sintesi si conferma essere il ritratto della demografia del nostro Paese che emerge dall’ultimo Rapporto annuale dell’Istat. L’immigrazione non risulta più in grado di colmare il sempre più ampio divario tra nascite in riduzione e decessi in aumento. Il motivo principale è l’ormai cronica bassa natalità che porta con sé sia una riduzione della popolazione sia un inasprimento degli squilibri strutturali tra vecchie e nuove generazioni. La grande recessione ha peggiorato un quadro già problematico, confermando quanto le condizioni economiche presenti e l’incertezza sul futuro pesino sull’assunzione di scelte di lungo periodo come la nascita di un figlio. Non è un caso che il nostro Paese sia allo stesso tempo quello con più alto numero di under 30 che dopo gli studi non riescono ad entrare nel mondo del lavoro (i cosiddetti Neet) e quello con fecondità crollata maggiormente prima dei 30 anni.

L’eterno rinvio del primo figlio: le donne italiane ultime in Europa

 

In tutti i Paesi sviluppati si diventa genitori più tardi che in passato. Un recente rapporto dell’Istituto di statistica francese mostra come l’età media in cui le donne d’Oltralpe diventano per la prima volta madri sia passata da 24 anni nel 1974 a 28,5 nel 2015. I motivi indicati sono l’estensione dei percorsi d’istruzione e l’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma se le ragioni fossero solo queste, non si spiegherebbe la maggior posticipazione del nostro Paese, dato che la percentuale di laureate e occupate è da noi più bassa. In Italia il primo figlio arriva in media a 30,8 anni, rispetto ad una media europea pari a 28,9. È interessante inoltre notare che non solo il dato italiano è il più elevato in Europa, ma è all’incirca pari all’età in cui le francesi diventano madri per la seconda volta. In altre parole, quando le italiane hanno il primo figlio, le coetanee d’Oltralpe stanno già aspettando il secondo.

L’età del mondo. L’analisi

La demografia è particolarmente efficace nel raccontare il mondo che cambia. Una delle conquiste di cui essere più orgogliosi è l’aver reso la mortalità infantile da esperienza comune ad evento raro. Un risultato quasi perfettamente raggiunto nei paesi più ricchi, ma ancora lontano dall’essere realizzato in molti paesi poveri. In alcune aree del pianeta la situazione non è molto diversa dall’Italia nei primi decenni dell’Unità: una popolazione molto giovane, alimentata da una fecondità attorno ai cinque figli per donna, ma anche con alti rischi di morte e povertà diffusa. A trovarsi oggi in questa situazione, non invidiabile, sono soprattutto alcuni paesi dell’Africa centrale.

Il cambiamento inizia quando si intravede la possibilità di miglioramento passando dalla quantità di figli all’investimento sulla loro qualità. La fecondità tende allora a scendere attorno ai due o tre figli, con vita più lunga e aspettative crescenti di mobilità sociale. E’ il ritratto dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, molto simile a paesi oggi emergenti, con ruolo molto dinamico delle nuove generazioni sia nei processi di crescita che di emigrazione. Al censimento del 1951 l’età media della popolazione italiana era attorno ai 30 anni, con una struttura demografica non molto dissimile dall’Albania, dalla Tunisia e dalla Turchia di oggi.

L’aumento delle condizioni di salute e di benessere hanno portato le vite nei paesi più ricchi ad estendersi in età sempre più avanzata. Aumentano quindi gli anziani, ma in alcuni paesi – come Giappone, Italia e Germania – l’invecchiamento è accentuato da una fecondità che scende molto sotto i due figli. Abbiamo trasformato da evento raro a condizione sempre più comune il diventare anziani ma aperta è la sfida di costruire una società matura di successo.

Un nuovo progetto riformista con al centro le nuove generazioni

Senza riforme ci si tiene un Paese che non funziona o che funziona per sempre meno cittadini. Chi ha rendite di posizione e benessere passato da proteggere, migliora la propria situazione relativa. Chi è in difficoltà o fa il suo ingresso nella vita adulta e professionale, si trova invece con crescente rischio di esclusione e restrizione di opportunità. Nel complesso il paese stenta a crescere e aumentano le diseguaglianze.